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Demetrio Zema: l’amore per la montagna e per la Valle Maira

12 aprile 2025

Cuneo

Demetrio Zema Ama la montagna e la Valle Maira, dove ha messo radici. Demetrio Zema è nato a Reggio Calabria il 13 maggio del 1962 e laggiù ha fatto le elementari: «In quei primi anni Settanta i miei si sono trasferiti a Torino, dove ho continuato gli studi fino all’università. Non ho mai avuto problemi a scuola, dove ogni volta ho scelto cosa e come fare, con alterne soddisfazioni. I miei interessi, oggi, sono completamente a Dronero». Da bambino cosa sognava di fare? «Avrei voluto occuparmi di comunicazione, raccontare quello che avviene intorno a me e permettere a tutti di conoscere e quindi di farsi un’idea il più possibile libera. Ho iniziato a lavorare negli anni dell’università, ho frequentato una scuola del Politecnico (oggi sarebbe una laurea triennale) che spaziava in quello che allora era lo scheletro della comunicazione, dalla scrittura alla postalizzazione. Il mio lavoro è sempre stato nel campo tipografico. Un tempo l’impaginazione, la scansione delle immagini a colori e annessi e connessi richiedevano tempi biblici rispetto ad oggi, quindi ne ho seguito l’evoluzione». Cosa si deve fare per riuscire a vivere in montagna? «Per vivere in montagna (ma io abito ai suoi margini sebbene la frequenti quotidianamente), occorre uscire dagli stereotipi: il monte non è diverso dal piano. Faccio sovente il paragone con una pozzanghera, che è sempre una pozzanghera, ma in montagna vedi in fondo cosa brulica, in città vedi solo fango». Che lavori fa oggi? “Da più di vent’anni ho una partita Iva legata ai ‘servizi grafici’ e da ancora prima sono giornalista pubblicista, questo mi permette di restare aggiornato e di continuare ad avere un occhio attento e critico a quanto hai intorno, vicino e lontano».  Le sue soddisfazioni? «Oggi la pagina Facebook ‘Maira Val’, nella quale cerco di riportare tutte le notizie attinenti la valle e soprattutto trasmettere la mia passione: attraverso le sue immagini, scoprendo che i tantissimi ‘mi piace’ non sono per le foto perfette, ma per quelle anche tecnicamente ‘scarse’, ma capaci di suscitare emozioni e ricordi. Sono oltre 12.000 le persone che la seguono, e sono in continua crescita. I post anche da centinaia di migliaia di visualizzazioni danno quella soddisfazione che nessun media di carta mi ha mai dato». Perchè ama la gente di montagna? «Coltivo la passione per il monte, giunta già da bimbo nelle passeggiate sull’Aspromonte, in mezzo alla neve con vista sulle stretto di Messina e i 3.000 metri fumanti dell’Etna. Trascorrendo gli anni qui sulle Alpi la passione si è allargata dalle pareti di roccia e dai pendii innevati da risalire con le pelli di foca alla vita dell’uomo e delle sue tracce. Le Alpi sono fortemente antropizzate, anche dove non appare, ricche di storia, arte e cultura. Mantenere l’impegnativo equilibrio fra uomo e natura è una sfida che i montanari hanno nel sangue». Oggi che lavori fa? «Seguo il bollettino dell’Alta Valle Maira; come guida accompagno gruppi ai ‘Ciciu’ del Villar e in Valle con l’Ecomuseo, con il quale sono in divenire anche progetti legati alla ‘terapia del bosco’. Da oltre vent’anni seguivo l’Archivio Giolitti a Dronero, che ora però ha preso una ‘direzione torinese’».  E il bollettino parrocchiale di valle? «Dal 2003 mi occupo, con vari ruoli a seconda del pastore che lo dirige, di ‘Autovalmairo’, il bollettino parrocchiale (dalla cappella di San Firmino a Chiaudieres alla cappellina degli alpini nel vallone del Maurin, sopra Chiappera). È una voce importante, soprattutto per chi dalla Valle è lontano e vuole un collegamento con la propria terra di origine».  Il ruolo di Maria Schneider in Valle? «Maria e Andrea Schneider sono arrivati nel momento giusto, inserendosi nella vita di qui e contribuendo al cambiamento. Questa oggi non è la ‘terra dei vinti’ di Nuto Revelli. L’importanza degli Schneider è testimoniata da un episodio, solo apparentemente triste: quando Andrea morì per problemi cardiaci, dalla Val Maira partirono in moltissimi per il funerale. Pullman e molte auto si diressero alla sua città natale, Schruns, in Austria. Maria ospitò tutti per due giorni e offrì una festa di simpatia e cortesia, pur celebrando il tradizionale funerale cristiano. Tutti ricordano la generosità sua e quella di Andrea, e a loro sono riconoscenti!». Chi sono i turisti stranieri che arrivano? «Sono persone per i quali il ’68, quello della rivoluzione culturale giovanile, ha avuto molta importanza. Ora il target si è allargato, ma la base culturale aperta e attenta alla natura è sempre quella». La soddisfazione più grande, per lei? «Accompagnare e raccontare la Valle, sia a chi non la conosce sia a chi, pur abitando vicino, non le ha finora prestato una completa attenzione». Il calendario valligiano le dà soddisfazioni? «La tradizione è una innovazione ben riuscita. E così è stato per il calendario che oltre quindici anni fa venne iniziato da Enrico Collo e Bruno Rosano. Quando nel 2022 Bruno è morto, ci pensai a lungo e in autunno decisi di continuare l’opera, che dà visibilità alla Valle. Sebbene oggi abbia uno stile e una sensibilità molto differenti rispetto alle edizioni precedenti, questo calendario dalle grandi immagini è ancora apprezzato  qui e anche lontano». I politici e i problemi della montagna? «Gli amministratori locali svolgono con impegno il loro compito, con fatica trovano supporto politico e quasi mai dispongono di tutti gli strumenti necessari per risolvere le diverse situazioni complicate». Il futuro? «È necessario un cambio, non tanto e non solo generazionale, ma proprio di popolazione. Nuova gente che viva questi luoghi e ci possa lavorare con sicurezza. Il ‘turismo’ non è sufficiente. Le attività turistiche vedono spesso imprenditori che vanno e vengono a seconda delle stagioni, non potendo fare economicamente in altro modo. I numeri di abitanti sono diventati talmente piccoli da non poter avere garantiti i servizi necessari a una qualunque società. Scuola, ospedale, negozi. Il resto è retorica». La strada del Vallone? «Fra metà ‘800 e metà ‘900 la strada è stata costruita con le unghie dalla gente di Elva. La maggior parte del tragitto, quella investita dal frane, è nel comune di Stroppo. Una azione sinergica sarebbe fondamentale». La sua famiglia? «Mia figlia ha 28 anni. È partita. Abita lontano. Ne sono felice, pensando di aver adempiuto il mio compito secondo quanto scrive Gibran: “I genitori sono l’arco che lancia le frecce”. Questi dardi sono i figli, che devono essere lasciati liberi di andare per la loro strada, una volta che siano ben attrezzati, più di carattere che di denaro. Mia moglie è a Milano dove lavora e vive con la mamma vedova, che necessita di supporto. I nostri rapporti sono ottimi, anche se ad oggi possiamo vederci in modo saltuario». Il mondo di oggi? «Non lo so. Ad intuito penso che alla fine l’istinto di sopravvivenza della specie umana avrà la meglio e qualcosa cambierà. Però, essendo dentro la storia e vivendone solo la cronaca, ogni azzardo che possiamo esprimere è solo presunzione. Mi ritengo fortunato a poter vivere, finora, in questo angolo di monte». Cosa è importante per lei? «La lealtà, e riuscire a sopportare le persone moleste, cioè essere tolleranti».
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