Tra kit di sopravvivenza, dazi e contro-dazi, mire espansionistiche artiche e falle nella sicurezza delle comunicazioni di informazioni riservate, rischia di passare in secondo piano la decisione, per ora solo annunciata, della sospensione, da parte degli Stati Uniti, dei contributi ad alcune organizzazioni internazionali che forniscono vaccini alle popolazioni dei paesi più poveri del mondo.
Eppure, si tratterebbe di un passaggio non da poco e i cui impatti, sia sulle popolazioni direttamente interessate, sia sul resto del mondo (inclusi gli Stati Uniti) potrebbero essere significativi, visto anche lo smantellamento in atto dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID).
Dovremmo aver imparato, anche alla luce della pandemia, che le sorti sanitarie globali sono strettamente legate al rispetto di livelli minimi di profilassi e cura che devono essere garantiti a tutti perché, come si legge nella nostra Costituzione la salute è un diritto dell’individuo ma, allo stesso tempo, è anche un interesse della collettività.
Probabilmente, l’unica colpa delle persone che si trovano nelle zone più povere del pianeta è di non avere nulla da dare in cambio degli aiuti vaccinali.
Sarebbe troppo facile limitarsi ad aggiungere un ulteriore e legittimo motivo di forte perplessità, o di aperta critica, rispetto ai controversi esordi della neo-insediata amministrazione americana. Se c’è qualcosa che non può essere rimproverato al tycoon e ai suoi sodali è di non essere espliciti nei loro discutibilissimi propositi. Lo stesso non si può dire, invece, dell’Europa, soprattutto quando l’indifferenza per le sorti di quelle stesse popolazioni si è manifestata in modo più ambiguo e indiretto, o con il semplice silenzio. È da tempo che non si parla di Africa, del Sud America o delle zone più povere del Medio e dell’Estremo Oriente se non superficialmente o in presenza di catastrofi umanitarie, come quella che ha di recente colpito il Myanmar. La via europea di fronte a fenomeni globali come i flussi migratori degli ultimi decenni è stata una sostanziale negazione della vera natura e della portata della questione e anche alcune iniziative che, sulla carta, erano partite con buone intenzioni (come la ridiscussione degli inefficienti meccanismi di gestione delle domande di asilo politico degli accordi di Dublino) si sono ben presto convertite nel più classico degli scaricabarili.
Non è mai passata di moda l’idea di classificare gli Stati dell’Unione Europea esclusivamente sulla base dell’equilibrio dei conti, anche a prescindere da posizioni esplicitamente autoreferenziali in fatto di accoglienza e di gestione dei flussi migratori. Ora che è il momento dei “volenterosi”, l’Europa si trova nuovamente di fronte a una serie di equivoci di fondo che nascono da una sostanziale inversione delle priorità. Si sta cercando, infatti, di partire da un riarmo in ordine più o meno sparso, lasciando in secondo piano il tema della difesa comune per poi immaginare di discutere, prima o poi, quelli, centrali, della politica estera comune e della costruzione di un autentico modello di sviluppo europeo che difenda e rilanci, seriamente, il welfare e realizzi concrete misure di contrasto alle povertà.
Da troppo tempo l’Europa ha rinunciato alla spinta propositiva per accontentarsi degli angusti spazi di manovra lasciati dalla dialettica delle superpotenze globali che, dal canto loro, non hanno alcun interesse a lasciare che si consolidi e si esprima un diverso modo di interpretare il contesto internazionale. Abbiamo colpevolmente interpretato i nostri rapporti con gli Stati più poveri nel mondo nell’illusorio tentativo di arginare fenomeni migratori globali con i muri, le motovedette e i centri di permanenza per il rimpatrio. Ovviamente, è doveroso per uno Stato regolamentare l’accesso nel proprio territorio, ma questo deve avvenire nell’ambito di una visione politica più ampia che non può prescindere da relazioni di giustizia e di pace con tutti gli Stati, a cominciare da quelli dai quali fugge chi viene a bussare alle nostre porte.
In questi tempi in cui gli equilibri e i ruoli nella comunità internazionale vengono ridisegnati, sono necessari leader lungimiranti che recuperino spazi di dialogo che superino muri, armi e dazi.
editoriale
Tra kit di sopravvivenza, dazi e contro-dazi, mire espansionistiche artiche e falle nella sicurezza delle comunicazioni di informazioni riservate, rischia di passare in secondo piano la decisione, per ora solo annunciata, della sospensione, da parte degli Stati Uniti, dei contributi ad alcune organizzazioni internazionali che forniscono vaccini alle popolazioni dei paesi più poveri del mondo.
Eppure, si tratterebbe di un passaggio non da poco e i cui impatti, sia sulle popolazioni direttamente interessate, sia sul resto del mondo (inclusi gli Stati Uniti) potrebbero essere significativi, visto anche lo smantellamento in atto dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID).
Dovremmo aver imparato, anche alla luce della pandemia, che le sorti sanitarie globali sono strettamente legate al rispetto di livelli minimi di profilassi e cura che devono essere garantiti a tutti perché, come si legge nella nostra Costituzione la salute è un diritto dell’individuo ma, allo stesso tempo, è anche un interesse della collettività.
Probabilmente, l’unica colpa delle persone che si trovano nelle zone più povere del pianeta è di non avere nulla da dare in cambio degli aiuti vaccinali.
Sarebbe troppo facile limitarsi ad aggiungere un ulteriore e legittimo motivo di forte perplessità, o di aperta critica, rispetto ai controversi esordi della neo-insediata amministrazione americana. Se c’è qualcosa che non può essere rimproverato al tycoon e ai suoi sodali è di non essere espliciti nei loro discutibilissimi propositi. Lo stesso non si può dire, invece, dell’Europa, soprattutto quando l’indifferenza per le sorti di quelle stesse popolazioni si è manifestata in modo più ambiguo e indiretto, o con il semplice silenzio. È da tempo che non si parla di Africa, del Sud America o delle zone più povere del Medio e dell’Estremo Oriente se non superficialmente o in presenza di catastrofi umanitarie, come quella che ha di recente colpito il Myanmar. La via europea di fronte a fenomeni globali come i flussi migratori degli ultimi decenni è stata una sostanziale negazione della vera natura e della portata della questione e anche alcune iniziative che, sulla carta, erano partite con buone intenzioni (come la ridiscussione degli inefficienti meccanismi di gestione delle domande di asilo politico degli accordi di Dublino) si sono ben presto convertite nel più classico degli scaricabarili.
Non è mai passata di moda l’idea di classificare gli Stati dell’Unione Europea esclusivamente sulla base dell’equilibrio dei conti, anche a prescindere da posizioni esplicitamente autoreferenziali in fatto di accoglienza e di gestione dei flussi migratori. Ora che è il momento dei “volenterosi”, l’Europa si trova nuovamente di fronte a una serie di equivoci di fondo che nascono da una sostanziale inversione delle priorità. Si sta cercando, infatti, di partire da un riarmo in ordine più o meno sparso, lasciando in secondo piano il tema della difesa comune per poi immaginare di discutere, prima o poi, quelli, centrali, della politica estera comune e della costruzione di un autentico modello di sviluppo europeo che difenda e rilanci, seriamente, il welfare e realizzi concrete misure di contrasto alle povertà.
Da troppo tempo l’Europa ha rinunciato alla spinta propositiva per accontentarsi degli angusti spazi di manovra lasciati dalla dialettica delle superpotenze globali che, dal canto loro, non hanno alcun interesse a lasciare che si consolidi e si esprima un diverso modo di interpretare il contesto internazionale. Abbiamo colpevolmente interpretato i nostri rapporti con gli Stati più poveri nel mondo nell’illusorio tentativo di arginare fenomeni migratori globali con i muri, le motovedette e i centri di permanenza per il rimpatrio. Ovviamente, è doveroso per uno Stato regolamentare l’accesso nel proprio territorio, ma questo deve avvenire nell’ambito di una visione politica più ampia che non può prescindere da relazioni di giustizia e di pace con tutti gli Stati, a cominciare da quelli dai quali fugge chi viene a bussare alle nostre porte.
In questi tempi in cui gli equilibri e i ruoli nella comunità internazionale vengono ridisegnati, sono necessari leader lungimiranti che recuperino spazi di dialogo che superino muri, armi e dazi.
La negazione del diritto alla salute ai più poveri e il nuovo ruolo dell’Europa
06 aprile 2025
Cuneo
Tra kit di sopravvivenza, dazi e contro-dazi, mire espansionistiche artiche e falle nella sicurezza delle comunicazioni di informazioni riservate, rischia di passare in secondo piano la decisione, per ora solo annunciata, della sospensione, da parte degli Stati Uniti, dei contributi ad alcune organizzazioni internazionali che forniscono vaccini alle popolazioni dei paesi più poveri del mondo.
Eppure, si tratterebbe di un passaggio non da poco e i cui impatti, sia sulle popolazioni direttamente interessate, sia sul resto del mondo (inclusi gli Stati Uniti) potrebbero essere significativi, visto anche lo smantellamento in atto dell’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID).
Dovremmo aver imparato, anche alla luce della pandemia, che le sorti sanitarie globali sono strettamente legate al rispetto di livelli minimi di profilassi e cura che devono essere garantiti a tutti perché, come si legge nella nostra Costituzione la salute è un diritto dell’individuo ma, allo stesso tempo, è anche un interesse della collettività.
Probabilmente, l’unica colpa delle persone che si trovano nelle zone più povere del pianeta è di non avere nulla da dare in cambio degli aiuti vaccinali.
Sarebbe troppo facile limitarsi ad aggiungere un ulteriore e legittimo motivo di forte perplessità, o di aperta critica, rispetto ai controversi esordi della neo-insediata amministrazione americana. Se c’è qualcosa che non può essere rimproverato al tycoon e ai suoi sodali è di non essere espliciti nei loro discutibilissimi propositi. Lo stesso non si può dire, invece, dell’Europa, soprattutto quando l’indifferenza per le sorti di quelle stesse popolazioni si è manifestata in modo più ambiguo e indiretto, o con il semplice silenzio. È da tempo che non si parla di Africa, del Sud America o delle zone più povere del Medio e dell’Estremo Oriente se non superficialmente o in presenza di catastrofi umanitarie, come quella che ha di recente colpito il Myanmar. La via europea di fronte a fenomeni globali come i flussi migratori degli ultimi decenni è stata una sostanziale negazione della vera natura e della portata della questione e anche alcune iniziative che, sulla carta, erano partite con buone intenzioni (come la ridiscussione degli inefficienti meccanismi di gestione delle domande di asilo politico degli accordi di Dublino) si sono ben presto convertite nel più classico degli scaricabarili.
Non è mai passata di moda l’idea di classificare gli Stati dell’Unione Europea esclusivamente sulla base dell’equilibrio dei conti, anche a prescindere da posizioni esplicitamente autoreferenziali in fatto di accoglienza e di gestione dei flussi migratori. Ora che è il momento dei “volenterosi”, l’Europa si trova nuovamente di fronte a una serie di equivoci di fondo che nascono da una sostanziale inversione delle priorità. Si sta cercando, infatti, di partire da un riarmo in ordine più o meno sparso, lasciando in secondo piano il tema della difesa comune per poi immaginare di discutere, prima o poi, quelli, centrali, della politica estera comune e della costruzione di un autentico modello di sviluppo europeo che difenda e rilanci, seriamente, il welfare e realizzi concrete misure di contrasto alle povertà.
Da troppo tempo l’Europa ha rinunciato alla spinta propositiva per accontentarsi degli angusti spazi di manovra lasciati dalla dialettica delle superpotenze globali che, dal canto loro, non hanno alcun interesse a lasciare che si consolidi e si esprima un diverso modo di interpretare il contesto internazionale. Abbiamo colpevolmente interpretato i nostri rapporti con gli Stati più poveri nel mondo nell’illusorio tentativo di arginare fenomeni migratori globali con i muri, le motovedette e i centri di permanenza per il rimpatrio. Ovviamente, è doveroso per uno Stato regolamentare l’accesso nel proprio territorio, ma questo deve avvenire nell’ambito di una visione politica più ampia che non può prescindere da relazioni di giustizia e di pace con tutti gli Stati, a cominciare da quelli dai quali fugge chi viene a bussare alle nostre porte.
In questi tempi in cui gli equilibri e i ruoli nella comunità internazionale vengono ridisegnati, sono necessari leader lungimiranti che recuperino spazi di dialogo che superino muri, armi e dazi.