È la storia di cui tutti parlano: una serie televisiva in quattro episodi su Netflix. Il protagonista, Jamie, è un ragazzino di 13 anni, dall’aspetto delicato e il linguaggio forbito, arrestato dalle Forze dell’ordine con l’accusa di aver ucciso a coltellate una coetanea. C’è il video di una telecamera di videosorveglianza che lo riprende. E questo lo si sa praticamente subito e la questione importante sarà capire perché. Si tratta di una storia che ci sbatte in faccia una verità scomoda: delle ragazze e dei ragazzi non sappiamo niente o comunque troppo poco. Il padre di Jamie, disperato, a un certo punto dice: “Se ne stava sempre chiuso nella sua cameretta, ma io mi dicevo: ’cosa vuoi che gli succeda nella sua cameretta?’ ”. Le camerette oggi, grazie a internet e ai social network, sono come astronavi costantemente in movimento in un infinito mondo virtuale, che però è anche reale: sui social a Jamie accadono cose che hanno un forte impatto sul suo modo di percepire se stesso e i compagni di scuola, compresa la ragazzina uccisa a coltellate. La chiave per comprendere quello che è successo sta su Instagram, nei commenti ad alcuni post di Jamie, commenti non verbali ma espressi con simboli, le emoticon, che gli adulti non sono in grado di interpretare. A rivelarne il senso e a indicare la pista da seguire è il figlio del poliziotto che svolge le indagini e che frequenta la stessa scuola di Jamie, un ragazzino bullizzato nell’indifferenza generale, come molti altri, come peraltro anche Jamie, etichettato sui social dai coetanei come “incel”, vale a dire “involontariamente celibe”, destinato a non trovare mai una ragazza. Sui social gli “incel” formano comunità maschili altamente misogine, ostili alle ragazze cui attribuiscono la responsabilità di non essere mai scelti come partner. “Adolescence” mette in scena l’inadeguatezza degli adulti di fronte alla doppia vita - reale e virtuale - degli adolescenti di oggi. Sono adulti caricaturali, peggiori di quanto non siano nella realtà, ma utili a far arrivare il messaggio: che cosa devono ancora fare gli adolescenti perché gli adulti si accorgano del loro disagio?
editoriale
È la storia di cui tutti parlano: una serie televisiva in quattro episodi su Netflix. Il protagonista, Jamie, è un ragazzino di 13 anni, dall’aspetto delicato e il linguaggio forbito, arrestato dalle Forze dell’ordine con l’accusa di aver ucciso a coltellate una coetanea. C’è il video di una telecamera di videosorveglianza che lo riprende. E questo lo si sa praticamente subito e la questione importante sarà capire perché. Si tratta di una storia che ci sbatte in faccia una verità scomoda: delle ragazze e dei ragazzi non sappiamo niente o comunque troppo poco. Il padre di Jamie, disperato, a un certo punto dice: “Se ne stava sempre chiuso nella sua cameretta, ma io mi dicevo: ’cosa vuoi che gli succeda nella sua cameretta?’ ”. Le camerette oggi, grazie a internet e ai social network, sono come astronavi costantemente in movimento in un infinito mondo virtuale, che però è anche reale: sui social a Jamie accadono cose che hanno un forte impatto sul suo modo di percepire se stesso e i compagni di scuola, compresa la ragazzina uccisa a coltellate. La chiave per comprendere quello che è successo sta su Instagram, nei commenti ad alcuni post di Jamie, commenti non verbali ma espressi con simboli, le emoticon, che gli adulti non sono in grado di interpretare. A rivelarne il senso e a indicare la pista da seguire è il figlio del poliziotto che svolge le indagini e che frequenta la stessa scuola di Jamie, un ragazzino bullizzato nell’indifferenza generale, come molti altri, come peraltro anche Jamie, etichettato sui social dai coetanei come “incel”, vale a dire “involontariamente celibe”, destinato a non trovare mai una ragazza. Sui social gli “incel” formano comunità maschili altamente misogine, ostili alle ragazze cui attribuiscono la responsabilità di non essere mai scelti come partner. “Adolescence” mette in scena l’inadeguatezza degli adulti di fronte alla doppia vita - reale e virtuale - degli adolescenti di oggi. Sono adulti caricaturali, peggiori di quanto non siano nella realtà, ma utili a far arrivare il messaggio: che cosa devono ancora fare gli adolescenti perché gli adulti si accorgano del loro disagio?
Adolescence
05 aprile 2025
Cuneo
È la storia di cui tutti parlano: una serie televisiva in quattro episodi su Netflix. Il protagonista, Jamie, è un ragazzino di 13 anni, dall’aspetto delicato e il linguaggio forbito, arrestato dalle Forze dell’ordine con l’accusa di aver ucciso a coltellate una coetanea. C’è il video di una telecamera di videosorveglianza che lo riprende. E questo lo si sa praticamente subito e la questione importante sarà capire perché. Si tratta di una storia che ci sbatte in faccia una verità scomoda: delle ragazze e dei ragazzi non sappiamo niente o comunque troppo poco. Il padre di Jamie, disperato, a un certo punto dice: “Se ne stava sempre chiuso nella sua cameretta, ma io mi dicevo: ’cosa vuoi che gli succeda nella sua cameretta?’ ”. Le camerette oggi, grazie a internet e ai social network, sono come astronavi costantemente in movimento in un infinito mondo virtuale, che però è anche reale: sui social a Jamie accadono cose che hanno un forte impatto sul suo modo di percepire se stesso e i compagni di scuola, compresa la ragazzina uccisa a coltellate. La chiave per comprendere quello che è successo sta su Instagram, nei commenti ad alcuni post di Jamie, commenti non verbali ma espressi con simboli, le emoticon, che gli adulti non sono in grado di interpretare. A rivelarne il senso e a indicare la pista da seguire è il figlio del poliziotto che svolge le indagini e che frequenta la stessa scuola di Jamie, un ragazzino bullizzato nell’indifferenza generale, come molti altri, come peraltro anche Jamie, etichettato sui social dai coetanei come “incel”, vale a dire “involontariamente celibe”, destinato a non trovare mai una ragazza. Sui social gli “incel” formano comunità maschili altamente misogine, ostili alle ragazze cui attribuiscono la responsabilità di non essere mai scelti come partner. “Adolescence” mette in scena l’inadeguatezza degli adulti di fronte alla doppia vita - reale e virtuale - degli adolescenti di oggi. Sono adulti caricaturali, peggiori di quanto non siano nella realtà, ma utili a far arrivare il messaggio: che cosa devono ancora fare gli adolescenti perché gli adulti si accorgano del loro disagio?