Adriano Olivetti (foto Archivio Fondazione Adriano Olivetti)
Mentre le prospettive di dazi si fanno concrete e la preoccupazione per l’export italiano ed europeo verso gli Stati Uniti aumenta, può essere il caso di riflettere su alcune fragilità della teoria economica degli scambi internazionali e su esempi virtuosi di imprenditorialità.
Tra i principali fondamenti teorici della convenienza dello scambio c’è la “teoria dei costi comparati” di David Ricardo. L’intuizione dell’economista britannico, vissuto tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, può essere riassunta nell’idea che, se nei vari paesi i costi di produzione sono diversi, allora conviene a entrambi commerciare. Per riprendere un esempio di Fabrizio Galimberti in “L’economia spiegata a un figlio”, si può immaginare che, in uno stato, si producano, in 100 ore, 200 paia di stivali e 900 maglie e, in un altro stato, 400 stivali e 700 maglie. Se il secondo stato sceglie la produzione degli stivali, concentrando in quel settore produttivo tutte le sue forze, in 100 ore otterrà 800 stivali e 0 maglie. Questo stato potrà trattenere la metà degli 800 stivali e vendere gli altri 400 per molte più maglie di quanto non avrebbe potuto produrre, perché nell’altro stato un paio di stivali vale come 4,5 maglie (dal momento che, in 100 ore, si producono 200 paia di stivali e 900 maglie). Si può, quindi, immaginare che vengano scambiati i 400 stivali per 900 maglie. Se il primo stato sceglie di produrre solo maglie e, quindi, 1800 maglie in 100 ore, alla fine del ciclo produttivo e dello scambio avrà 400 stivali (importati e scambiati con 900 maglie) e le 900 maglie residue; il secondo stato avrà attenuto 400 stivali (quelli non venduti) e 900 maglie (quelle scambiate con i 400 stivali).
Tutto bene, dunque e tutti felici con i loro stivali e con le loro maglie nuove. Non esattamente. Il problema del libero scambio, è che, nei fatti, non è mai stato libero.
La storia degli scambi internazionali, infatti, è costellata di imposizioni, secondo la più classica delle leggi e, cioè, quella del più forte. Chi ha potuto, ha sempre imposto le condizioni commerciali più convenienti per sé. Per riprendere l’esempio di Galimberti, a decidere quantitativi e prezzi di stivali e maglie, nella realtà commerciale internazionale, non è mai stata la libera contrattazione quanto, piuttosto, l’imposizione unilaterale.
In questo scenario, purtroppo, l’Europa, da un lato, non ha elaborato una adeguata strategia commerciale comune e, dall’altro lato ha ceduto o abbandonato settori importanti della tecnologia, in alcuni casi abbandonando posizioni strategiche di leadership a livello internazionale. Eppure, nel secondo dopoguerra, c’è stato un periodo in cui uomini come Adriano Olivetti ed Enrico Mattei hanno avuto intuizioni profetiche sull’imprenditoria, sullo sviluppo economico e, per quel che riguarda Mattei, sulla necessità di elaborare e portare avanti una politica energetica che consentisse al paese di avere energia a basso costo e senza dipendere in modo eccessivo da potenze amiche, a cominciare dagli Stati Uniti. La ricerca, un’idea di capitalismo e di imprenditoria diversi da quelli anglosassoni, il confronto con i settori più innovativi della politica, dell’economia e della cultura, la collaborazione con Stati non allineati in un mondo che si divideva in blocchi e la forza di fare, per il bene del paese, anche scelte non gradite a un certo establishment, fanno di Olivetti e Mattei due riferimenti che, in questi tempi difficili, possono ancora essere importanti. Tra i tratti che li accomunavano c’era, senza dubbio, l’attenzione per il territorio e per le comunità ed è da questa concretezza che, probabilmente, si dovrebbe ricominciare. Mentre le teorie di David Ricardo, nel confronto con la realtà, non sempre hanno retto, la vita e l’attività di Olivetti e Mattei testimoniano che è possibile immaginare equilibri e vie di sviluppo diverse da quelle che paiono inevitabili, pur con tutti i limiti di ogni esperienza umana.
Quando le vie già battute non conducono da nessuna parte, non basta pensare fuori dagli schemi per superare le difficoltà, bisogna anche avere il coraggio di agire secondo criteri nuovi.
editoriale
Adriano Olivetti (foto Archivio Fondazione Adriano Olivetti)
Mentre le prospettive di dazi si fanno concrete e la preoccupazione per l’export italiano ed europeo verso gli Stati Uniti aumenta, può essere il caso di riflettere su alcune fragilità della teoria economica degli scambi internazionali e su esempi virtuosi di imprenditorialità.
Tra i principali fondamenti teorici della convenienza dello scambio c’è la “teoria dei costi comparati” di David Ricardo. L’intuizione dell’economista britannico, vissuto tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, può essere riassunta nell’idea che, se nei vari paesi i costi di produzione sono diversi, allora conviene a entrambi commerciare. Per riprendere un esempio di Fabrizio Galimberti in “L’economia spiegata a un figlio”, si può immaginare che, in uno stato, si producano, in 100 ore, 200 paia di stivali e 900 maglie e, in un altro stato, 400 stivali e 700 maglie. Se il secondo stato sceglie la produzione degli stivali, concentrando in quel settore produttivo tutte le sue forze, in 100 ore otterrà 800 stivali e 0 maglie. Questo stato potrà trattenere la metà degli 800 stivali e vendere gli altri 400 per molte più maglie di quanto non avrebbe potuto produrre, perché nell’altro stato un paio di stivali vale come 4,5 maglie (dal momento che, in 100 ore, si producono 200 paia di stivali e 900 maglie). Si può, quindi, immaginare che vengano scambiati i 400 stivali per 900 maglie. Se il primo stato sceglie di produrre solo maglie e, quindi, 1800 maglie in 100 ore, alla fine del ciclo produttivo e dello scambio avrà 400 stivali (importati e scambiati con 900 maglie) e le 900 maglie residue; il secondo stato avrà attenuto 400 stivali (quelli non venduti) e 900 maglie (quelle scambiate con i 400 stivali).
Tutto bene, dunque e tutti felici con i loro stivali e con le loro maglie nuove. Non esattamente. Il problema del libero scambio, è che, nei fatti, non è mai stato libero.
La storia degli scambi internazionali, infatti, è costellata di imposizioni, secondo la più classica delle leggi e, cioè, quella del più forte. Chi ha potuto, ha sempre imposto le condizioni commerciali più convenienti per sé. Per riprendere l’esempio di Galimberti, a decidere quantitativi e prezzi di stivali e maglie, nella realtà commerciale internazionale, non è mai stata la libera contrattazione quanto, piuttosto, l’imposizione unilaterale.
In questo scenario, purtroppo, l’Europa, da un lato, non ha elaborato una adeguata strategia commerciale comune e, dall’altro lato ha ceduto o abbandonato settori importanti della tecnologia, in alcuni casi abbandonando posizioni strategiche di leadership a livello internazionale. Eppure, nel secondo dopoguerra, c’è stato un periodo in cui uomini come Adriano Olivetti ed Enrico Mattei hanno avuto intuizioni profetiche sull’imprenditoria, sullo sviluppo economico e, per quel che riguarda Mattei, sulla necessità di elaborare e portare avanti una politica energetica che consentisse al paese di avere energia a basso costo e senza dipendere in modo eccessivo da potenze amiche, a cominciare dagli Stati Uniti. La ricerca, un’idea di capitalismo e di imprenditoria diversi da quelli anglosassoni, il confronto con i settori più innovativi della politica, dell’economia e della cultura, la collaborazione con Stati non allineati in un mondo che si divideva in blocchi e la forza di fare, per il bene del paese, anche scelte non gradite a un certo establishment, fanno di Olivetti e Mattei due riferimenti che, in questi tempi difficili, possono ancora essere importanti. Tra i tratti che li accomunavano c’era, senza dubbio, l’attenzione per il territorio e per le comunità ed è da questa concretezza che, probabilmente, si dovrebbe ricominciare. Mentre le teorie di David Ricardo, nel confronto con la realtà, non sempre hanno retto, la vita e l’attività di Olivetti e Mattei testimoniano che è possibile immaginare equilibri e vie di sviluppo diverse da quelle che paiono inevitabili, pur con tutti i limiti di ogni esperienza umana.
Quando le vie già battute non conducono da nessuna parte, non basta pensare fuori dagli schemi per superare le difficoltà, bisogna anche avere il coraggio di agire secondo criteri nuovi.
Il problema del libero scambio è che, nei fatti, non è mai stato libero: prevale sempre la legge del più forte
30 marzo 2025
Cuneo
Adriano Olivetti (foto Archivio Fondazione Adriano Olivetti)
Mentre le prospettive di dazi si fanno concrete e la preoccupazione per l’export italiano ed europeo verso gli Stati Uniti aumenta, può essere il caso di riflettere su alcune fragilità della teoria economica degli scambi internazionali e su esempi virtuosi di imprenditorialità.
Tra i principali fondamenti teorici della convenienza dello scambio c’è la “teoria dei costi comparati” di David Ricardo. L’intuizione dell’economista britannico, vissuto tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo, può essere riassunta nell’idea che, se nei vari paesi i costi di produzione sono diversi, allora conviene a entrambi commerciare. Per riprendere un esempio di Fabrizio Galimberti in “L’economia spiegata a un figlio”, si può immaginare che, in uno stato, si producano, in 100 ore, 200 paia di stivali e 900 maglie e, in un altro stato, 400 stivali e 700 maglie. Se il secondo stato sceglie la produzione degli stivali, concentrando in quel settore produttivo tutte le sue forze, in 100 ore otterrà 800 stivali e 0 maglie. Questo stato potrà trattenere la metà degli 800 stivali e vendere gli altri 400 per molte più maglie di quanto non avrebbe potuto produrre, perché nell’altro stato un paio di stivali vale come 4,5 maglie (dal momento che, in 100 ore, si producono 200 paia di stivali e 900 maglie). Si può, quindi, immaginare che vengano scambiati i 400 stivali per 900 maglie. Se il primo stato sceglie di produrre solo maglie e, quindi, 1800 maglie in 100 ore, alla fine del ciclo produttivo e dello scambio avrà 400 stivali (importati e scambiati con 900 maglie) e le 900 maglie residue; il secondo stato avrà attenuto 400 stivali (quelli non venduti) e 900 maglie (quelle scambiate con i 400 stivali).
Tutto bene, dunque e tutti felici con i loro stivali e con le loro maglie nuove. Non esattamente. Il problema del libero scambio, è che, nei fatti, non è mai stato libero.
La storia degli scambi internazionali, infatti, è costellata di imposizioni, secondo la più classica delle leggi e, cioè, quella del più forte. Chi ha potuto, ha sempre imposto le condizioni commerciali più convenienti per sé. Per riprendere l’esempio di Galimberti, a decidere quantitativi e prezzi di stivali e maglie, nella realtà commerciale internazionale, non è mai stata la libera contrattazione quanto, piuttosto, l’imposizione unilaterale.
In questo scenario, purtroppo, l’Europa, da un lato, non ha elaborato una adeguata strategia commerciale comune e, dall’altro lato ha ceduto o abbandonato settori importanti della tecnologia, in alcuni casi abbandonando posizioni strategiche di leadership a livello internazionale. Eppure, nel secondo dopoguerra, c’è stato un periodo in cui uomini come Adriano Olivetti ed Enrico Mattei hanno avuto intuizioni profetiche sull’imprenditoria, sullo sviluppo economico e, per quel che riguarda Mattei, sulla necessità di elaborare e portare avanti una politica energetica che consentisse al paese di avere energia a basso costo e senza dipendere in modo eccessivo da potenze amiche, a cominciare dagli Stati Uniti. La ricerca, un’idea di capitalismo e di imprenditoria diversi da quelli anglosassoni, il confronto con i settori più innovativi della politica, dell’economia e della cultura, la collaborazione con Stati non allineati in un mondo che si divideva in blocchi e la forza di fare, per il bene del paese, anche scelte non gradite a un certo establishment, fanno di Olivetti e Mattei due riferimenti che, in questi tempi difficili, possono ancora essere importanti. Tra i tratti che li accomunavano c’era, senza dubbio, l’attenzione per il territorio e per le comunità ed è da questa concretezza che, probabilmente, si dovrebbe ricominciare. Mentre le teorie di David Ricardo, nel confronto con la realtà, non sempre hanno retto, la vita e l’attività di Olivetti e Mattei testimoniano che è possibile immaginare equilibri e vie di sviluppo diverse da quelle che paiono inevitabili, pur con tutti i limiti di ogni esperienza umana.
Quando le vie già battute non conducono da nessuna parte, non basta pensare fuori dagli schemi per superare le difficoltà, bisogna anche avere il coraggio di agire secondo criteri nuovi.