editoriale

Quaresima tempo di penitenza? Sì, per fare il bene, difendere l’orfano e la vedova, cercare la giustizia!

09 marzo 2025

Cuneo

Colomba della pace con ramo d'ulivo Quaresima. Tempo di penitenza. È atteggiamento umano diffuso quello di chiedere perdono facendosi del male. Un bambino dell’asilo butta nella spazzatura la merenda del compagno e, pentitosi del gesto, butta via anche la propria. Potrebbe essere più sensato e fonte di rappacificazione condividerla, ma l’idea che ci viene è di mostrare il nostro pentimento facendoci del male. È l’ideaalle spalle della tradizione (diffusissima in tutto il mondo) del sacrificio come atto religioso. Penso di mostrare la sincerità della mia dedizione privandomi di qualcosa che potrebbe tornarmi utile, e in un modo che sia definitivo: ad esempio, uccidendo un animale che ho allevato e nutrito per mesi. È reazione umanissima e diffusa, tanto è vero che ha riconquistato terreno anche nel mondo cristiano, che pure dovrebbe conoscere un Dio che, in Gesù, offre la propria amicizia gratuitamente, senza alcuna condizione. È, non a caso, un atteggiamento che, strisciante, continua a infiltrarsi anche nelle nostre Quaresime. Mi tolgo qualcosa di piacevole, faccio un “fioretto”, un “sacrificio” appunto. Mi faccio del male, così da commuovere Dio. Su questo atteggiamento i profeti (quegli stessi che, pure, leggiamo all’inizio della Quaresima) sono abbastanza espliciti. «Non sarà che, come digiuno, preferisco che si sciolgano le catene ingiuste, che si liberino gli oppressi, che si spezzi ogni costrizione?». «Che m’importa dei vostri sacrifici senza numero? L’incenso che mi offrite mi dà la nausea. Piuttosto, imparate a fare il bene, difendete l’orfano e la vedova, cercate la giustizia!». Altre voci sembrerebbero rimpiangere però il deserto, la povertà, la fame. Sono le parole di Osea, di Isaia, che parlano del deserto come del luogo dell’essenzialità, della mancanza di ricchezza e di fronzoli. E quindi del posto in cui riscoprire ciò che è davvero essenziale, di cui davvero non si può fare a meno. Come due fidanzati che ricordano il tempo in cui non erano sicuri di avere soldi per comprarsi da mangiare... non rimpiangono la povertà, ma l’essenzialità che faceva loro scoprire che cosa conta davvero. Ecco allora che Quaresima e Ramadan (che quest’anno vengono vissuti in parte negli stessi giorni) arrivano ad assomigliarsi: se infatti vengono a volte superficialmente letti come tempo di rinuncia e fatica, possono in realtà servire a riscoprire che cosa davvero nella nostra vita è fondamentale. Togliendoci  qualcosa di superfluo, ci accorgiamo che possiamo farne a meno, ci riscopriamo più liberi e leggeri quando ci sembra di essere più poveri, come nello spirito di san Francesco. Togliendoci tutti i fronzoli e gli addobbi, torniamo a vedere le linee di fondo della nostra vita, quelle davvero importanti. E allora sì, davvero, saremo pronti per scoprirci amati e salvati nella Pasqua.  
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