editoriale

Il prezzo della democrazia: Gaza, Ucraina e la sfacciata prepotenza del portafoglio

08 marzo 2025

Cuneo

Trump-Zelensky (foto Ansa/Sir) (foto Ansa/Sir) Il durissimo confronto tra Zelensky e Trump (accompagnato, nella circostanza, dal vicepresidente Vance) è di quelli destinati a essere ricordati. I fatti e le circostanze sono noti e lo è, in particolare, che Zelensky si era recato negli Stati Uniti per sottoscrivere un accordo con il quale l’Ucraina si sarebbe impegnata a dare accesso agli Stati Uniti (o, meglio, a un fondo di investimento a maggioranza statunitense) a risorse naturali attualmente di proprietà dell’Ucraina, sebbene in territori insidiati dall’avanzata russa. Nel testo concordato dell’accordo-quadro era scomparso il riferimento alle cifre che Trump aveva indicato come adeguate a rimborsare gli Stati Uniti per lo sforzo sostenuto per il supporto dato a Kiev. Per quanto sia antipatico dirlo, e malgrado la consueta irruenza delle esternazioni del Presidente Trump, che ha accusato Zelensky di non essere ancora “pronto per la pace”, nello Studio Ovale, il 28 febbraio scorso, non si è parlato di pace o di democrazia, ma di soldi, molti soldi. Non bisogna essere ingenui, le ragioni economiche di molti conflitti, del passato e dei nostri giorni, sono evidenti. Quello che colpisce, però, questa volta, è che il costo dell’alleanza venga così espressamente dichiarato. Nelle poche settimane dall’insediamento della nuova amministrazione americana, tutto, o quasi, è stato monetizzato, oppure è stato indicato come oggetto di un possibile sfruttamento economico. Dalle risorse naturali ucraine all’idea della “Golden Card” per acquistare la cittadinanza americana per la “modica” cifra di cinque milioni di dollari, passando per l’ipotesi di trasformare la Striscia di Gaza in una specie di oasi per ricchi, con tanto di deportazione di centinaia di migliaia (nella migliore delle ipotesi) di palestinesi, la vera bussola del nuovo corso trumpiano pare essere una sfacciata prepotenza del portafoglio. Secondo alcuni commentatori, tutto questo sarebbe coerente con il comportamento che Trump ha sempre avuto, già dai suoi esordi nel mercato immobiliare newyorkese. Qualcuno sostiene che a Trump piace trattare “con la pistola sul tavolo”, da vero duro. Fortunatamente, almeno il tavolo, questa volta, è stato risparmiato e non si tratta di un tavolo qualsiasi perché, nello Studio Ovale, si trova (sempre che non sia stata spostata, come detto da alcuni) la celebre scrivania di Kennedy. L’immagine di Trump che aggredisce verbalmente, in quel modo un Presidente in carica di uno Stato sovrano invaso, da dietro la scrivania che fu dell’indimenticato JFK, sarebbe stata davvero troppo. Del resto, quanto capitato, è già sufficientemente avvilente. Evidentemente, alla Casa Bianca, non tutti ricordano che, all’indomani della crisi del 1929 e della grande depressione che ne seguì, un economista britannico di nome John Maynard Keynes fece notare all’allora Presidente Roosevelt che il mercato non era un meccanismo perfetto, che il pareggio di bilancio non era un dogma da difendere sempre e comunque e che è compito dello Stato intervenire nel sistema per sostenere l’occupazione, la domanda e, così, l’intero apparato produttivo. Il Presidente Roosevelt ascoltò Keynes e l’economia al servizio della politica (e non il contrario) risollevò gli Stati Uniti appena in tempo per sostenere lo sforzo bellico e contribuire, così, in modo decisivo alla vittoria sul nazifascismo. I grandi leader, come Franklin Delano Roosevelt, sanno scegliere i propri consiglieri e hanno una visione politica che va oltre gli interessi particolari e di piccolo cabotaggio. Sotto entrambi i punti di vista, gli esordi dell’amministrazione americana non sono dei più memorabili ma, in questo quadro per nulla rassicurante, potrebbero avere, almeno, il merito di mettere l’Europa di fronte alle proprie responsabilità e risvegliarla da un torpore che sa più di sonno profondo. Alla luce di quanto sta accadendo, infatti, il dato di realtà è che sugli Stati Uniti non si può più contare come si faceva in passato e che l’ “ognuno per sé” non conduce da nessuna parte se non tra le braccia di ben poco accoglienti superpotenze globali. Il prossimo futuro dirà quale sarà la risposta dell’Europa, ma pare sempre più urgente capire che la sopravvivenza dei valori democratici non può prescindere dalla riaffermazione che non tutto è in vendita, non tutto può essere comprato e che non si può permettere che le lobby dei mercanti di armi e dei grandi fondi speculativi dettino le agende politiche dei governi.
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