cultura
Colomba, la capacità di orientamento e il suo legame col nido
23 febbraio 2025
Cuneo
Il corvo, nei contesti rurali e montani, è stato a lungo guardato con un certo sospetto fino ad essere considerato come un nemico delle semine e dei raccolti. Al contrario invece gli abitanti di questi ecosistemi non hanno mai avuto problemi particolari con la colomba, che ha così finito per rivestire da sempre una valenza fortemente positiva: questo innanzitutto perché, essendo la sua carne considerata particolarmente prelibata, veniva allevata con cura nelle colombaie; e poi in quanto il suo guano era ritenuto un prezioso fertilizzante naturale. Per questo, contrariamente al corvo, la colomba era pensata come una sorta di alleata del contadino, capace di agevolarne il lavoro e di contribuire in qualche modo sia all’alimentazione delle famiglie rurali, sia dell’attività che esse prevalentemente svolgevano.
Tra le capacità delle colombe, sebbene per la funzione di queste ultime in relazione alla cova storicamente al ruolo di “piccioni viaggiatori” vennero più spesso adibiti i maschi, va comunque registrata una straordinaria capacità di orientarsi in volo e di saper tornare comunque al nido. Proprio questa abilità e resistenza nel percorrere in volo distanze incredibili, curiosamente unita al legame col nido, avrebbero dunque fatto della colomba un animale destinato a caricarsi col tempo di quella positività che ancora oggi nell’immaginario generale (piccioni cittadini a parte, ovviamente!) lo contraddistingue.
Associata nel contesto mesopotamico a Inanna e in quello egizio ad Iside, dee legate entrambe alla fertilità e alla bellezza, la colomba rispecchiava in qualche modo il tratto di fondo di queste due figure divine, esprimendo però parallelamente il legame tra terra e cielo. Questa simbologia della colomba trapassò in qualche modo nel mondo classico. In esso infatti la colomba era uno degli animali sacri di Afrodite, anche lei dea dell’amore, bellezza e fertilità, non senza assumere anche in questo contesto una funzione unitiva tra cielo e terra. Proprio questo consueto legame della colomba con il mondo del divino divenne strettissimo, al punto che la sua figura venne abbinata addirittura alla terza persona della Trinità: «Abbiamo dunque la Trinità – scrive sant’Agostino in una delle sue lettere - in certo qual modo distinta: il Padre nella voce, il Figlio nell’uomo e lo Spirito Santo nella colomba.” La colomba si trasforma dunque nel simbolo tangibile dello Spirito Santo che conferma la divinità di Cristo. Come appare confermato dai vangeli laddove Giovanni, al riguardo del battesimo di Cristo, testimonia di aver visto in quel momento «lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui» (Gv 1, 32). Fu su questa base che l’iconografia cristiana assunse l’immagine della colomba come simbolo dello Spirito Santo, inserendola in tutte le narrazioni neotestamentarie che lo evocano, estendendo la sua presenza dal battesimo di Cristo anche all’Annunciazione ed alla Pentecoste.
Fin dal primo prender forma dell’iconografia cristiana, quando ancora la rappresentazione della Trinità e delle sue tre persone appariva precluso, la colomba fu inserita comunque nell’iconografia relativa al concludersi del cosiddetto diluvio universale. Emblematica al riguardo è la scena, riferita proprio a questo episodio biblico, contenuta in una pittura murale risalente al II-IV secolo e conservata nella Catacomba di san Callisto a Roma (Fig. 1). Ed è proprio la presenza della colomba in questo affresco che ne fa il simbolo di speranza e di pace ritrovata. Dopo lunghi giorni di pioggia incessante nei quali le acque avevano ricoperto completamente la terra, per verificare se le acque si fossero ritirate, Noè liberò prima un corvo e poi una colomba. E se il primo non tornò più, «la colomba tornò invece da lui verso sera; ecco, essa aveva nel becco una foglia fresca di ulivo! Noè comprese allora che le acque si erano ritirate dalla terra». La colomba assume così, in questa specifica iconografia legata a Noè, il ruolo di segno tangibile della misericordia divina e della possibilità dell’umanità di riprendere la vita ordinaria che viveva prima di quel tragico evento. Quest’immagine tuttavia pone le basi che avrebbero fatto della colomba un simbolo universale di pace, pensata come condizione capace di ristabilire per uomini e animali, oltre che per l’intera creazione, una vita simile a quella precedente alla distruzione con cui Dio aveva colpito la terra.
Conservata come decorazione di un capitello posto al culmine di una colonna del trecentesco santuario del Santuario della Madonna del Carmine di Prunetto (Fig. 2), questa incisione tardo medievale del XIV secolo raffigura un uccello dal becco lungo e sottile, sul punto di beccare alcuni frutti da un albero o prenderli nel becco stesso per portarli altrove. Siccome la forma di questi frutti è assai prossima a quella delle olive, non è da escludere che la presenza di questa immagine sul capitello rimandi alla pittura murale precedentemente considerata: potrebbe cioè trattarsi della colomba inviata da Noè, rappresentata nell’atto di prelevare il ramo di ulivo da portare all’uomo che l’aveva fatta uscire dall’arca affinché al suo ritorno lo informasse dell’eventuale fine del diluvio. E tuttavia, pur essendo questa lettura della figura della colomba scolpita sul capitello della chiesa di Prunetto del tutto legittima, non ci si può nascondere che, probabilmente, la simbologia celata dietro questa immagine vada ben oltre l’immediatezza della sua interpretazione in una chiave strettamente biblica. È probabile cioè che le forme di questo volatile nascondano, pur rilette in una chiave tutta cristiana, antiche risonanze pagane nelle quali la colomba era simbolo di fertilità e rigenerazione. Ed è forse proprio a questa rigenerazione, cristianamente interpretata come redenzione, che la colomba qui rappresentata allude, diventando così simbolo di quel paradiso cui l’anima, attratta da Dio, tende.
La presenza della colomba nell’iconografia cristiana tardomedievale cuneese, massicciamente rilevabile nelle numerose rappresentazioni dell’Annunciazione, acquisisce anche un suo ruolo specifico nelle più rare iconografie dedicate al battesimo di Cristo. Questo significativo momento del Nuovo Testamento, nella rappresentazione fattane da Johane Petro nell’affresco quattrocentesco inserito nella decorazione dell’Abbazia dei santi Colombano e Pietro a Pagno (Fig. 3), ha ovviamente come suo fulcro Cristo nell’atto di venire battezzato da Giovanni il Precursore. Ma sull’asse centrale dell’opera, lungo una linea immaginaria che collega il Padre al Figlio, e dunque le prime due persone della Trinità, a trovare posto è proprio la colomba che esprime l’essenza stessa della terza persona trinitaria: lo Spirito Santo. La colomba collocata proprio sopra il capo di Gesù, indica qui la consacrazione del Figlio da parte del Padre attuata nel riconoscimento del suo costituirsi come «il mio figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto» (Mt 3, 17). Ma anche in questo caso l’interpretazione può essere spinta oltre, nel senso che la sua presenza nella scena non è soltanto funzionale al manifestarsi del Figlio come Dio, ma si configura anche come una reale epifania dello Spirito. E cioè come la stessa rivelazione al mondo della terza persona della Trinità come forza vivificante e santificatrice.