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Chiara, l’infermiera che sostiene i malati

22 febbraio 2025

Cuneo

I suoi occhi sorridono alla vita e lei è una infermiera che sostiene con tanti gesti di attenzione le persone malate. Chiara Perona è nata a Savigliano il 2 settembre 1978 e vive a Villanovetta di Verzuolo: “Mia madre si chiama Stefania Cuniglio e faceva l’impiegata, mentre mio padre Dario Perona è morto il 16 maggio 2015: lavorava come cassiere alla Cassa di risparmio di Saluzzo”. Che ricordi ha di suo padre? “Era una persona splendida che mi ha insegnato un mucchio di cose! Un papà molto presente, molto dolce e anche quando doveva sgridarmi non alzava mai la voce... Scriveva anche poesie, ecco alcuni passaggi dell’ultima che aveva composto: ‘Due lacrime calde mi cadono sul viso/ come luci della notte più scura/ sento sopra di me il calore di un sorriso/ ora posso andare e non ho più paura’ ”. Le scuole? “Le Elementari e le Medie a Verzuolo, poi Ragioneria a Saluzzo (come mio padre), quindi un anno di Università a Torino e ho lavorato 4 anni in una ditta di Piasco come operaia: ero alla ricerca della mia strada. Nel 2002 è mancata la mia nonna materna Rita e ho pensato che dovevo fare qualcosa per me e per gli altri. Così ho deciso di fare l’infermiera e mi sono laureata nel 2005”. Da bambina cosa sognava di fare? “Mi piacevano gli animali e l’idea di fare l’infermiera: questo mio sogno si è realizzato!”. Il primo impatto con l’ospedale? “Era il 16 dicembre del 2005, facevo il mattino, nel nosocomio di Saluzzo. Ero un po’ spaventata: invece sono stata accolta bene in Ortopedia e il collega Gianluca mi aveva insegnato l’arte di fare bene le medicazioni. Il mio primo tirocinio l’avevo fatto con i malati terminali dell’Hospice di Busca: esperienza dura, ma bellissima e molto arricchente dal punto di vista umano”. Il Covid cosa ha rappresentato per voi? “Momenti complicati e terribilmente difficili! Il 12 marzo 2020 abbiamo aperto a Saluzzo il reparto Covid, di notte. Noi eravamo già allertati, ma gli spazi dovevano essere urgentemente adeguati. Era una situazione molto critica, nella quale a Torino gli ospedali non riuscivano più ad ospitare tutti i malati. Io lavoravo in Medicina: tutti i malati di quel reparto li avevamo dovuti spostare di fretta, piangendo, a Savigliano. Così quello di Saluzzo in tempi velocissimi era diventato un ospedale Covid, per quel virus maledetto”. Eravate attrezzati per affrontare quell’emergenza? “No, agli inizi eravamo impreparati e non sapevamo come affrontare il virus sconosciuto, che aveva già ucciso milioni di persone nel mondo. Avevamo adottato tutte le procedure standard di sicurezza per le patologie respiratorie. I coordinatori e gli infermieri con i medici lavoravano notte e giorno per affrontare al meglio l’emergenza. Ci siamo impegnati tutti a fondo per assistere in modo adeguato i malati. Nella Rianimazione c’erano anche medici e infermieri militari”. Ha avuto paura? “Sì. Paura di non essere all’altezza, paura di non aiutare come volevo i pazienti, paura di trasmettere il virus ai miei familiari. Avevo paura delle persone che morivano… Ho visto morire tante persone da sole: ed allora io cercavo di stare vicino più che potevo loro, che ci vedevano arrivare, imbardati come degli astronauti. I loro parenti non potevano entrare in ospedale, un piccolo aiuto l’hanno dato i tablet donati, per permettere delle video chiamate tra i malati e i loro cari…”. Una situazione difficile che ricorda? Chiara Perona si commuove: “Un signore che stava già abbastanza bene. Poi piano piano è crollato per il virus. Mi aveva chiesto da bere ed io allora dovevo svitare il suo casco. E lui: ‘No, non mi tolga il casco. Va bene così, sennò non respiro più!’. L’ho accompagnato in Rianimazione, da dove lui però non è più uscito. Aveva 72 anni”. Come sanitari vi sostenevate a vicenda? “Sì, erano frequenti i momenti di confronto per fare il punto della situazione, sul come lavoravamo, sui diversi problemi da affrontare. Una psicologa ci sosteneva in modo efficace”. Quanto tempo è durata l’emergenza Covid a Saluzzo? “Dal 12 marzo 2020 al 4 dicembre 2024, quando il Reparto è stato chiuso”. Un incontro indimenticabile? “Quel paziente che è arrivato tra i primi, allo scoppio del Covid. Uno dei pochi che è uscito vivo dalla Rianimazione. Lo ricordo perché ci abbracciava tutti quando aveva ripreso a camminare dicendoci: ‘Avete fatto il miracolo!’. Io sono dovuta andare via di corsa, perché non trattenevo le lacrime…Arrivava da Alessandria, ma non ho avuto più sue notizie”. Un momento toccante? “Sono tanti. Quando un paziente ci dice che noi infermieri siamo i suoi angeli! Quando ci ringrazia, o ci porta le caramelle… E’ il nostro lavoro, che facciamo tutti i giorni: ma se fatto con il cuore, è un’altra cosa! Non dobbiamo mai dimenticare che davanti a noi abbiamo degli esseri umani e a volte da banali chiacchierate vengono fuori i loro dolori, il loro vissuto, le loro aspettative, i loro problemi. Io cerco sempre di stare vicino più che posso ai malati!”. I momenti più difficili? “Quando ho a che fare con delle persone che sono alla fine delle loro esistenze. Non mi sono mai abituata a vedere morire le persone, al di là della loro età. Sovente mi affeziono a loro”. La sua famiglia? “Marco, medico ortopedico, è mio marito. I nostri figli: Luca che ha 10 anni e Elena, 8 anni. Mia mamma Stefania e i miei suoceri Piero e Rita. Io devo conciliare gli impegni familiari con il lavoro, per fortuna c’è mia madre, un sostegno enorme e davvero prezioso”. Stiamo assistendo allo sfascio della Sanità pubblica: voi in che condizioni lavorate? “In Medicina a Saluzzo siamo abbastanza a posto, con il coordinatore che lavora bene”. E quando per prenotare esami necessari ci vanno mesi o anni? “E’ un problema reale. Ma non dipende da noi, sono i frutti delle decisioni dei politici, prese ai piani alti”. Il futuro dell’Ospedale di Saluzzo? “Sicuramente ha avuto un ruolo importante, per chi vive ai piedi del Monviso. Poi è stato negli anni ridimensionato, con la chiusura di diversi reparti. Io comunque sono ottimista sul suo futuro, ci sono tanti progetti interessanti e mi auguro che alle promesse seguano i fatti”. Il mondo di oggi? “Non mi piace, ci sono troppi egoismi e tante persone non si preoccupano degli altri. Anche grazie ai telefonini e ai tablet, non ci sono più rapporti sociali e le comunicazioni verbali fra i giovani sono sovente sparite. Che mondo lasciamo a chi verrà dopo di noi? ”. Cosa mette al primo posto nella sua vita? “La famiglia, e l’Ospedale (la mia seconda famiglia!)”. In cosa crede? “In Dio: sono cattolica praticante. Non sempre riesco ad andare a Messa, ma sovente prego la Madonna. E nel mio cuore c’è don Diego Bona: avevo 12 anni e c’era la festa dei giovani, il 25 aprile a Saluzzo. Dopo la Messa allegra in musica da lui celebrata, don Diego aveva preso lo zaino con i panini e si era seduto per terra insieme a noi ragazzi, a mangiarli. Aveva un sorriso magnifico e una dolcezza infinita... Che vescovo!”.
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