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Augusto del sartur

15 febbraio 2025

Cuneo

Augusto Brun Per tutti, in valle Varaita, è ‘Augusto del sartur’. Augusto Brun è nato il 20 febbraio 1941 a Bellino e oggi vive a Casteldelfino: “Mio papà si chiamava Giacomo Antonio ed era originario di Chiazale, mia mamma era Margherita Levet ed era di Pleyne. Eravamo cinque figli, tre fratelli e due sorelle: io sono il secondogenito, loro sono già tutti andati all’altro mondo. Penso sovente a loro e mi fa un certo effetto pensare che sono rimasto solo più io, e ho 84 anni”. Con cosa giocava da bambino? “C’era niente, allora! I nostri erano giochi semplici. Giocavo con il cavallino di legno che mi aveva portato Gesù Bambino, che passava sempre a Natale, ma era un po’ di manica stretta… Forse aveva smarrito il mio indirizzo di casa! Da bambino a 8 anni andavo già al pascolo, accompagnando le mucche dei miei zii a Sant’Anna di Bellino. Di mattina bevevo il latte appena munto e mangiavo il pane di segale: lo cuocevano in autunno, poi lo facevano seccare. Con ‘lou gral’ le briciole del pane finivano nella tazza del latte, preparato da una mia zia. E al pascolo mangiavo la ‘tuma’ con una fetta di pane”. Le feste che facevate a Carnevale? “Ricordo bene i ‘Magnin’: andavamo in giro fra le case di tutte le borgate del paese con i volti sporchi di cenere, la gente ci dava delle uova (o della farina), di sera mangiavamo tutti insieme la frittata e la polenta, facendo festa. Uno di noi suonava la fisarmonica e la gente offriva anche il vino”. Cosa è successo un giorno? “Volevamo entrare in una casa per sporcare con la cenere due ragazze, che quando ci hanno visti sono scappate in camera. Sulla porta di casa c’era la loro madre: noi non ci siamo osati ad entrare, perché lei non voleva! Alla fine ci ha detto, con i pugni chiusi: ‘Vi avrei dato le due uova che avevo nelle mie mani... ma ora non ci sono più!’. E così siamo andati via senza le uova”. Le scuole? “Ho studiato fino alla quinta Elementare a Casteldelfino, eravamo due pluriclassi: una quindicina di bambini per classe. Ho avuto come maestri Chiaffredo Bernard e sua moglie Caterina Vignolo: insegnanti bravi e capaci”. Lei ha conosciuto la povertà? “La fame per fortuna non l’ho mai patita. Ricordo che quando eravamo piccolini c’era la tessera del Fascio e per noi, essendo cinque bambini, lo zucchero c’era. I miei parenti erano tutti di Bellino e a Sant’Anna i fratelli di mio padre avevano una baita. Nella seconda guerra mondiale, ricordo che nel Varaita erano finiti degli autocarri bruciati. Un giorno le SS avevano portato via una mula ai miei parenti”. Ricorda don Bartolomeo Ruffa? “Io sono nato a Pleyne nella stalla e don Ruffa mi aveva battezzato! Era un personaggio, un prete in gamba. Una delle sue suore (che hanno fatto un prezioso servizio ai montanari) era Maria Maddalena Brun, una sorella di mio papà. All’inizio avevano le mucche e hanno aiutato tanto i montanari”. Il mestiere di sarto? “Io osservavo mio padre e gli davo una mano a cucire. Sono stato con i miei fino a 30 anni, allora c’era tanta gente e tanto lavoro… con la gente arrivava dai paesi della Castellata. Il sarto è un mestiere che richiede grande pazienza e grande precisione. Allora a Sampeyre ce ne erano due, ma poi con lo spopolamento della montagna questi mestieri sono scomparsi”. Che effetto le fa pensare alla Casteldelfino di una volta e al paese di oggi? “Allora le case erano piene di gente, tutte abitate. Adesso d’inverno, se attraversi il paese, non incontri anima viva: e questo mi fa effetto. Anche il meteo è cambiato, non nevica più e tutto è più complicato”. Che lavori ha fatto nella sua vita? “Quando avevo 30 anni, sono andato a lavorare a Saluzzo nella Tessitura della Miroglio in via Lagnasco: c’erano dei macchinari che lavoravano il poliestere e io facevo l’operaio. Vivevo a Saluzzo con il mio fratello Battista, che faceva il portalettere a Barge”. Il Covid? “Quando c’è stato il Covid e Conte in tv aveva detto che non si poteva più uscire di casa, di sera alle 23 ho staccato il frigo nell’alloggio di Saluzzo e sono partito con l’auto per tornare a vivere qui. Meglio l’aria di qui e la libertà! Attraversavo i prati di nascosto per raggiungere la casa di alcuni miei amici, per mangiare un boccone insieme, evitando di percorrere la strada provinciale, dove c’erano sovente i Carabinieri che facevano i controlli…”. Il futuro della Valle Varaita come lo vede? “Non so cosa rispondere. I pastori di Bellino ricevono degli aiuti. Il turismo è in difficoltà in alta Valle”. Il mondo di oggi? “Non mi piace per nulla. Quando vedo in televisione molte guerre che si combattono, con tanta povera gente che muore, sto davvero male”. Cosa è importante per lei nella vita? “La salute è al primo posto, con le amicizie. Ho subito cinque interventi chirurgici, ma sto abbastanza bene. Io non mi sono mai sposato… perché non è successo! Oggi che sono anziano a volte la solitudine un po’ mi pesa, ma la mia vita è andata così”. Il suo primo pensiero quando apre gli occhi di mattina? “È quello di preparare il caffè. Di giorno traffico”. In cosa crede? “Sono cattolico e penso che Dio esiste. E spero di riabbracciare in Paradiso i miei cari”. La sua qualità più bella? “Non so se c’è!”. E il suo difetto più grande? “C’è una signora che mi dice che ho la testa dura!”.
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