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Enrico Sabena: l’hobby della musica trasformato in un bel lavoro

01 febbraio 2025

Cuneo

Enrico Sabena “Per me, la musica è un hobby che si è trasformato in un bel lavoro. Sono nato a Cuneo nel 1969 e vivo a Saluzzo”: a parlare, è Enrico Sabena. La sua famiglia d’origine?  “Mio padre è Giorgio Sabena, bancario di Saluzzo (oggi diacono). Mia madre era Paola Bogetti di Venasca, insegnante, che ha già lasciato questa terra. Ho una sorella, Chiara, che vive in comunità a Torino e un fratello, Marco, che vive a Saluzzo”.  Che ricordi ha di sua madre? “Mia mamma è mancata nel 2002 di tumore. Mi porto dentro il suo sorriso e la sua dolcezza: nei due anni di sofferenza non ho mai sentito un suo lamento!”. Che studi ha fatto?  “Ho fatto il Liceo Scientifico e, parallelamente, gli studi di Conservatorio (pianoforte, che ho interrotto al settimo anno). L’università no: non c’era nessuna facoltà che servisse per davvero a lavorare nel settore in cui opero, che è in continua evoluzione. E anche il Conservatorio (che ho interrotto al settimo anno) era inutile. Io oggi scrivo e produco musica per cinema, tv e pubblicità: il percorso me lo sono costruito sul campo. Ho unito competenze musicali e competenze tecniche di studio di registrazione. Inoltre ho studiato anche scrittura e storytelling, e varie tecniche registiche (dalla sceneggiatura al montaggio video): per lavorare per il cinema, e relazionarti con registi e produttori, devi avere un background a 360 gradi. Io vengo chiamato a lavorare perché il settore sa che sono affidabile, e che mi sono creato un gusto artistico tutto mio che metto al servizio dei progetti, valorizzandoli”.  Cosa rappresenta per lei la musica? “Per me la musica è un hobby che si è trasformato in un un bel lavoro, nonostante lo stress e le complessità che emergono in ogni fase di lavorazione (ogni progetto è unico). Il lato negativo: ho perso un hobby bellissimo. Ci tengo a sottolineare che il mio lavoro nella musica si discosta da ciò che comunemente si intende: per la gente, un ‘musicista’ nel senso stretto del termine è colui che suona in giro oppure insegna. Invece io non faccio né l’uno, né l’altro: mi considero piuttosto un ‘animale da studio’: una figura poliedrica in cui convivono le figure di compositore, produttore musicale e ‘editore di me stesso’. Ognuna di queste identità emerge al momento opportuno, secondo le necessità”. La fatica più grande?  “Ogni giorno devo conciliare i ritmi di lavoro (spesso frenetici e imprevedibili) con la quotidianità della famiglia (ho due figlie, di 12 e 10 anni). La soddisfazione più grande: quando riesco a farlo!”.  Lei ha composto le musiche per il film ‘Onde di terra’: che storia racconta? “Il film indipendente ‘Onde di terra’ racconta uno spaccato di vita delle Langhe degli anni ‘70 attraverso una storia accattivante e commovente di ‘bacialè’ (mediatori di matrimonio): una ragazza calabrese sale in Alta Langa per sposare un giovane conosciuto soltanto via lettera, per scoprire, dopo il matrimonio, che le lettere erano scritte da un altro uomo. Un film che riesce a descrivere un’intera società, quella delle Langhe degli anni ‘70, e lo fa in modo universale, in modo da essere fruibile a livello nazionale. Io ho composto musiche evocative in modo tale da seguire la narrazione (quasi come un personaggio aggiunto) e condurre l’intera storia in una dimensione poetica”. Lei racconta che non si stufa a rivederlo: come mai? “Questo film ci piace definirlo come ‘un atto d’amore verso il cinema d’essai’. Ci sono film che vengono fuori solo ogni 15-20 anni per una qualche congiuntura astrale, e restano nella memoria collettiva: molte persone, anche professionisti del settore, ci hanno espresso questo concetto, e ne siamo orgogliosi, e anche un po’ increduli. Però quello che sta succedendo, l’enorme consenso di pubblico ottenuto, è sincero: il film piace, nella sua semplicità, si fa vedere e rivedere, ci scrive la gente ‘ogni volta ho scoperto cose nuove’, ‘mi avete fatto rivivere la mia infanzia’, e via dicendo... Ora il film ha iniziato a ottenere premi e riconoscimenti, però il premio più importante sono proprio questi messaggi della gente!”.    Oggi è difficile il mestiere di padre? “Il mestiere di padre è difficile. Anche qui impari solo sul campo, ma è il mestiere più difficile del mondo, perché ti senti sempre inadeguato. Il mondo di oggi mi piace di meno di quello di ieri. È un mondo decadente, sia dal punto di vista sociale che culturale. E la ‘rivoluzione digitale’ non ha aiutato, anzi. Però bisogna imparare a conviverci, e fare la propria parte”.  In cosa crede? “Credo che c’è una speranza che non può morire: un mondo che riesce ad andare avanti, tutti insieme, al di là di tutte le cose che possono dividere. Siamo tutti fratelli, nonostante quello che la realtà ci fa vedere quotidianamente”.  
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