(foto Pixabay)
Siamo a inizio anno. Chi di noi non ha consultato un oroscopo per sapere come andrà? E anche tra chi non è andato a cercarli, chi di noi è riuscito a non incrociarne nessuno? Di certo non crediamo a quelle parole, ma intanto ci confortano, ci danno coraggio. E quante volte, incontrando una persona nuova, ci informiamo sul suo segno zodiacale?
Non sono invenzioni moderne. Anzi, chi ha scritto la Bibbia si trovava gli oroscopi già ben strutturati e noti: sono i Babilonesi ad aver “inventato” le 12 costellazioni come segni del nostro destino, tanto è vero che dal punto di vista astrologico i loro calcoli non funzionano più in ogni particolare, perché il punto di vista da cui guardiamo l’universo è un po’ cambiato.
E se è vero che, proprio nei confronti di indovini e cartomanti alcuni passi biblici sono molto pesanti, invocando la loro eliminazione dal popolo e rimproverando chi, come il re Saul, li va a cercare, è altrettanto vero che si tratta di poche pagine, non cruciali.
La risposta biblica, di fronte a una questione che gli autori del Primo Testamento conoscevano molto bene, si muove più in profondità. È la reazione del primo capitolo della Genesi, che presenta un Dio buono che crea ogni cosa, compresi quel sole e luna che, lungi dall’essere potenti divinità, sono come dei grandi orologi, messi lì per calcolare le ore del giorno e della notte... E lo stesso creatore non li minaccia né li sente come suoi concorrenti, ma anzi li stima una cosa buona. E gli astri, altra cosa buona, sembrano essere messi lì semplicemente per bellezza... Nessun timore di vedere minacciato il proprio essere Signore, nessun disprezzo o svalutazione.
Ma c’è un’altra pagina ancora più pregnante e significativa, nel primo incontro faccia a faccia di Dio con Mosè, sul monte Sinai, quando colui che era cresciuto alla corte del faraone ed era poi fuggito, per sposare, sì, la figlia di un sacerdote, ma ridotto a esserne il servo che porta al pascolo le greggi nel deserto, si avvicina a vedere come mai un rovo brucia senza consumarsi, e si sente chiamato a una missione che non vorrebbe assumersi. “Non mi ascolteranno, non so parlare, non mi crederanno, il faraone è più potente di me...”.
Tra le obiezioni di Mosè, c’è anche che non conosce il nome di Dio. E Dio risponde, ma in un modo sorprendente.
Per una volta, è utile avere qualche nozione della lingua in cui sono scritti quei testi. Noi italiani, infatti, pensiamo che sia assolutamente fondamentale situare le nostre frasi nel tempo. Il nostro sistema verbale è ricchissimo di sfumature anche molto raffinate per capire quando è accaduta un’azione. Restiamo quindi spiazzati quando scopriamo che in ebraico i tempi sono due, che secondo noi è meno del minimo sindacale. In effetti non sono veri e propri tempi, ma indicano un’azione momentanea, che finisce (spesso tradotto come un passato) o un’azione che prosegue, che dura (spesso tradotto con un futuro). Dio, nella sua risposta, utilizza questa seconda forma: “Sono ciò che sono”, o anche “Sarò ciò che sarò”, o “Continuerò ad essere ciò che sono”.
Il senso, chiaramente, rimanda alla continuità, e al dover scoprire chi è a partire da ciò che farà, standogli insieme. In un modo non troppo letterale, potremmo tradurlo con “Io ci sarò”. «Dirai proprio così agli Ebrei: “Io-ci-sarò mi ha mandato a voi”». È la più seria e impegnativa promessa che gli esseri umani possano farsi: “Io ti resterò accanto”. È vero che vorremmo evitare a chi amiamo ogni sofferenza e pericolo o ansia, ma sappiamo di non poterlo fare. Ma possiamo garantire che non resteranno soli. È quello che fa Dio.
E può stupire, allora, notare che la più impegnativa autopresentazione di Dio, in un solenne momento in cui convoca il più grande di tutte le guide del popolo... è la più profonda delle promesse umane. Di fronte alla legittima paura e al desiderio di tenere sotto controllo il futuro (a questo ci servono oroscopi e indovini), la risposta del Dio della Bibbia è la più profondamente umana che potremmo immaginarci, non una garanzia, ma una promessa: «Io ci sarò, sarò con voi». Vero antidoto a ogni superstizione.
editoriale
(foto Pixabay)
Siamo a inizio anno. Chi di noi non ha consultato un oroscopo per sapere come andrà? E anche tra chi non è andato a cercarli, chi di noi è riuscito a non incrociarne nessuno? Di certo non crediamo a quelle parole, ma intanto ci confortano, ci danno coraggio. E quante volte, incontrando una persona nuova, ci informiamo sul suo segno zodiacale?
Non sono invenzioni moderne. Anzi, chi ha scritto la Bibbia si trovava gli oroscopi già ben strutturati e noti: sono i Babilonesi ad aver “inventato” le 12 costellazioni come segni del nostro destino, tanto è vero che dal punto di vista astrologico i loro calcoli non funzionano più in ogni particolare, perché il punto di vista da cui guardiamo l’universo è un po’ cambiato.
E se è vero che, proprio nei confronti di indovini e cartomanti alcuni passi biblici sono molto pesanti, invocando la loro eliminazione dal popolo e rimproverando chi, come il re Saul, li va a cercare, è altrettanto vero che si tratta di poche pagine, non cruciali.
La risposta biblica, di fronte a una questione che gli autori del Primo Testamento conoscevano molto bene, si muove più in profondità. È la reazione del primo capitolo della Genesi, che presenta un Dio buono che crea ogni cosa, compresi quel sole e luna che, lungi dall’essere potenti divinità, sono come dei grandi orologi, messi lì per calcolare le ore del giorno e della notte... E lo stesso creatore non li minaccia né li sente come suoi concorrenti, ma anzi li stima una cosa buona. E gli astri, altra cosa buona, sembrano essere messi lì semplicemente per bellezza... Nessun timore di vedere minacciato il proprio essere Signore, nessun disprezzo o svalutazione.
Ma c’è un’altra pagina ancora più pregnante e significativa, nel primo incontro faccia a faccia di Dio con Mosè, sul monte Sinai, quando colui che era cresciuto alla corte del faraone ed era poi fuggito, per sposare, sì, la figlia di un sacerdote, ma ridotto a esserne il servo che porta al pascolo le greggi nel deserto, si avvicina a vedere come mai un rovo brucia senza consumarsi, e si sente chiamato a una missione che non vorrebbe assumersi. “Non mi ascolteranno, non so parlare, non mi crederanno, il faraone è più potente di me...”.
Tra le obiezioni di Mosè, c’è anche che non conosce il nome di Dio. E Dio risponde, ma in un modo sorprendente.
Per una volta, è utile avere qualche nozione della lingua in cui sono scritti quei testi. Noi italiani, infatti, pensiamo che sia assolutamente fondamentale situare le nostre frasi nel tempo. Il nostro sistema verbale è ricchissimo di sfumature anche molto raffinate per capire quando è accaduta un’azione. Restiamo quindi spiazzati quando scopriamo che in ebraico i tempi sono due, che secondo noi è meno del minimo sindacale. In effetti non sono veri e propri tempi, ma indicano un’azione momentanea, che finisce (spesso tradotto come un passato) o un’azione che prosegue, che dura (spesso tradotto con un futuro). Dio, nella sua risposta, utilizza questa seconda forma: “Sono ciò che sono”, o anche “Sarò ciò che sarò”, o “Continuerò ad essere ciò che sono”.
Il senso, chiaramente, rimanda alla continuità, e al dover scoprire chi è a partire da ciò che farà, standogli insieme. In un modo non troppo letterale, potremmo tradurlo con “Io ci sarò”. «Dirai proprio così agli Ebrei: “Io-ci-sarò mi ha mandato a voi”». È la più seria e impegnativa promessa che gli esseri umani possano farsi: “Io ti resterò accanto”. È vero che vorremmo evitare a chi amiamo ogni sofferenza e pericolo o ansia, ma sappiamo di non poterlo fare. Ma possiamo garantire che non resteranno soli. È quello che fa Dio.
E può stupire, allora, notare che la più impegnativa autopresentazione di Dio, in un solenne momento in cui convoca il più grande di tutte le guide del popolo... è la più profonda delle promesse umane. Di fronte alla legittima paura e al desiderio di tenere sotto controllo il futuro (a questo ci servono oroscopi e indovini), la risposta del Dio della Bibbia è la più profondamente umana che potremmo immaginarci, non una garanzia, ma una promessa: «Io ci sarò, sarò con voi». Vero antidoto a ogni superstizione.
Oroscopi, costellazioni e la ricerca di una risposta alle nostre paure
12 gennaio 2025
Cuneo
(foto Pixabay)
Siamo a inizio anno. Chi di noi non ha consultato un oroscopo per sapere come andrà? E anche tra chi non è andato a cercarli, chi di noi è riuscito a non incrociarne nessuno? Di certo non crediamo a quelle parole, ma intanto ci confortano, ci danno coraggio. E quante volte, incontrando una persona nuova, ci informiamo sul suo segno zodiacale?
Non sono invenzioni moderne. Anzi, chi ha scritto la Bibbia si trovava gli oroscopi già ben strutturati e noti: sono i Babilonesi ad aver “inventato” le 12 costellazioni come segni del nostro destino, tanto è vero che dal punto di vista astrologico i loro calcoli non funzionano più in ogni particolare, perché il punto di vista da cui guardiamo l’universo è un po’ cambiato.
E se è vero che, proprio nei confronti di indovini e cartomanti alcuni passi biblici sono molto pesanti, invocando la loro eliminazione dal popolo e rimproverando chi, come il re Saul, li va a cercare, è altrettanto vero che si tratta di poche pagine, non cruciali.
La risposta biblica, di fronte a una questione che gli autori del Primo Testamento conoscevano molto bene, si muove più in profondità. È la reazione del primo capitolo della Genesi, che presenta un Dio buono che crea ogni cosa, compresi quel sole e luna che, lungi dall’essere potenti divinità, sono come dei grandi orologi, messi lì per calcolare le ore del giorno e della notte... E lo stesso creatore non li minaccia né li sente come suoi concorrenti, ma anzi li stima una cosa buona. E gli astri, altra cosa buona, sembrano essere messi lì semplicemente per bellezza... Nessun timore di vedere minacciato il proprio essere Signore, nessun disprezzo o svalutazione.
Ma c’è un’altra pagina ancora più pregnante e significativa, nel primo incontro faccia a faccia di Dio con Mosè, sul monte Sinai, quando colui che era cresciuto alla corte del faraone ed era poi fuggito, per sposare, sì, la figlia di un sacerdote, ma ridotto a esserne il servo che porta al pascolo le greggi nel deserto, si avvicina a vedere come mai un rovo brucia senza consumarsi, e si sente chiamato a una missione che non vorrebbe assumersi. “Non mi ascolteranno, non so parlare, non mi crederanno, il faraone è più potente di me...”.
Tra le obiezioni di Mosè, c’è anche che non conosce il nome di Dio. E Dio risponde, ma in un modo sorprendente.
Per una volta, è utile avere qualche nozione della lingua in cui sono scritti quei testi. Noi italiani, infatti, pensiamo che sia assolutamente fondamentale situare le nostre frasi nel tempo. Il nostro sistema verbale è ricchissimo di sfumature anche molto raffinate per capire quando è accaduta un’azione. Restiamo quindi spiazzati quando scopriamo che in ebraico i tempi sono due, che secondo noi è meno del minimo sindacale. In effetti non sono veri e propri tempi, ma indicano un’azione momentanea, che finisce (spesso tradotto come un passato) o un’azione che prosegue, che dura (spesso tradotto con un futuro). Dio, nella sua risposta, utilizza questa seconda forma: “Sono ciò che sono”, o anche “Sarò ciò che sarò”, o “Continuerò ad essere ciò che sono”.
Il senso, chiaramente, rimanda alla continuità, e al dover scoprire chi è a partire da ciò che farà, standogli insieme. In un modo non troppo letterale, potremmo tradurlo con “Io ci sarò”. «Dirai proprio così agli Ebrei: “Io-ci-sarò mi ha mandato a voi”». È la più seria e impegnativa promessa che gli esseri umani possano farsi: “Io ti resterò accanto”. È vero che vorremmo evitare a chi amiamo ogni sofferenza e pericolo o ansia, ma sappiamo di non poterlo fare. Ma possiamo garantire che non resteranno soli. È quello che fa Dio.
E può stupire, allora, notare che la più impegnativa autopresentazione di Dio, in un solenne momento in cui convoca il più grande di tutte le guide del popolo... è la più profonda delle promesse umane. Di fronte alla legittima paura e al desiderio di tenere sotto controllo il futuro (a questo ci servono oroscopi e indovini), la risposta del Dio della Bibbia è la più profondamente umana che potremmo immaginarci, non una garanzia, ma una promessa: «Io ci sarò, sarò con voi». Vero antidoto a ogni superstizione.