(foto Pixabay)
L’importanza dei temi legati alla sostenibilità è nota, anche se è sempre presente, talvolta sottotraccia, la tentazione di dimenticarne l’urgenza. La complessità dell’argomento deriva anche dal fatto che la sostenibilità di cui si parla riguarda ambienti antropizzati, cioè connotati dalla presenza, non sempre rispettosa, di noi esseri umani. È oramai acquisita, anche a livello costituzionale, la dimensione ultra-generazionale del tema. Il fatto che la Costituzione, come modificata nel 2022, stabilisca che la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi sia anche nell’interesse delle future generazioni rappresenta un passaggio giuridico e culturale di grande importanza. Lo sguardo della norma fondamentale del nostro sistema e, così, tutto l’ordinamento giuridico (che deve uniformarsi al dettato costituzionale) si è aperto verso il futuro.
Una lettura limitata ai soli rapporti tra uomo e ambiente, tuttavia, per quanto necessaria e importante, rischia di trascurare un’altra delle dimensioni della sostenibilità e, cioè, quella della sostenibilità sociale, sempre di attualità.
Accanto alle dimensioni della sostenibilità economica e ambientale, quella sociale è focalizzata sulla giustizia e sull’equità. Per quanto possa apparire paradossale, infatti, anche società fondate sull’ingiustizia possono essere sostenibili dal punto di vista economico e ambientale. La sostenibilità economica è una categoria che descrive la capacità di un certo modello economico di poter garantire una crescita equilibrata del sistema che sia duratura e che non comprometta le risorse ambientali e il benessere delle future generazioni. L’Egitto dei Faraoni, per estremizzare il ragionamento, aveva strutture economiche e produttive certamente eco-compatibili e sostenibili, né si può dire che il suo modello economico abbia compromesso gli equilibri economici delle società che sono seguite.
Nessuno, però, indicherebbe la schiavitù come via per un mondo sostenibile; una società schiavista rappresenta, infatti, un modello sociale inaccettabile anche nelle sue versioni moderne, meno appariscenti, ma più subdole, proprio perché meno evidenti.
La morte di Issa e Mamadou, due giovani immigrati africani intossicati dal monossido del braciere che avevano acceso in un casolare abbandonato vicino ad Alba, è l’ennesima ferita per un territorio tra i più ricchi (non solo) in Italia. Alba e l’albese sono spesso in cima alle classifiche che misurano il benessere. Eppure, anche così vicino a noi, il modello sociale che si è affermato e che, purtroppo, si sta sempre più rafforzando, rischia di generare ingiustizie di questa portata che, anche se non sfociano in tragedie come quella di Issa e Mamadou, provoca marginalità economica e sociale.
Una delle domande che gli economisti si sono posti e sulla quale continuano a riflettere è quella che riguarda il modo di definire e di raggiungere il benessere collettivo. Secondo alcuni, il benessere collettivo aumenta quando con l’incremento anche solo del benessere di un soggetto economico, purché che le condizioni di altri non peggiorino, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Secondo questa teoria, se anche migliorasse il benessere individuale di chi ha già molto, il benessere collettivo ne trarrebbe giovamento, sempre che non ci siano peggioramenti nella condizione delle altre persone. Secondo il filosofo statunitense John Rawls, scomparso nel 2002, il benessere collettivo aumenta, invece, se migliora la condizione di chi sta peggio in un determinato contesto sociale.
Per quanto ogni teoria economica presenti elementi di fragilità e non possa essere assolutizzata, l’attuale momento storico e sociale pare richiedere che si vada nella direzione indicata da Rawls. Le disuguaglianze stanno aumentando e, di fronte a una spinta ai consumi e alla produzione che sa di saturazione, pare difficile immaginare che il benessere di qualcuno possa aumentare senza che chi è già povero ne soffra. Con un PIL sostanzialmente stabile, all’arricchimento di qualcuno corrisponde, necessariamente, l’impoverimento di altri. La sostenibilità sociale, per lo stesso sviluppo di una società civile degna di questo nome, esige che ci si preoccupi dei troppi Issa e Mamadou, così vicini a noi, in modo decisamente più serio di quanto non sia capitato finora.
editoriale
(foto Pixabay)
L’importanza dei temi legati alla sostenibilità è nota, anche se è sempre presente, talvolta sottotraccia, la tentazione di dimenticarne l’urgenza. La complessità dell’argomento deriva anche dal fatto che la sostenibilità di cui si parla riguarda ambienti antropizzati, cioè connotati dalla presenza, non sempre rispettosa, di noi esseri umani. È oramai acquisita, anche a livello costituzionale, la dimensione ultra-generazionale del tema. Il fatto che la Costituzione, come modificata nel 2022, stabilisca che la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi sia anche nell’interesse delle future generazioni rappresenta un passaggio giuridico e culturale di grande importanza. Lo sguardo della norma fondamentale del nostro sistema e, così, tutto l’ordinamento giuridico (che deve uniformarsi al dettato costituzionale) si è aperto verso il futuro.
Una lettura limitata ai soli rapporti tra uomo e ambiente, tuttavia, per quanto necessaria e importante, rischia di trascurare un’altra delle dimensioni della sostenibilità e, cioè, quella della sostenibilità sociale, sempre di attualità.
Accanto alle dimensioni della sostenibilità economica e ambientale, quella sociale è focalizzata sulla giustizia e sull’equità. Per quanto possa apparire paradossale, infatti, anche società fondate sull’ingiustizia possono essere sostenibili dal punto di vista economico e ambientale. La sostenibilità economica è una categoria che descrive la capacità di un certo modello economico di poter garantire una crescita equilibrata del sistema che sia duratura e che non comprometta le risorse ambientali e il benessere delle future generazioni. L’Egitto dei Faraoni, per estremizzare il ragionamento, aveva strutture economiche e produttive certamente eco-compatibili e sostenibili, né si può dire che il suo modello economico abbia compromesso gli equilibri economici delle società che sono seguite.
Nessuno, però, indicherebbe la schiavitù come via per un mondo sostenibile; una società schiavista rappresenta, infatti, un modello sociale inaccettabile anche nelle sue versioni moderne, meno appariscenti, ma più subdole, proprio perché meno evidenti.
La morte di Issa e Mamadou, due giovani immigrati africani intossicati dal monossido del braciere che avevano acceso in un casolare abbandonato vicino ad Alba, è l’ennesima ferita per un territorio tra i più ricchi (non solo) in Italia. Alba e l’albese sono spesso in cima alle classifiche che misurano il benessere. Eppure, anche così vicino a noi, il modello sociale che si è affermato e che, purtroppo, si sta sempre più rafforzando, rischia di generare ingiustizie di questa portata che, anche se non sfociano in tragedie come quella di Issa e Mamadou, provoca marginalità economica e sociale.
Una delle domande che gli economisti si sono posti e sulla quale continuano a riflettere è quella che riguarda il modo di definire e di raggiungere il benessere collettivo. Secondo alcuni, il benessere collettivo aumenta quando con l’incremento anche solo del benessere di un soggetto economico, purché che le condizioni di altri non peggiorino, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Secondo questa teoria, se anche migliorasse il benessere individuale di chi ha già molto, il benessere collettivo ne trarrebbe giovamento, sempre che non ci siano peggioramenti nella condizione delle altre persone. Secondo il filosofo statunitense John Rawls, scomparso nel 2002, il benessere collettivo aumenta, invece, se migliora la condizione di chi sta peggio in un determinato contesto sociale.
Per quanto ogni teoria economica presenti elementi di fragilità e non possa essere assolutizzata, l’attuale momento storico e sociale pare richiedere che si vada nella direzione indicata da Rawls. Le disuguaglianze stanno aumentando e, di fronte a una spinta ai consumi e alla produzione che sa di saturazione, pare difficile immaginare che il benessere di qualcuno possa aumentare senza che chi è già povero ne soffra. Con un PIL sostanzialmente stabile, all’arricchimento di qualcuno corrisponde, necessariamente, l’impoverimento di altri. La sostenibilità sociale, per lo stesso sviluppo di una società civile degna di questo nome, esige che ci si preoccupi dei troppi Issa e Mamadou, così vicini a noi, in modo decisamente più serio di quanto non sia capitato finora.
La morte di Issa e Mamadou e la sostenibilità sociale, focalizzata su giustizia e equità
22 dicembre 2024
Cuneo
(foto Pixabay)
L’importanza dei temi legati alla sostenibilità è nota, anche se è sempre presente, talvolta sottotraccia, la tentazione di dimenticarne l’urgenza. La complessità dell’argomento deriva anche dal fatto che la sostenibilità di cui si parla riguarda ambienti antropizzati, cioè connotati dalla presenza, non sempre rispettosa, di noi esseri umani. È oramai acquisita, anche a livello costituzionale, la dimensione ultra-generazionale del tema. Il fatto che la Costituzione, come modificata nel 2022, stabilisca che la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi sia anche nell’interesse delle future generazioni rappresenta un passaggio giuridico e culturale di grande importanza. Lo sguardo della norma fondamentale del nostro sistema e, così, tutto l’ordinamento giuridico (che deve uniformarsi al dettato costituzionale) si è aperto verso il futuro.
Una lettura limitata ai soli rapporti tra uomo e ambiente, tuttavia, per quanto necessaria e importante, rischia di trascurare un’altra delle dimensioni della sostenibilità e, cioè, quella della sostenibilità sociale, sempre di attualità.
Accanto alle dimensioni della sostenibilità economica e ambientale, quella sociale è focalizzata sulla giustizia e sull’equità. Per quanto possa apparire paradossale, infatti, anche società fondate sull’ingiustizia possono essere sostenibili dal punto di vista economico e ambientale. La sostenibilità economica è una categoria che descrive la capacità di un certo modello economico di poter garantire una crescita equilibrata del sistema che sia duratura e che non comprometta le risorse ambientali e il benessere delle future generazioni. L’Egitto dei Faraoni, per estremizzare il ragionamento, aveva strutture economiche e produttive certamente eco-compatibili e sostenibili, né si può dire che il suo modello economico abbia compromesso gli equilibri economici delle società che sono seguite.
Nessuno, però, indicherebbe la schiavitù come via per un mondo sostenibile; una società schiavista rappresenta, infatti, un modello sociale inaccettabile anche nelle sue versioni moderne, meno appariscenti, ma più subdole, proprio perché meno evidenti.
La morte di Issa e Mamadou, due giovani immigrati africani intossicati dal monossido del braciere che avevano acceso in un casolare abbandonato vicino ad Alba, è l’ennesima ferita per un territorio tra i più ricchi (non solo) in Italia. Alba e l’albese sono spesso in cima alle classifiche che misurano il benessere. Eppure, anche così vicino a noi, il modello sociale che si è affermato e che, purtroppo, si sta sempre più rafforzando, rischia di generare ingiustizie di questa portata che, anche se non sfociano in tragedie come quella di Issa e Mamadou, provoca marginalità economica e sociale.
Una delle domande che gli economisti si sono posti e sulla quale continuano a riflettere è quella che riguarda il modo di definire e di raggiungere il benessere collettivo. Secondo alcuni, il benessere collettivo aumenta quando con l’incremento anche solo del benessere di un soggetto economico, purché che le condizioni di altri non peggiorino, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Secondo questa teoria, se anche migliorasse il benessere individuale di chi ha già molto, il benessere collettivo ne trarrebbe giovamento, sempre che non ci siano peggioramenti nella condizione delle altre persone. Secondo il filosofo statunitense John Rawls, scomparso nel 2002, il benessere collettivo aumenta, invece, se migliora la condizione di chi sta peggio in un determinato contesto sociale.
Per quanto ogni teoria economica presenti elementi di fragilità e non possa essere assolutizzata, l’attuale momento storico e sociale pare richiedere che si vada nella direzione indicata da Rawls. Le disuguaglianze stanno aumentando e, di fronte a una spinta ai consumi e alla produzione che sa di saturazione, pare difficile immaginare che il benessere di qualcuno possa aumentare senza che chi è già povero ne soffra. Con un PIL sostanzialmente stabile, all’arricchimento di qualcuno corrisponde, necessariamente, l’impoverimento di altri. La sostenibilità sociale, per lo stesso sviluppo di una società civile degna di questo nome, esige che ci si preoccupi dei troppi Issa e Mamadou, così vicini a noi, in modo decisamente più serio di quanto non sia capitato finora.