(foto Pixabay)
Le persone intelligenti sanno che è difficile muoversi davanti alle nuove sfide culturali e morali, tra i due estremi del “tutto è lecito” (ma già san Paolo ribatteva: «Sì, ma non tutto fa bene»: 1 Cor 6,12) e del “dove andremo a finire, signora mia?”. Molto spesso le tradizioni tutte, e soprattutto quelle religiose, tendono a non accettare le novità, ma chi è religioso e si interroga sulle questioni morali sa che le percezioni cambiano, e non sempre in peggio. Cinquanta anni fa era ritenuto scandaloso mettere a disposizione il proprio corpo, da defunti, per trapianti d’organi, oggi è percepito come qualcosa, al contrario, di molto generoso e altruista.
Tra le dimensioni morali umane che più sentiamo cambiate nelle ultime generazioni c’è l’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità, perversione abominevole per la tradizione, quasi banale possibilità per le giovani generazioni. Negli ultimi anni, poi, si moltiplicano le occasioni di ripensamento del tema anche in contesti cattolici.
Ma c’è qualcosa che la Bibbia dice al riguardo?
Qualcosa c’è, e sembrerebbe molto duro, ma è anche molto particolare. Nel Primo Testamento si cita spesso l’episodio di Gen 19, dove due angeli mandati a osservare Sodoma vengono aggrediti da tutti gli abitanti della città, che li vorrebbero violentare se non ci fosse Lot a salvarli. Qui, però, più che l’omosessualità si contesta la mancata accoglienza e la violenza (infatti esiste in Gdc 19 un episodio molto simile, benché molto più crudo, in cui vittima della violenza è una donna). Ci sono poi un paio di brani che sembrano altrettanto severi (Lv 18,22; 20,13), ma sono in contesti legali che per il resto non utilizziamo mai e che andrebbero trattati con molta circospezione (altrimenti dovremmo anche mandare a morte chi insulta il proprio genitore: Lv 20,9, appena sopra).
Nel Nuovo Testamento abbiamo un altro paio di passi che parrebbero andare nella stessa direzione, però o riprendono semplicemente elenchi filosofici di peccati (1 Cor 6,9-11; 1 Tim 1,10) oppure servono come punto di partenza per arrivare a dimostrare che tutti peccano, a partire da ciò che, per dei cristiani di origine ebraica, poteva sembrare più scandaloso (Rom 1,26-27).
Pochi brani, in contesti secondari, apparentemente non troppo meditati.
C’è però un capitolo biblico che medita in modo molto profondo sul rapporto di coppia, ed è il secondo capitolo della Genesi. Il senso autentico di ogni brano biblico dipende dal contesto in cui è scritto. Il Primo Testamento viene da una società molto gerarchica e maschilista, nella quale la donna era proprietà, prima del padre e poi del marito. È in questa società che chi scrive quella pagina fa dire (a Dio! Quindi ha ragione!) che c’è qualcosa che non va bene, ed è che l’uomo sia solo (Gen 2,18). Potremmo obiettare che aveva Dio, ma evidentemente non basta. Il creatore conduce allora all’uomo tutti gli animali, ma neanche loro vanno bene, perché non sono «un aiuto come in faccia a lui», un “altro” che gli sia simile (2,20).
Questo aiuto dovrà venire dall’intervento divino, e sarà fatto in modo da essere «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). L’essere umano ha bisogno di vivere relazioni verso l’alto (come con Dio), verso il basso (la creazione) ma anche alla pari. Se manca una di queste, «non è bene». Per il mondo antico, era qualcosa di sorprendente e nuovo.
Sono però anche interessanti altri due particolari. Intanto, qualcosa che c’è: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre…» (2,24), cosa che però non succedeva mai, perché era la donna a lasciare la sua casa. Insomma, chi scrive Genesi pensa che quel legame alla pari, di coppia, sia tanto forte da contestare anche le norme sociali. E poi c’è qualcosa che manca, in quanto la presentazione è chiaramente di una coppia eterosessuale, ma non si parla di figli, che per il mondo antico erano il fine della coppia (e, dicono alcuni, una delle ragioni della forte opposizione all’omosessualità nel mondo semitico antico).
Almeno da ciò che si dice e da ciò che si tace, parrebbe che persino Genesi 2, pur non prescrivendo nulla, non escluda neppure che, laddove ci sia una relazione alla pari, anche contestatrice delle norme sociali, ma fatta di dedizione (“la tua carne, la tua debolezza, è la mia debolezza”), ci sia ciò che aveva immaginato e sognato Dio.
editoriale
(foto Pixabay)
Le persone intelligenti sanno che è difficile muoversi davanti alle nuove sfide culturali e morali, tra i due estremi del “tutto è lecito” (ma già san Paolo ribatteva: «Sì, ma non tutto fa bene»: 1 Cor 6,12) e del “dove andremo a finire, signora mia?”. Molto spesso le tradizioni tutte, e soprattutto quelle religiose, tendono a non accettare le novità, ma chi è religioso e si interroga sulle questioni morali sa che le percezioni cambiano, e non sempre in peggio. Cinquanta anni fa era ritenuto scandaloso mettere a disposizione il proprio corpo, da defunti, per trapianti d’organi, oggi è percepito come qualcosa, al contrario, di molto generoso e altruista.
Tra le dimensioni morali umane che più sentiamo cambiate nelle ultime generazioni c’è l’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità, perversione abominevole per la tradizione, quasi banale possibilità per le giovani generazioni. Negli ultimi anni, poi, si moltiplicano le occasioni di ripensamento del tema anche in contesti cattolici.
Ma c’è qualcosa che la Bibbia dice al riguardo?
Qualcosa c’è, e sembrerebbe molto duro, ma è anche molto particolare. Nel Primo Testamento si cita spesso l’episodio di Gen 19, dove due angeli mandati a osservare Sodoma vengono aggrediti da tutti gli abitanti della città, che li vorrebbero violentare se non ci fosse Lot a salvarli. Qui, però, più che l’omosessualità si contesta la mancata accoglienza e la violenza (infatti esiste in Gdc 19 un episodio molto simile, benché molto più crudo, in cui vittima della violenza è una donna). Ci sono poi un paio di brani che sembrano altrettanto severi (Lv 18,22; 20,13), ma sono in contesti legali che per il resto non utilizziamo mai e che andrebbero trattati con molta circospezione (altrimenti dovremmo anche mandare a morte chi insulta il proprio genitore: Lv 20,9, appena sopra).
Nel Nuovo Testamento abbiamo un altro paio di passi che parrebbero andare nella stessa direzione, però o riprendono semplicemente elenchi filosofici di peccati (1 Cor 6,9-11; 1 Tim 1,10) oppure servono come punto di partenza per arrivare a dimostrare che tutti peccano, a partire da ciò che, per dei cristiani di origine ebraica, poteva sembrare più scandaloso (Rom 1,26-27).
Pochi brani, in contesti secondari, apparentemente non troppo meditati.
C’è però un capitolo biblico che medita in modo molto profondo sul rapporto di coppia, ed è il secondo capitolo della Genesi. Il senso autentico di ogni brano biblico dipende dal contesto in cui è scritto. Il Primo Testamento viene da una società molto gerarchica e maschilista, nella quale la donna era proprietà, prima del padre e poi del marito. È in questa società che chi scrive quella pagina fa dire (a Dio! Quindi ha ragione!) che c’è qualcosa che non va bene, ed è che l’uomo sia solo (Gen 2,18). Potremmo obiettare che aveva Dio, ma evidentemente non basta. Il creatore conduce allora all’uomo tutti gli animali, ma neanche loro vanno bene, perché non sono «un aiuto come in faccia a lui», un “altro” che gli sia simile (2,20).
Questo aiuto dovrà venire dall’intervento divino, e sarà fatto in modo da essere «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). L’essere umano ha bisogno di vivere relazioni verso l’alto (come con Dio), verso il basso (la creazione) ma anche alla pari. Se manca una di queste, «non è bene». Per il mondo antico, era qualcosa di sorprendente e nuovo.
Sono però anche interessanti altri due particolari. Intanto, qualcosa che c’è: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre…» (2,24), cosa che però non succedeva mai, perché era la donna a lasciare la sua casa. Insomma, chi scrive Genesi pensa che quel legame alla pari, di coppia, sia tanto forte da contestare anche le norme sociali. E poi c’è qualcosa che manca, in quanto la presentazione è chiaramente di una coppia eterosessuale, ma non si parla di figli, che per il mondo antico erano il fine della coppia (e, dicono alcuni, una delle ragioni della forte opposizione all’omosessualità nel mondo semitico antico).
Almeno da ciò che si dice e da ciò che si tace, parrebbe che persino Genesi 2, pur non prescrivendo nulla, non escluda neppure che, laddove ci sia una relazione alla pari, anche contestatrice delle norme sociali, ma fatta di dedizione (“la tua carne, la tua debolezza, è la mia debolezza”), ci sia ciò che aveva immaginato e sognato Dio.
Omosessualità, che cosa dice la Bibbia al riguardo
10 novembre 2024
Cuneo
(foto Pixabay)
Le persone intelligenti sanno che è difficile muoversi davanti alle nuove sfide culturali e morali, tra i due estremi del “tutto è lecito” (ma già san Paolo ribatteva: «Sì, ma non tutto fa bene»: 1 Cor 6,12) e del “dove andremo a finire, signora mia?”. Molto spesso le tradizioni tutte, e soprattutto quelle religiose, tendono a non accettare le novità, ma chi è religioso e si interroga sulle questioni morali sa che le percezioni cambiano, e non sempre in peggio. Cinquanta anni fa era ritenuto scandaloso mettere a disposizione il proprio corpo, da defunti, per trapianti d’organi, oggi è percepito come qualcosa, al contrario, di molto generoso e altruista.
Tra le dimensioni morali umane che più sentiamo cambiate nelle ultime generazioni c’è l’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità, perversione abominevole per la tradizione, quasi banale possibilità per le giovani generazioni. Negli ultimi anni, poi, si moltiplicano le occasioni di ripensamento del tema anche in contesti cattolici.
Ma c’è qualcosa che la Bibbia dice al riguardo?
Qualcosa c’è, e sembrerebbe molto duro, ma è anche molto particolare. Nel Primo Testamento si cita spesso l’episodio di Gen 19, dove due angeli mandati a osservare Sodoma vengono aggrediti da tutti gli abitanti della città, che li vorrebbero violentare se non ci fosse Lot a salvarli. Qui, però, più che l’omosessualità si contesta la mancata accoglienza e la violenza (infatti esiste in Gdc 19 un episodio molto simile, benché molto più crudo, in cui vittima della violenza è una donna). Ci sono poi un paio di brani che sembrano altrettanto severi (Lv 18,22; 20,13), ma sono in contesti legali che per il resto non utilizziamo mai e che andrebbero trattati con molta circospezione (altrimenti dovremmo anche mandare a morte chi insulta il proprio genitore: Lv 20,9, appena sopra).
Nel Nuovo Testamento abbiamo un altro paio di passi che parrebbero andare nella stessa direzione, però o riprendono semplicemente elenchi filosofici di peccati (1 Cor 6,9-11; 1 Tim 1,10) oppure servono come punto di partenza per arrivare a dimostrare che tutti peccano, a partire da ciò che, per dei cristiani di origine ebraica, poteva sembrare più scandaloso (Rom 1,26-27).
Pochi brani, in contesti secondari, apparentemente non troppo meditati.
C’è però un capitolo biblico che medita in modo molto profondo sul rapporto di coppia, ed è il secondo capitolo della Genesi. Il senso autentico di ogni brano biblico dipende dal contesto in cui è scritto. Il Primo Testamento viene da una società molto gerarchica e maschilista, nella quale la donna era proprietà, prima del padre e poi del marito. È in questa società che chi scrive quella pagina fa dire (a Dio! Quindi ha ragione!) che c’è qualcosa che non va bene, ed è che l’uomo sia solo (Gen 2,18). Potremmo obiettare che aveva Dio, ma evidentemente non basta. Il creatore conduce allora all’uomo tutti gli animali, ma neanche loro vanno bene, perché non sono «un aiuto come in faccia a lui», un “altro” che gli sia simile (2,20).
Questo aiuto dovrà venire dall’intervento divino, e sarà fatto in modo da essere «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). L’essere umano ha bisogno di vivere relazioni verso l’alto (come con Dio), verso il basso (la creazione) ma anche alla pari. Se manca una di queste, «non è bene». Per il mondo antico, era qualcosa di sorprendente e nuovo.
Sono però anche interessanti altri due particolari. Intanto, qualcosa che c’è: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre…» (2,24), cosa che però non succedeva mai, perché era la donna a lasciare la sua casa. Insomma, chi scrive Genesi pensa che quel legame alla pari, di coppia, sia tanto forte da contestare anche le norme sociali. E poi c’è qualcosa che manca, in quanto la presentazione è chiaramente di una coppia eterosessuale, ma non si parla di figli, che per il mondo antico erano il fine della coppia (e, dicono alcuni, una delle ragioni della forte opposizione all’omosessualità nel mondo semitico antico).
Almeno da ciò che si dice e da ciò che si tace, parrebbe che persino Genesi 2, pur non prescrivendo nulla, non escluda neppure che, laddove ci sia una relazione alla pari, anche contestatrice delle norme sociali, ma fatta di dedizione (“la tua carne, la tua debolezza, è la mia debolezza”), ci sia ciò che aveva immaginato e sognato Dio.