Le adolescenze non sono tutte uguali. Tiriamo un sospiro di sollievo, ripensando al recente suicidio del quindicenne di Senigallia che, dopo aver lanciato segnali di disagio e richieste di aiuto a causa della persecuzione da parte di alcuni bulli della scuola, si è sparato con la pistola di ordinanza del padre. L’antropologa Margaret Mead, con la sua ricerca condotta sugli adolescenti delle Samoa, cercò di rispondere a queste domande: i disturbi che affliggono i nostri adolescenti sono causati dalla natura dell’adolescenza o dalla civiltà in cui gli adolescenti vivono? In condizioni diverse l’adolescenza presenta condizioni diverse?
Attraverso il suo lavoro di osservazione, Mead constatò che il passaggio dell’adolescenza in Samoa non era segnato da turbamenti emozionali o psicologici, dall’ansietà e dalla confusione che si verificavano negli adolescenti delle società occidentali. Questo dato metteva in discussione l’universalità della crisi adolescenziale, che risultava sconosciuta nella società samoana, dove la preparazione all’età adulta era un processo continuo, che iniziava nelle prime fasi della vita, e non una serie di tappe segnate all’interno di un processo di transizione più stressante.
All’importanza scientifica della scoperta - che affermava la priorità della cultura e della socializzazione rispetto ai dati biologici - Mead aggiunse quella educativa: “Il carattere e il benessere dei nostri giovani dipendono moltissimo da ciò che imparano e dalle modalità sociali in cui sono nati e allevati. Questo è qualcosa che abbiamo bisogno di sapere se vogliamo cambiare ed evitare il disastro”. La ricerca di Mead sugli adolescenti samoani risale al 1925 e il saggio che ne derivò “L’adolescenza in Samoa” uscì nel 1928. Stiamo parlando di un secolo fa, ben prima della globalizzazione dei modelli socio-culturali che è diventata globalizzazione del disagio. E non è una buona notizia. Ricordare Mead serve a ricordarci quanto l’ambiente che costruiamo intorno ai giovani e l’educazione che proponiamo possano fare la differenza tra benessere e malessere, e a volte tra la vita e la morte.
editoriale
Le adolescenze non sono tutte uguali. Tiriamo un sospiro di sollievo, ripensando al recente suicidio del quindicenne di Senigallia che, dopo aver lanciato segnali di disagio e richieste di aiuto a causa della persecuzione da parte di alcuni bulli della scuola, si è sparato con la pistola di ordinanza del padre. L’antropologa Margaret Mead, con la sua ricerca condotta sugli adolescenti delle Samoa, cercò di rispondere a queste domande: i disturbi che affliggono i nostri adolescenti sono causati dalla natura dell’adolescenza o dalla civiltà in cui gli adolescenti vivono? In condizioni diverse l’adolescenza presenta condizioni diverse?
Attraverso il suo lavoro di osservazione, Mead constatò che il passaggio dell’adolescenza in Samoa non era segnato da turbamenti emozionali o psicologici, dall’ansietà e dalla confusione che si verificavano negli adolescenti delle società occidentali. Questo dato metteva in discussione l’universalità della crisi adolescenziale, che risultava sconosciuta nella società samoana, dove la preparazione all’età adulta era un processo continuo, che iniziava nelle prime fasi della vita, e non una serie di tappe segnate all’interno di un processo di transizione più stressante.
All’importanza scientifica della scoperta - che affermava la priorità della cultura e della socializzazione rispetto ai dati biologici - Mead aggiunse quella educativa: “Il carattere e il benessere dei nostri giovani dipendono moltissimo da ciò che imparano e dalle modalità sociali in cui sono nati e allevati. Questo è qualcosa che abbiamo bisogno di sapere se vogliamo cambiare ed evitare il disastro”. La ricerca di Mead sugli adolescenti samoani risale al 1925 e il saggio che ne derivò “L’adolescenza in Samoa” uscì nel 1928. Stiamo parlando di un secolo fa, ben prima della globalizzazione dei modelli socio-culturali che è diventata globalizzazione del disagio. E non è una buona notizia. Ricordare Mead serve a ricordarci quanto l’ambiente che costruiamo intorno ai giovani e l’educazione che proponiamo possano fare la differenza tra benessere e malessere, e a volte tra la vita e la morte.
Adolescenze
26 ottobre 2024
Cuneo
Le adolescenze non sono tutte uguali. Tiriamo un sospiro di sollievo, ripensando al recente suicidio del quindicenne di Senigallia che, dopo aver lanciato segnali di disagio e richieste di aiuto a causa della persecuzione da parte di alcuni bulli della scuola, si è sparato con la pistola di ordinanza del padre. L’antropologa Margaret Mead, con la sua ricerca condotta sugli adolescenti delle Samoa, cercò di rispondere a queste domande: i disturbi che affliggono i nostri adolescenti sono causati dalla natura dell’adolescenza o dalla civiltà in cui gli adolescenti vivono? In condizioni diverse l’adolescenza presenta condizioni diverse?
Attraverso il suo lavoro di osservazione, Mead constatò che il passaggio dell’adolescenza in Samoa non era segnato da turbamenti emozionali o psicologici, dall’ansietà e dalla confusione che si verificavano negli adolescenti delle società occidentali. Questo dato metteva in discussione l’universalità della crisi adolescenziale, che risultava sconosciuta nella società samoana, dove la preparazione all’età adulta era un processo continuo, che iniziava nelle prime fasi della vita, e non una serie di tappe segnate all’interno di un processo di transizione più stressante.
All’importanza scientifica della scoperta - che affermava la priorità della cultura e della socializzazione rispetto ai dati biologici - Mead aggiunse quella educativa: “Il carattere e il benessere dei nostri giovani dipendono moltissimo da ciò che imparano e dalle modalità sociali in cui sono nati e allevati. Questo è qualcosa che abbiamo bisogno di sapere se vogliamo cambiare ed evitare il disastro”. La ricerca di Mead sugli adolescenti samoani risale al 1925 e il saggio che ne derivò “L’adolescenza in Samoa” uscì nel 1928. Stiamo parlando di un secolo fa, ben prima della globalizzazione dei modelli socio-culturali che è diventata globalizzazione del disagio. E non è una buona notizia. Ricordare Mead serve a ricordarci quanto l’ambiente che costruiamo intorno ai giovani e l’educazione che proponiamo possano fare la differenza tra benessere e malessere, e a volte tra la vita e la morte.