Come potranno, un giorno (speriamo!), rimettersi ucraini e russi a ragionare su una pace che dovrà essere comunque raggiunta? Come potranno (e la speranza si fa ancora più flebile), un domani, palestinesi e israeliani accordarsi per una convivenza possibile? Come ci si può di nuovo guardare uno negli occhi dell’altro dopo essersi fatti del male, essersi traditi, aver tirato fuori il peggio dell’umanità per riversarlo sul nemico, percepito come qualcuno di cui ci si augura la non esistenza? Succede, ce ne accorgiamo, a livello internazionale in crisi che si prolungano da secoli, e succede anche nelle nostre relazioni personali. È il momento in cui le persone più miti possono scoprire dentro di sé desideri infernali.
Una prima modalità, molto umana, ci pare essere quella dello stabilire chi ha ragione e chi torto. Lì si innesta a volte la tentazione di sognare l’eliminazione del colpevole tra atroci sofferenze, persino quando non siamo personalmente coinvolti. Può capitare che ci scandalizziamo di questi giudizi inflessibili e crudeli che spesso incontriamo sui social (e che non di rado definiamo “leoni da tastiera”), ma dobbiamo ammettere che quei sentimenti li comprendiamo. Magari non sono i nostri, ma potrebbero diventarlo.
Questa è però la reazione che sentiamo più superficialmente inadeguata quando ci capita di essere più coinvolti noi nelle situazioni, e magari dalla parte di chi del tutto innocente non è. “No, ma guarda, la cosa è più complessa, non è tutto come sembra”. È quando ci sentiamo bisognosi di almeno una parte di comprensione e perdono che cogliamo come più promettente il volto del Dio biblico, che sembra sempre disposto a perdonare, a offrire una nuova possibilità, a ripartire. Gli esempi, da Genesi ad Apocalisse, sono talmente numerosi che sembra persino superfluo iniziare ad elencarli.
Ma c’è un “però”. Prendiamo il caso che si può immaginare per provare a capire fin dove potrebbe arrivare il desiderio di perdono di Dio. Di un Padre che, ci dice una parabola, di fronte a dei servi malvagi che uccidono i messaggeri inviati a riscuotere l’uva della vendemmia, pensa non di mandare l’esercito, come ci verrebbe da fare, bensì suo figlio, che sarà a sua volta ammazzato (Lc 20,9-15). Si può per ipotesi ragionare, dicevo, che anche il criminale più disumano, persino un Hitler, qualora nel momento della morte si pentisse dei propri misfatti, troverebbe di fronte a sé il volto di un Dio che lo vorrebbe accogliere e perdonare. Consolante, soprattutto se ci si sente in colpa. Ma non si può non pensare anche ai milioni di persone uccise che si potrebbero trovare, nel grembo amorevole del Padre, in una compagnia senza dubbio fastidiosa e urticante.
Ecco perché la tradizione ha utilizzato un passo di san Paolo in un senso probabilmente allargato ma sensato: Paolo (in 1 Cor 3,13-15) sostiene che chi avrà lavorato per la comunità credente in buona fede ma male, vedrà la sua opera purificata come se passasse attraverso un fuoco, bruciata, ma lui si salverà.
Per l’apostolo quell’esempio è l’invito a lavorare non solo in buona fede, ma bene, perché l’opera resti. Ma la sua affermazione servirà a dire che al cospetto di Dio ci presenteremo purificati, depurati, come l’oro che passa attraverso il fuoco.
È la percezione che, anche senza ingiustizia da parte nostra, non ci basterà la buona volontà per metterci in animo di fratello e sorella davanti al nostro avversario, che può anche averci inflitto ingiuste e durissime sofferenze. Non perché siamo cattivi, ma perché siamo umani. Avremo bisogno di uno sguardo donato da Dio.
Ecco perché preghiamo per la pace: non perché Dio possa decidere, magicamente, di far sparire le armi, ma perché i nostri animi umani possano giungere a quella meta a volte apparentemente inarrivabile di ricominciare a fidarci dell’umanità di chi abbiamo di fronte.
editoriale
Come potranno, un giorno (speriamo!), rimettersi ucraini e russi a ragionare su una pace che dovrà essere comunque raggiunta? Come potranno (e la speranza si fa ancora più flebile), un domani, palestinesi e israeliani accordarsi per una convivenza possibile? Come ci si può di nuovo guardare uno negli occhi dell’altro dopo essersi fatti del male, essersi traditi, aver tirato fuori il peggio dell’umanità per riversarlo sul nemico, percepito come qualcuno di cui ci si augura la non esistenza? Succede, ce ne accorgiamo, a livello internazionale in crisi che si prolungano da secoli, e succede anche nelle nostre relazioni personali. È il momento in cui le persone più miti possono scoprire dentro di sé desideri infernali.
Una prima modalità, molto umana, ci pare essere quella dello stabilire chi ha ragione e chi torto. Lì si innesta a volte la tentazione di sognare l’eliminazione del colpevole tra atroci sofferenze, persino quando non siamo personalmente coinvolti. Può capitare che ci scandalizziamo di questi giudizi inflessibili e crudeli che spesso incontriamo sui social (e che non di rado definiamo “leoni da tastiera”), ma dobbiamo ammettere che quei sentimenti li comprendiamo. Magari non sono i nostri, ma potrebbero diventarlo.
Questa è però la reazione che sentiamo più superficialmente inadeguata quando ci capita di essere più coinvolti noi nelle situazioni, e magari dalla parte di chi del tutto innocente non è. “No, ma guarda, la cosa è più complessa, non è tutto come sembra”. È quando ci sentiamo bisognosi di almeno una parte di comprensione e perdono che cogliamo come più promettente il volto del Dio biblico, che sembra sempre disposto a perdonare, a offrire una nuova possibilità, a ripartire. Gli esempi, da Genesi ad Apocalisse, sono talmente numerosi che sembra persino superfluo iniziare ad elencarli.
Ma c’è un “però”. Prendiamo il caso che si può immaginare per provare a capire fin dove potrebbe arrivare il desiderio di perdono di Dio. Di un Padre che, ci dice una parabola, di fronte a dei servi malvagi che uccidono i messaggeri inviati a riscuotere l’uva della vendemmia, pensa non di mandare l’esercito, come ci verrebbe da fare, bensì suo figlio, che sarà a sua volta ammazzato (Lc 20,9-15). Si può per ipotesi ragionare, dicevo, che anche il criminale più disumano, persino un Hitler, qualora nel momento della morte si pentisse dei propri misfatti, troverebbe di fronte a sé il volto di un Dio che lo vorrebbe accogliere e perdonare. Consolante, soprattutto se ci si sente in colpa. Ma non si può non pensare anche ai milioni di persone uccise che si potrebbero trovare, nel grembo amorevole del Padre, in una compagnia senza dubbio fastidiosa e urticante.
Ecco perché la tradizione ha utilizzato un passo di san Paolo in un senso probabilmente allargato ma sensato: Paolo (in 1 Cor 3,13-15) sostiene che chi avrà lavorato per la comunità credente in buona fede ma male, vedrà la sua opera purificata come se passasse attraverso un fuoco, bruciata, ma lui si salverà.
Per l’apostolo quell’esempio è l’invito a lavorare non solo in buona fede, ma bene, perché l’opera resti. Ma la sua affermazione servirà a dire che al cospetto di Dio ci presenteremo purificati, depurati, come l’oro che passa attraverso il fuoco.
È la percezione che, anche senza ingiustizia da parte nostra, non ci basterà la buona volontà per metterci in animo di fratello e sorella davanti al nostro avversario, che può anche averci inflitto ingiuste e durissime sofferenze. Non perché siamo cattivi, ma perché siamo umani. Avremo bisogno di uno sguardo donato da Dio.
Ecco perché preghiamo per la pace: non perché Dio possa decidere, magicamente, di far sparire le armi, ma perché i nostri animi umani possano giungere a quella meta a volte apparentemente inarrivabile di ricominciare a fidarci dell’umanità di chi abbiamo di fronte.
Ecco perché preghiamo per la pace
13 ottobre 2024
Cuneo
Come potranno, un giorno (speriamo!), rimettersi ucraini e russi a ragionare su una pace che dovrà essere comunque raggiunta? Come potranno (e la speranza si fa ancora più flebile), un domani, palestinesi e israeliani accordarsi per una convivenza possibile? Come ci si può di nuovo guardare uno negli occhi dell’altro dopo essersi fatti del male, essersi traditi, aver tirato fuori il peggio dell’umanità per riversarlo sul nemico, percepito come qualcuno di cui ci si augura la non esistenza? Succede, ce ne accorgiamo, a livello internazionale in crisi che si prolungano da secoli, e succede anche nelle nostre relazioni personali. È il momento in cui le persone più miti possono scoprire dentro di sé desideri infernali.
Una prima modalità, molto umana, ci pare essere quella dello stabilire chi ha ragione e chi torto. Lì si innesta a volte la tentazione di sognare l’eliminazione del colpevole tra atroci sofferenze, persino quando non siamo personalmente coinvolti. Può capitare che ci scandalizziamo di questi giudizi inflessibili e crudeli che spesso incontriamo sui social (e che non di rado definiamo “leoni da tastiera”), ma dobbiamo ammettere che quei sentimenti li comprendiamo. Magari non sono i nostri, ma potrebbero diventarlo.
Questa è però la reazione che sentiamo più superficialmente inadeguata quando ci capita di essere più coinvolti noi nelle situazioni, e magari dalla parte di chi del tutto innocente non è. “No, ma guarda, la cosa è più complessa, non è tutto come sembra”. È quando ci sentiamo bisognosi di almeno una parte di comprensione e perdono che cogliamo come più promettente il volto del Dio biblico, che sembra sempre disposto a perdonare, a offrire una nuova possibilità, a ripartire. Gli esempi, da Genesi ad Apocalisse, sono talmente numerosi che sembra persino superfluo iniziare ad elencarli.
Ma c’è un “però”. Prendiamo il caso che si può immaginare per provare a capire fin dove potrebbe arrivare il desiderio di perdono di Dio. Di un Padre che, ci dice una parabola, di fronte a dei servi malvagi che uccidono i messaggeri inviati a riscuotere l’uva della vendemmia, pensa non di mandare l’esercito, come ci verrebbe da fare, bensì suo figlio, che sarà a sua volta ammazzato (Lc 20,9-15). Si può per ipotesi ragionare, dicevo, che anche il criminale più disumano, persino un Hitler, qualora nel momento della morte si pentisse dei propri misfatti, troverebbe di fronte a sé il volto di un Dio che lo vorrebbe accogliere e perdonare. Consolante, soprattutto se ci si sente in colpa. Ma non si può non pensare anche ai milioni di persone uccise che si potrebbero trovare, nel grembo amorevole del Padre, in una compagnia senza dubbio fastidiosa e urticante.
Ecco perché la tradizione ha utilizzato un passo di san Paolo in un senso probabilmente allargato ma sensato: Paolo (in 1 Cor 3,13-15) sostiene che chi avrà lavorato per la comunità credente in buona fede ma male, vedrà la sua opera purificata come se passasse attraverso un fuoco, bruciata, ma lui si salverà.
Per l’apostolo quell’esempio è l’invito a lavorare non solo in buona fede, ma bene, perché l’opera resti. Ma la sua affermazione servirà a dire che al cospetto di Dio ci presenteremo purificati, depurati, come l’oro che passa attraverso il fuoco.
È la percezione che, anche senza ingiustizia da parte nostra, non ci basterà la buona volontà per metterci in animo di fratello e sorella davanti al nostro avversario, che può anche averci inflitto ingiuste e durissime sofferenze. Non perché siamo cattivi, ma perché siamo umani. Avremo bisogno di uno sguardo donato da Dio.
Ecco perché preghiamo per la pace: non perché Dio possa decidere, magicamente, di far sparire le armi, ma perché i nostri animi umani possano giungere a quella meta a volte apparentemente inarrivabile di ricominciare a fidarci dell’umanità di chi abbiamo di fronte.