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Il viale degli Angeli, quasi d’estate

23 giugno 2024

Cuneo

In una primavera di bizzarrie climatiche in cui l’intermittenza di cieli tersi e piogge quotidiane ha prodotto un rigoglio vegetale straordinario, nell’avvicinamento al solstizio d’estate vi sono sere in cui la temperatura si fa ideale, la luce persiste in un’estenuante degradare e tutto induce a uscire di casa. È in quell’ora specifica, tra la fine delle attività lavorative e la chiamata al pasto serale, che i cuneesi si riversano in un flusso variegato sulla direttrice arborea del viale degli Angeli. L’amato viale, che regala scampoli di bellezza in tutte le stagioni, cantato da scrittori, fotografato d’estate e d’inverno, testimone di innamoramenti, chiacchiere, abbandoni. Personalmente, l’immersione quasi quotidiana nel flusso preserale ha a che fare con un’attivazione sensoriale. Primo, l’olfatto. Sono sbocciati in questi giorni i gelsomini, i tigli, ed e già un accordo floreale perfetto. Anche le cortecce rilasciano odori resinosi, e le siepi di rose rampicanti, le erbe dei parchi e dei giardini. È un bouquet di note bianche e verdi che forse un naso profumiere saprebbe ricomporre in un’essenza pregiata: Fleur du boulevard. L’olfatto evoca memorie e se il gelsomino accarezza, il tiglio colpisce al cuore con la sua dolcezza sensuale catapultandoci nelle estati di quando il tempo aveva una consistenza diversa e le giornate, nei giorni di fine scuola, non finivano mai. Non sapevamo che quelle molecole respirate nei parchi seduti per terra a gambe incrociate, ridendo, cantando, scoprendo emozioni, sarebbero rimaste lì, annidate tra l’amigdala e l’ippocampo, per sorprenderci a tradimento molti anni dopo, facendo un po’ male. Chiudo gli occhi, comunque, e respiro forte. La vista, poi. Tralasciando la fauna abitatrice a diversi metri di altezza, nascosta tra le fronde dei platani, che si concede solo per brevi istanti in versi e frulli d’ali, molto più in basso, ben radicato a terra, un bestiario più addomesticato domina in una varietà di razze che ormai sfugge alla conoscenza dei non esperti. Per la cronaca sono tornati di moda i cocker, che per decenni non si sono visti circolare. Marciano rassegnati con speciali cuffie contenitive per le orecchie – che sarebbero il loro bello - concepite per evitare di raccattare polvere e insetti. Mi ricordano, nell’identico sguardo vergognoso, certi bambini colpiti da orecchioni che le madri intabarravano in strati di sciarpe e cappelli. Anche i volpini non si vedevano da un pezzo, con i loro musi aguzzi e, diciamo, un carattere non proprio socievole, ma oggi nessuno li chiama volpini. Si chiamano “Pomerania”. Moltissimi bulldog francesi caracollano sulle zampe storte, sotto il peso dei loro testoni. C’è chi li definisce mostri, chi li adora per quel loro stare in un mondo in cui solo la simpatia compensa l’assenza di grazia. Come per gli umani, d’altra parte: non è bello, si dice, è un tipo. Nelle taglie superiori c’è di tutto, tranne i pastori tedeschi che invece non usano più. Naturalmente il gioco, fin troppo facile, è trovare le somiglianze tra cani e padroni. Quanto agli umani, ci si potrebbe sbizzarrire ma in questa sede la categorizzazione più immediata è tra correnti e camminanti, ognuno dei quali con le sue specificità. Tra i primi si annoverano le fanciulle fasciate in leggins di marca e code di cavallo ondulanti. Corrono in spregio al mondo, non tanto per via della loro bellezza acerba quanto per le articolazioni ancora opulente di cartilagine. Ignorano, giovani e superbe, il patrimonio che risiede nelle loro ginocchia. Naturalmente esiste il corrispettivo maschile, muscolare, che assalta il centro della carreggiata gareggiando in prestanza con i compagni, o, in assenza, con se stesso. Tanto sudore tanta gloria. Altri, molto meno giovani, mettono in atto forme di corsa sperimentali (per la sopravvivenza) ora spingendo sugli avampiedi, ora strascicando i talloni, ora a ginocchia piegate, ora avanzando con l’addome. Tutti concentratissimi e rubizzi, alcuni serrano le mascelle, ma non è cattiveria, è solo sforzo. Diversi sportivi convergono nel parchetto attaccando, sulle panchine, serie infinite di addominali. L’obiettivo è la “tartaruga”, il nemico da battere le zanzare assassine. Tra il popolo camminante – coppiette alla prima uscita, badanti a fine turno, bambini recalcitranti – menzione onorevole va alle truppe di signore dal passo marziale, maglietta inneggiante al beverone proteico. Meno sfreccianti ma più determinate, fatto salvo il gap trentennale, la loro battaglia al girovita non è meno eroica di quella al rassodamento intentata dalle giovani valchirie al galoppo. Il wellness, nuova religione, fa proseliti ovunque. E poi c’è questa signora, sottile ed elegante, che per anni ho incrociato, senza conoscerla, in compagnia del marito, silenziosi quasi sempre, spesso lei qualche passo avanti a lui. Da un po’ di tempo la vedo sola, in bicicletta, più spesso a piedi. Ha il passo dinamico, come sempre, l’aria seria. L’altra sera l’ho notata imboccare una delle discese che portano al fiume e risalire poco dopo con un mazzetto di fiori di campo tra le mani. Ho immaginato che, tornata a casa, li avrebbe sistemati in un vaso appoggiato sul tavolo. E li avrebbe guardati durante la cena solitaria, considerando la bellezza struggente ed effimera di un papavero. La vista è così sollecitata, sul viale, che si vorrebbe andare oltre. Oltre la soglia delle case, per esempio. Una sera nel parco di una grande villa di inizio Novecento, con le volute, gli stucchi in forma di boccioli e tutto il resto una signora ben vestita annaffiava le rose. Sono stata tentata di avvicinarla, chiederle di dare un’occhiatina all’interno. Alle porte. Ai pavimenti. Ai soffitti. Non l’ho fatto, naturalmente. Nelle case non si entra, tuttalpiù si sbircia, ma quando è notte e le luci dentro sono accese. Questa però è attività prevalentemente invernale, specie natalizia, quando dietro le finestre si intravvedono gli alberi addobbati. Case abbandonate, come il vecchio ristorante di cui rimane intatta un’insegna telefonica e dove da bambina succhiai con ribrezzo una coscia di rana durante un pranzo di famiglia rumoroso e spensierato. Case abbattute, che ovviamente non si vedono più. Chi potrà permettersi di vivere nei funghi sbucati al posto dell’antica casa affrescata avrà vista esclusiva sulla Bisalta. Noi, no, non l’avremo più. Restano, al posto, i pilastrini che delimitavano l’ingresso al parco con il nome del “villino” tirato giù. A me sembra uno scherzo alla Marchese del Grillo. Case con le finestre chiuse, ancora per poco. Il tatto. Senso fisico per eccellenza, a richiamarlo è un’altra casa, anzi, un palazzo con enorme parco che sa di secoli passati e di carrozze, di una nobiltà austera, di domestici e giardinieri. Serrate per la gran parte dell’anno, all’inizio di ogni estate le finestre vengono spalancate per arieggiare i saloni senza che mai anima viva vi appaia, né d’altra parte mi è mai capitato di vedere qualcuno entrare o uscire dal bellissimo portone di legno. Per qualcuno è l’inizio di una villeggiatura estiva che mai potrebbe essere chiamata vacanza. Per tre mesi quelle finestre rimarranno aperte e sono le tende leggere, che si muovono al tocco del vento danzando tra un dentro buio e un fuori luminoso, a dare più di ogni altra cosa il senso di mistero della casa e, allo stesso tempo, a regalare una sensazione tattile di freschezza. Perché è proprio nei giorni di calura intensa, quando per molte ore tutto appare immobile, che al tramonto qualche refolo si alza e dopo averci sfiorato il viso si insacca in quelle stoffe riprendendo le danze. La frescura è il dono del viale nei giorni torridi. Si avverte sulla pelle come fredda umidità di sottobosco. In anni di abbondanza d’acque infilare una mano nella bealera gonfia è sollievo per tutto il corpo, non solo umano. Non c’è esemplare canino che non punti a tuffarcisi per uscirne zuppo e felice. E nulla offre una sensazione di radicamento alla terra come affondare i piedi nudi nell’erba del parco per un “Saluto al sole”. Ah, praticare lo yoga en plain air, che leggerezza, che connessione. Se non fosse per gli insetti che pungono, mordono, pizzicano… e voilà, la connessione è già istinto omicida. Ma gli insetti, insomma, con il loro poco percettibile stridulare sono anch’essi parte del coro, no? Per soddisfare l’udito tuttavia – e siamo a quattro – bisognerà chiudere gli occhi e mettersi in ascolto. E allora, bandite da un pezzo le automobili, i motori saranno nulla più di un sottofondo lontano. Altre, le voci protagoniste: il fischio del merlo, l’uh uh uh uh delle tortore, i garriti dei rondoni e il gracchiare delle cornacchie, tutti insieme appassionatamente. Per il canto d’amore dell’assiolo, solista di quel coro, bisognerà aspettare la notte. Di giorno, invece, segnano il tempo il battere ritmico delle scarpe da ginnastica sull’asfalto dei correnti e il loro ansimare, il rumore inconfondibile dei raggi delle biciclette che incontrano l’aria. Soprattutto, le voci degli umani che conversano tra loro o parlano al telefono. Se c’è un’attività appassionante, in quelle osservazioni serali, è proprio quella di origliare brandelli di conversazioni altrui. Si cammina accanto ai passanti con aria disinteressata e si carpisce una frase, qualche parola, fantasticandoci sopra. A volte è così avvincente che dispiace passare oltre: “Lui dice che vorrebbe una relazione, ma io…”, dice una ragazza bionda al telefono. “Ma io” cosa? Cos’è, tu non vuoi la relazione? E perché mai? “E’ arrivata la convocazione per agosto…”, dice un’altra, sempre parlando al telefono, sorpassandomi all’andata. Quale convocazione? Per un lavoro, immagino, chissà quale. La incrocio al ritorno: “La destinazione è la Francia”. Ne sta ancora parlando e sembra contenta, forse la sua vita sta per cambiare. Beh, tanti auguri, ragazza. Il dialetto, appannaggio di chi ha una certa età, si confonde con lingue straniere e, di tanto in tanto, la voce arrabbiata di un cantante trap si alza da un monopattino lanciato a tutta velocità. Infine: il gusto. Questo è difficile, ma a ben pensarci: chi non ha masticato un filo d’erba, chi non ha mangiato una mora d’agosto, perché sì, rovi di more sporgono, a portata di mano, anche se adesso i frutti sono piccoli sassi acerbi. Chi non ha provato una susina selvatica dell’albero che sta su, oltre il santuario? E i gelati comprati dal carretto ormai parte del paesaggio? Se penso a una sensazione che attivi le emozioni, però, mi viene in mente solo una cosa. Seconda media, credo, un ragazzino goffo come me, un pomeriggio d’inverno e la discesa che porta verso la piscina. Ci teniamo per mano, con buffi cappelli in testa e i guanti di lana. So che mi darà un bacio, ma non ho idea di cosa succederà esattamente. A un tratto si ferma, si mette in posizione, piega la testa e lo fa. Il sapore è dolce, ma la dolcezza è quella del ricordo di oggi, per quei due ragazzini inesperti che stavano crescendo. Al momento, invece, quel bacio non mi piacque affatto, come quel giorno, quando mangiai la rana.
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