(foto Pixabay)
Nella vita siamo come aragoste, costretti ad abbandonare il nostro esoscheletro per poter crescere. Le aragoste ogni volta che diventano più grandi devono passare attraverso un processo doloroso e rischioso chiamato muta, in cui abbandonano la copertura esterna per formarne una nuova.
Nella vita umana non abbiamo esoscheletri da gettare, ma abbiamo la nostra versione di muta, in cui abbandoniamo la copertura esterna per formarne una nuova.
Nella vita umana non abbiamo esoscheletri da gettare, ma abbiamo la nostra versione di muta, per poter crescere fisicamente ed emotivamente.
Nel processo di trasformazione che è l’adolescenza si cambia struttura e, in quella fase di transizione tra il prima e il dopo, serve un sostegno che non sia né iperprotezione né gabbia. Lo chiameremo esoscheletro sociale - diverso da quello personale - necessario perché c’è “quel dolore imperscrutabile che si prova da adolescenti”, come ha detto il regista Paolo Sorrentino in una recente intervista. È imperscrutabile perché non si lascia facilmente raggiungere, ma non vederlo non significa che non ci sia.
La cronaca della scorsa settimana sul suicidio di due giovanissimi di Cuneo e Fossano ha suscitato, insieme al dolore, tanti interrogativi e il bisogno di una riflessione ulteriore sul disagio che la Generazione Z manifesta in modo sempre più conclamato.
L’adolescenza è un’età tormentata e complessa. Tendiamo a dimenticarlo, depistati dalla narrazione falsificata che ne fanno i social tra un selfie, un outfit e uno shottino.
Scrive lo psicoterapeuta Matteo Lancini nel saggio “Sii te stesso a modo mio” (2023): “Gli adolescenti risentono di come gli adulti la maggior parte delle volte rispondono alla loro sofferenza e della loro incapacità di ascoltare profondamente, impegnati come sono a incasellare ogni comportamento e a trovarne la causa”. Succede perché questa è la società del “vietato essere tristi”. Fatica di vivere e dolore sono diventati uno stigma, il marchio dell’insuccesso, quando invece si tratta di aspetti della vita, “i fallimenti che per tua natura normalmente attirerai”, come canta Battiato ne “La cura”.
Accanto al diritto al benessere, va promosso il diritto alla pausa, alla rinuncia, all’errore. Va ricordato che benessere non significa stare sempre bene. Un ragazzo che soffre non è necessariamente malato, né tantomeno viziato. Rigidità e giudizio ci allontanano dalla possibilità di quell’”ascolto identificato” di cui parla Lancini. È di questo che dev’esser fatto l’esoscheletro sociale da offrire all’adolescente nella sua fase trasformativa, in cui c’è bisogno di dare molto senso a quello che avviene dentro e intorno a lui: una spinta evolutiva potente, tesa a capire chi si è, cosa si prova e perché, a fare i conti con la delusione connaturata all’esistere e al dolore che ne deriva. Quello che serve secondo Lancini non è l’ascolto, ma l’identificazione con l’adolescente, che implica un coinvolgimento più profondo: identificarsi con il suo disagio, cercando di capire chi è e come sta cercando di risolvere i propri problemi, tollerando i suoi inciampi e le sue soste, senza cadere nella trappola diffusa del: “sii te stesso a modo mio”.
Serve dare valore, senso e spazio alla ricerca del vero sé “e per avere un approccio di questo tipo, si tratta solo di avere bene in mente chi si ha davanti”: degli adolescenti, molto esposti ai marosi della vita, privi del vestito dell’infanzia e sprovvisti ancora di quello dell’età adulta, in piena metamorfosi, come quella del bruco in farfalla, che sentono che tutto cambia dentro e fuori, la consistenza del corpo interiore ed esteriore. Per questo serve un esoscheletro sociale: per educare e sostenere.
Un esoscheletro capace di fare offerte e non richieste, di dare senso senza colpa.
editoriale
(foto Pixabay)
Nella vita siamo come aragoste, costretti ad abbandonare il nostro esoscheletro per poter crescere. Le aragoste ogni volta che diventano più grandi devono passare attraverso un processo doloroso e rischioso chiamato muta, in cui abbandonano la copertura esterna per formarne una nuova.
Nella vita umana non abbiamo esoscheletri da gettare, ma abbiamo la nostra versione di muta, in cui abbandoniamo la copertura esterna per formarne una nuova.
Nella vita umana non abbiamo esoscheletri da gettare, ma abbiamo la nostra versione di muta, per poter crescere fisicamente ed emotivamente.
Nel processo di trasformazione che è l’adolescenza si cambia struttura e, in quella fase di transizione tra il prima e il dopo, serve un sostegno che non sia né iperprotezione né gabbia. Lo chiameremo esoscheletro sociale - diverso da quello personale - necessario perché c’è “quel dolore imperscrutabile che si prova da adolescenti”, come ha detto il regista Paolo Sorrentino in una recente intervista. È imperscrutabile perché non si lascia facilmente raggiungere, ma non vederlo non significa che non ci sia.
La cronaca della scorsa settimana sul suicidio di due giovanissimi di Cuneo e Fossano ha suscitato, insieme al dolore, tanti interrogativi e il bisogno di una riflessione ulteriore sul disagio che la Generazione Z manifesta in modo sempre più conclamato.
L’adolescenza è un’età tormentata e complessa. Tendiamo a dimenticarlo, depistati dalla narrazione falsificata che ne fanno i social tra un selfie, un outfit e uno shottino.
Scrive lo psicoterapeuta Matteo Lancini nel saggio “Sii te stesso a modo mio” (2023): “Gli adolescenti risentono di come gli adulti la maggior parte delle volte rispondono alla loro sofferenza e della loro incapacità di ascoltare profondamente, impegnati come sono a incasellare ogni comportamento e a trovarne la causa”. Succede perché questa è la società del “vietato essere tristi”. Fatica di vivere e dolore sono diventati uno stigma, il marchio dell’insuccesso, quando invece si tratta di aspetti della vita, “i fallimenti che per tua natura normalmente attirerai”, come canta Battiato ne “La cura”.
Accanto al diritto al benessere, va promosso il diritto alla pausa, alla rinuncia, all’errore. Va ricordato che benessere non significa stare sempre bene. Un ragazzo che soffre non è necessariamente malato, né tantomeno viziato. Rigidità e giudizio ci allontanano dalla possibilità di quell’”ascolto identificato” di cui parla Lancini. È di questo che dev’esser fatto l’esoscheletro sociale da offrire all’adolescente nella sua fase trasformativa, in cui c’è bisogno di dare molto senso a quello che avviene dentro e intorno a lui: una spinta evolutiva potente, tesa a capire chi si è, cosa si prova e perché, a fare i conti con la delusione connaturata all’esistere e al dolore che ne deriva. Quello che serve secondo Lancini non è l’ascolto, ma l’identificazione con l’adolescente, che implica un coinvolgimento più profondo: identificarsi con il suo disagio, cercando di capire chi è e come sta cercando di risolvere i propri problemi, tollerando i suoi inciampi e le sue soste, senza cadere nella trappola diffusa del: “sii te stesso a modo mio”.
Serve dare valore, senso e spazio alla ricerca del vero sé “e per avere un approccio di questo tipo, si tratta solo di avere bene in mente chi si ha davanti”: degli adolescenti, molto esposti ai marosi della vita, privi del vestito dell’infanzia e sprovvisti ancora di quello dell’età adulta, in piena metamorfosi, come quella del bruco in farfalla, che sentono che tutto cambia dentro e fuori, la consistenza del corpo interiore ed esteriore. Per questo serve un esoscheletro sociale: per educare e sostenere.
Un esoscheletro capace di fare offerte e non richieste, di dare senso senza colpa.
L’esoscheletro degli adolescenti
02 giugno 2024
Cuneo
(foto Pixabay)
Nella vita siamo come aragoste, costretti ad abbandonare il nostro esoscheletro per poter crescere. Le aragoste ogni volta che diventano più grandi devono passare attraverso un processo doloroso e rischioso chiamato muta, in cui abbandonano la copertura esterna per formarne una nuova.
Nella vita umana non abbiamo esoscheletri da gettare, ma abbiamo la nostra versione di muta, in cui abbandoniamo la copertura esterna per formarne una nuova.
Nella vita umana non abbiamo esoscheletri da gettare, ma abbiamo la nostra versione di muta, per poter crescere fisicamente ed emotivamente.
Nel processo di trasformazione che è l’adolescenza si cambia struttura e, in quella fase di transizione tra il prima e il dopo, serve un sostegno che non sia né iperprotezione né gabbia. Lo chiameremo esoscheletro sociale - diverso da quello personale - necessario perché c’è “quel dolore imperscrutabile che si prova da adolescenti”, come ha detto il regista Paolo Sorrentino in una recente intervista. È imperscrutabile perché non si lascia facilmente raggiungere, ma non vederlo non significa che non ci sia.
La cronaca della scorsa settimana sul suicidio di due giovanissimi di Cuneo e Fossano ha suscitato, insieme al dolore, tanti interrogativi e il bisogno di una riflessione ulteriore sul disagio che la Generazione Z manifesta in modo sempre più conclamato.
L’adolescenza è un’età tormentata e complessa. Tendiamo a dimenticarlo, depistati dalla narrazione falsificata che ne fanno i social tra un selfie, un outfit e uno shottino.
Scrive lo psicoterapeuta Matteo Lancini nel saggio “Sii te stesso a modo mio” (2023): “Gli adolescenti risentono di come gli adulti la maggior parte delle volte rispondono alla loro sofferenza e della loro incapacità di ascoltare profondamente, impegnati come sono a incasellare ogni comportamento e a trovarne la causa”. Succede perché questa è la società del “vietato essere tristi”. Fatica di vivere e dolore sono diventati uno stigma, il marchio dell’insuccesso, quando invece si tratta di aspetti della vita, “i fallimenti che per tua natura normalmente attirerai”, come canta Battiato ne “La cura”.
Accanto al diritto al benessere, va promosso il diritto alla pausa, alla rinuncia, all’errore. Va ricordato che benessere non significa stare sempre bene. Un ragazzo che soffre non è necessariamente malato, né tantomeno viziato. Rigidità e giudizio ci allontanano dalla possibilità di quell’”ascolto identificato” di cui parla Lancini. È di questo che dev’esser fatto l’esoscheletro sociale da offrire all’adolescente nella sua fase trasformativa, in cui c’è bisogno di dare molto senso a quello che avviene dentro e intorno a lui: una spinta evolutiva potente, tesa a capire chi si è, cosa si prova e perché, a fare i conti con la delusione connaturata all’esistere e al dolore che ne deriva. Quello che serve secondo Lancini non è l’ascolto, ma l’identificazione con l’adolescente, che implica un coinvolgimento più profondo: identificarsi con il suo disagio, cercando di capire chi è e come sta cercando di risolvere i propri problemi, tollerando i suoi inciampi e le sue soste, senza cadere nella trappola diffusa del: “sii te stesso a modo mio”.
Serve dare valore, senso e spazio alla ricerca del vero sé “e per avere un approccio di questo tipo, si tratta solo di avere bene in mente chi si ha davanti”: degli adolescenti, molto esposti ai marosi della vita, privi del vestito dell’infanzia e sprovvisti ancora di quello dell’età adulta, in piena metamorfosi, come quella del bruco in farfalla, che sentono che tutto cambia dentro e fuori, la consistenza del corpo interiore ed esteriore. Per questo serve un esoscheletro sociale: per educare e sostenere.
Un esoscheletro capace di fare offerte e non richieste, di dare senso senza colpa.