editoriale

Il paradosso Louis-Schmeling e lo sport giovanile locale

12 maggio 2024

Cuneo

Pallone da calcio (foto Pixabay) (foto Pixabay) Joe Louis e Max Schmeling sono stati due campioni nella boxe degli anni ’30, protagonisti di due incontri leggendari, il primo vinto da Schmeling e il secondo da Joe Louis. Si è trattato di confronti epici, che hanno attirato l’attenzione anche dei non appassionati. Le sfide tra il campione americano di colore (Joe Louis) e il tedesco Schmeling, nel 1936 e nel 1938, hanno rappresentato molto di più di semplici competizioni sportive. Anche gli economisti si sono interessati alla vicenda, elaborando quello che, ancora oggi, viene studiato come il “paradosso Louis – Schmeling”. Infatti, applicando al mondo sportivo le regole del mercato, gli incontri in questione non sarebbero mai avvenuti, perché nessuno dei due contendenti avrebbe avuto alcuna convenienza nell’affrontare l’avversario migliore come, invece, è avvenuto. Nella boxe, infatti, (e soprattutto in quell’epoca) c’è un certo margine di discrezionalità nella scelta dell’avversario e ognuno dei due pugili avrebbe avuto vita molto più semplice preferendo avversari più deboli. Al contrario, entrambi hanno deciso di andare incontro al rischio di essere sconfitti (come, poi, è effettivamente avvenuto) incrociando i guantoni l’uno contro l’altro. Oltre a ragioni ideali e all’ambizione sportiva, ciò che ha indotto i due campioni a sfidarsi è stato il ritorno economico, perché sapevano entrambi che l’interesse della stampa, del pubblico e degli sponsor avrebbe loro garantito guadagni ben più lauti di quanto non sarebbe stato per incontri dall’esito scontato. In altri termini, l’interesse per una competizione sportiva è legato alla sua incertezza: maggiore è l’equilibrio nella gara, maggiore sarà il vantaggio, anche economico, per tutti i contendenti. Lo sport americano ha fatto tesoro di questo bagaglio di esperienze e, ancora oggi, i campionati professionistici di basket, baseball e football, prevedono regole che assicurino equilibrio tra chi compete. Ad esempio, ci sono meccanismi per fare in modo che tutte le squadre abbiano lo stesso monte stipendi, in modo che nessuna possa vincere semplicemente spendendo più delle altre. Allo stesso modo, è previsto che i nuovi giocatori che fanno il loro ingresso nel mondo professionistico non possano scegliere la squadra nella quale militare, ma che siano i team a farlo, partendo dall’ultimo, che sceglierà per primo, e così a ritroso fino ad arrivare a chi ha vinto il campionato, che effettuerà per ultimo la propria scelta. Sarebbe interessante immaginare come andrebbe il nostro calcio giovanile locale se si applicassero meccanismi finalizzati ad assicurare l’equilibrio della competizione. Per qualche motivo, invece, è prassi oramai consolidata che le squadre più forti attingano a piene mani da quelle meno blasonate. Si assiste, quindi, a migrazioni (per lo più estive) di gruppetti di campioncini in erba che si muovono da una squadra all’altra, generalmente al seguito di intraprendenti allenatori o dirigenti che, a loro volta, vivono (con alterne fortune) la loro condizione di nomadismo sportivo. Chi ha occasione di frequentare gli spalti dei campionati calcistici, cestistici e pallavolistici locali sa che tutto ciò si è tradotto nella progressiva riduzione delle squadre iscritte ai campionati. Oltre alla denatalità, a una certa disaffezione allo sport da parte di alcuni giovanissimi e a difficoltà anche di tipo economico, le società sportive di base, che rappresentano una parte essenziale del tessuto vitale dello sport giovanile, si trovano a dover affrontare ripetuti valzer di dirigenti, allenatori e atleti (ovviamente, con tanto di genitori al seguito). Evidentemente, non tutti hanno fatto tesoro degli insegnamenti del paradosso Louis - Schmeling e non tutti hanno compreso che l’idea di vincere sottraendo risorse agli avversari, anziché per meriti propri, non conduce lontano. Non si tratta solamente di elementari considerazioni di natura etica, perché alle stesse conclusioni conduce anche il puro calcolo del proprio interesse, se correttamente valutato. Senza avversari non c’è competizione e, senza competizione sportiva, tutti perdono, anche i più forti. Anche in ambito sportivo, l’indifferenza per le sorti dell’altro o, peggio, la sistematica sottrazione delle risorse altrui, alla lunga, impoverisce tutti.  
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