È già capitato, in passato, di riflettere sugli approfondimenti di McKinsey, società tra i leader mondiali della consulenza strategica, che può contare su un organico di 45.000 dipendenti e che, lo scorso anno, ha fatturato 16 miliardi di dollari.
In una intervista recentemente diffusa nell’ambito della rubrica “Strategic Room”, McKinsey ha dato spazio alle parole di Robert McLean e Sean Conn, rispettivamente presidente della più grande fondazione filantropica in Australia e, il secondo, imprenditore e ambientalista, autori del libro dal titolo (qui liberamente tradotto in italiano) “Gli “imperfezionisti”: mentalità strategiche per tempi incerti”.
Nell’intervista, McLean e Conn hanno tratteggiato alcuni concetti di un certo interesse, che possono essere riassunti nell’idea di “abbracciare l’imperfezione” (anche nel suo significato di cogliere, trarre vantaggio dall’imperfezione), non come un nemico o un’onta, ma come un dato di fatto che può anche essere foriero di sviluppi fecondi. McKinsey fa proprio questo punto di vista intitolando l’approfondimento “Perché gli strateghi dovrebbero abbracciare l’imperfezione”.
Allarga il cuore sapere che una realtà dell’importanza di McKinsey veicoli contenuti così lungimiranti. Nella presentazione del volume, infatti, gli autori spiegano che, in tempi di incertezza, occorre avere il coraggio di fare anche “piccoli passi coraggiosi”, nella consapevolezza che ogni passo in avanti potrà richiederne uno indietro. Per questo motivo, proseguono, bisogna avere la lungimiranza di incoraggiare, anche in termini di incentivi economici, chi ha la forza di correre il rischio di sbagliare. Premiare chi ha provato a percorrere sentieri non battuti anche quando, poi, è dovuto tornare sui propri passi, significa dare fiducia a chi può aprire vie nuove. Accontentarsi di ripetere all’infinito schemi e percorsi evidentemente non più adatti, vuol dire andare incontro al fallimento o, quanto meno, ad autolimitarsi in confini asfittici e inadeguati.
Di fronte a efficientismi di vario tipo e a pretese di infallibilità, talvolta grottesche, queste parole di buon senso assumono un significato profondo. Il passaggio dalla teoria alla pratica, tuttavia, non è così semplice, e nel proverbiale mare che separa il dire e il fare pare navigare la stessa McKinsey. È di questi giorni, infatti, la notizia di 360 licenziamenti per fronteggiare il calo della domanda di alcuni servizi. Stando a quanto riportato dalla stampa specializzata, a 3000 dipendenti sarebbe, inoltre, stata recapitata una comunicazione con la quale i destinatari sono stati informati dell’insoddisfazione rispetto alle loro prestazioni, con annesso (caloroso) invito a migliorare le performance. Per quanto si tratti di numeri che devono essere valutati in rapporto alla forza lavoro complessiva, di 45.000 persone, l’auspicio è che i destinatari delle comunicazioni non fossero quelli che avevano commesso errori in un percorso innovativo. In ogni caso, la vicenda mostra quanto la prova dei fatti sia dura per ogni buon proposito.
Eppure, abbracciare l’imperfezione, l’errore, i difetti, le disillusioni, può essere salutare per restituire umanità, e quindi dignità, a molte dimensioni della nostra vita, incluse quelle sociale ed economica.
In una delle sue celebri strisce, Charles Shulz, fa dire a Snoopy: “Ho imparato così tanto dai miei errori che sto pensando di farne altri …”. Ovviamente, si tratta di una battuta e non di un consiglio di vita; a ben vedere, però, la provocazione del simpatico brachetto può anche essere una manifestazione di sano realismo, ben più seria di tante vie sicure per il successo che, molto spesso, non conducono da nessuna parte. Non è infrequente, infatti, che certe presunte certezze lasciano macerie e ferite il cui costo viene scaricato sugli sfortunati che, di volta in volta, vengono ritenuti imperfetti, inadeguati, troppo fragili, troppo sensibili, troppo giovani, troppo anziani … troppo umani.
C’è qualcosa di spocchiosamente ingenuo nel pensiero e nelle azioni di chi disegna una irraggiungibile perfezione alla quale si dovrebbe tendere e che diventa la misura di tutto e tutti.
Uno sguardo intellettualmente onesto su se stessi dovrebbe condurre a quell’indulgenza verso gli altri che non è complicità, ma semplice presa d’atto di fare parte della grande famiglia degli imperfetti, che sbagliano facendo del proprio meglio e sono disposti a tornare sui propri passi quando è necessario.
editoriale
È già capitato, in passato, di riflettere sugli approfondimenti di McKinsey, società tra i leader mondiali della consulenza strategica, che può contare su un organico di 45.000 dipendenti e che, lo scorso anno, ha fatturato 16 miliardi di dollari.
In una intervista recentemente diffusa nell’ambito della rubrica “Strategic Room”, McKinsey ha dato spazio alle parole di Robert McLean e Sean Conn, rispettivamente presidente della più grande fondazione filantropica in Australia e, il secondo, imprenditore e ambientalista, autori del libro dal titolo (qui liberamente tradotto in italiano) “Gli “imperfezionisti”: mentalità strategiche per tempi incerti”.
Nell’intervista, McLean e Conn hanno tratteggiato alcuni concetti di un certo interesse, che possono essere riassunti nell’idea di “abbracciare l’imperfezione” (anche nel suo significato di cogliere, trarre vantaggio dall’imperfezione), non come un nemico o un’onta, ma come un dato di fatto che può anche essere foriero di sviluppi fecondi. McKinsey fa proprio questo punto di vista intitolando l’approfondimento “Perché gli strateghi dovrebbero abbracciare l’imperfezione”.
Allarga il cuore sapere che una realtà dell’importanza di McKinsey veicoli contenuti così lungimiranti. Nella presentazione del volume, infatti, gli autori spiegano che, in tempi di incertezza, occorre avere il coraggio di fare anche “piccoli passi coraggiosi”, nella consapevolezza che ogni passo in avanti potrà richiederne uno indietro. Per questo motivo, proseguono, bisogna avere la lungimiranza di incoraggiare, anche in termini di incentivi economici, chi ha la forza di correre il rischio di sbagliare. Premiare chi ha provato a percorrere sentieri non battuti anche quando, poi, è dovuto tornare sui propri passi, significa dare fiducia a chi può aprire vie nuove. Accontentarsi di ripetere all’infinito schemi e percorsi evidentemente non più adatti, vuol dire andare incontro al fallimento o, quanto meno, ad autolimitarsi in confini asfittici e inadeguati.
Di fronte a efficientismi di vario tipo e a pretese di infallibilità, talvolta grottesche, queste parole di buon senso assumono un significato profondo. Il passaggio dalla teoria alla pratica, tuttavia, non è così semplice, e nel proverbiale mare che separa il dire e il fare pare navigare la stessa McKinsey. È di questi giorni, infatti, la notizia di 360 licenziamenti per fronteggiare il calo della domanda di alcuni servizi. Stando a quanto riportato dalla stampa specializzata, a 3000 dipendenti sarebbe, inoltre, stata recapitata una comunicazione con la quale i destinatari sono stati informati dell’insoddisfazione rispetto alle loro prestazioni, con annesso (caloroso) invito a migliorare le performance. Per quanto si tratti di numeri che devono essere valutati in rapporto alla forza lavoro complessiva, di 45.000 persone, l’auspicio è che i destinatari delle comunicazioni non fossero quelli che avevano commesso errori in un percorso innovativo. In ogni caso, la vicenda mostra quanto la prova dei fatti sia dura per ogni buon proposito.
Eppure, abbracciare l’imperfezione, l’errore, i difetti, le disillusioni, può essere salutare per restituire umanità, e quindi dignità, a molte dimensioni della nostra vita, incluse quelle sociale ed economica.
In una delle sue celebri strisce, Charles Shulz, fa dire a Snoopy: “Ho imparato così tanto dai miei errori che sto pensando di farne altri …”. Ovviamente, si tratta di una battuta e non di un consiglio di vita; a ben vedere, però, la provocazione del simpatico brachetto può anche essere una manifestazione di sano realismo, ben più seria di tante vie sicure per il successo che, molto spesso, non conducono da nessuna parte. Non è infrequente, infatti, che certe presunte certezze lasciano macerie e ferite il cui costo viene scaricato sugli sfortunati che, di volta in volta, vengono ritenuti imperfetti, inadeguati, troppo fragili, troppo sensibili, troppo giovani, troppo anziani … troppo umani.
C’è qualcosa di spocchiosamente ingenuo nel pensiero e nelle azioni di chi disegna una irraggiungibile perfezione alla quale si dovrebbe tendere e che diventa la misura di tutto e tutti.
Uno sguardo intellettualmente onesto su se stessi dovrebbe condurre a quell’indulgenza verso gli altri che non è complicità, ma semplice presa d’atto di fare parte della grande famiglia degli imperfetti, che sbagliano facendo del proprio meglio e sono disposti a tornare sui propri passi quando è necessario.
Abbracciare l’imperfezione
21 aprile 2024
Cuneo
È già capitato, in passato, di riflettere sugli approfondimenti di McKinsey, società tra i leader mondiali della consulenza strategica, che può contare su un organico di 45.000 dipendenti e che, lo scorso anno, ha fatturato 16 miliardi di dollari.
In una intervista recentemente diffusa nell’ambito della rubrica “Strategic Room”, McKinsey ha dato spazio alle parole di Robert McLean e Sean Conn, rispettivamente presidente della più grande fondazione filantropica in Australia e, il secondo, imprenditore e ambientalista, autori del libro dal titolo (qui liberamente tradotto in italiano) “Gli “imperfezionisti”: mentalità strategiche per tempi incerti”.
Nell’intervista, McLean e Conn hanno tratteggiato alcuni concetti di un certo interesse, che possono essere riassunti nell’idea di “abbracciare l’imperfezione” (anche nel suo significato di cogliere, trarre vantaggio dall’imperfezione), non come un nemico o un’onta, ma come un dato di fatto che può anche essere foriero di sviluppi fecondi. McKinsey fa proprio questo punto di vista intitolando l’approfondimento “Perché gli strateghi dovrebbero abbracciare l’imperfezione”.
Allarga il cuore sapere che una realtà dell’importanza di McKinsey veicoli contenuti così lungimiranti. Nella presentazione del volume, infatti, gli autori spiegano che, in tempi di incertezza, occorre avere il coraggio di fare anche “piccoli passi coraggiosi”, nella consapevolezza che ogni passo in avanti potrà richiederne uno indietro. Per questo motivo, proseguono, bisogna avere la lungimiranza di incoraggiare, anche in termini di incentivi economici, chi ha la forza di correre il rischio di sbagliare. Premiare chi ha provato a percorrere sentieri non battuti anche quando, poi, è dovuto tornare sui propri passi, significa dare fiducia a chi può aprire vie nuove. Accontentarsi di ripetere all’infinito schemi e percorsi evidentemente non più adatti, vuol dire andare incontro al fallimento o, quanto meno, ad autolimitarsi in confini asfittici e inadeguati.
Di fronte a efficientismi di vario tipo e a pretese di infallibilità, talvolta grottesche, queste parole di buon senso assumono un significato profondo. Il passaggio dalla teoria alla pratica, tuttavia, non è così semplice, e nel proverbiale mare che separa il dire e il fare pare navigare la stessa McKinsey. È di questi giorni, infatti, la notizia di 360 licenziamenti per fronteggiare il calo della domanda di alcuni servizi. Stando a quanto riportato dalla stampa specializzata, a 3000 dipendenti sarebbe, inoltre, stata recapitata una comunicazione con la quale i destinatari sono stati informati dell’insoddisfazione rispetto alle loro prestazioni, con annesso (caloroso) invito a migliorare le performance. Per quanto si tratti di numeri che devono essere valutati in rapporto alla forza lavoro complessiva, di 45.000 persone, l’auspicio è che i destinatari delle comunicazioni non fossero quelli che avevano commesso errori in un percorso innovativo. In ogni caso, la vicenda mostra quanto la prova dei fatti sia dura per ogni buon proposito.
Eppure, abbracciare l’imperfezione, l’errore, i difetti, le disillusioni, può essere salutare per restituire umanità, e quindi dignità, a molte dimensioni della nostra vita, incluse quelle sociale ed economica.
In una delle sue celebri strisce, Charles Shulz, fa dire a Snoopy: “Ho imparato così tanto dai miei errori che sto pensando di farne altri …”. Ovviamente, si tratta di una battuta e non di un consiglio di vita; a ben vedere, però, la provocazione del simpatico brachetto può anche essere una manifestazione di sano realismo, ben più seria di tante vie sicure per il successo che, molto spesso, non conducono da nessuna parte. Non è infrequente, infatti, che certe presunte certezze lasciano macerie e ferite il cui costo viene scaricato sugli sfortunati che, di volta in volta, vengono ritenuti imperfetti, inadeguati, troppo fragili, troppo sensibili, troppo giovani, troppo anziani … troppo umani.
C’è qualcosa di spocchiosamente ingenuo nel pensiero e nelle azioni di chi disegna una irraggiungibile perfezione alla quale si dovrebbe tendere e che diventa la misura di tutto e tutti.
Uno sguardo intellettualmente onesto su se stessi dovrebbe condurre a quell’indulgenza verso gli altri che non è complicità, ma semplice presa d’atto di fare parte della grande famiglia degli imperfetti, che sbagliano facendo del proprio meglio e sono disposti a tornare sui propri passi quando è necessario.