Dai manuali di economia si impara che l’espansione del sistema economico dipende dal progresso tecnologico, dalla presenza di manodopera qualificata e dall’accumulazione di capitale. Secondo l’insegnamento tradizionale, infatti, la combinazione di fattori tecnologici e umani deve essere supportata da adeguati investimenti. Probabilmente, questi capisaldi degli studi economici dovranno essere rivisti.
Sia il progresso tecnologico, sia la formazione professionale, sia le valutazioni sugli investimenti meritano alcune considerazioni alla luce delle carenze che alcune letture semplicistiche hanno mostrato.
Innanzitutto, il progresso tecnologico. L’illusione della tecnologia fonte di ogni bene in quanto tale è, oramai, tramontata da tempo. Negli Stati Uniti, ad esempio, è in atto un profondo ripensamento sui dispositivi elettronici, soprattutto come veicolo di accesso ai social. È recente la notizia del divieto di utilizzo dei social ai minori di 14 anni, introdotto in Florida. Alcuni manager, ex dipendenti di importanti aziende del settore dei nuovi servizi elettronici e digitali, hanno manifestato preoccupazione e seri problemi di natura etica riguardo alle modalità con le quali questi servizi vengono proposti, talvolta subdole quando non evidentemente scorrette. Senza toccare i temi dell’inquinamento, delle armi o dei rifiuti, pare evidente non solo che la tecnologia, in sé, non necessariamente è un motore di sviluppo ma che, al contrario, esiste un uso della tecnologia che la fa diventare strumento di prevaricazione e di ingiustizia ai danni, soprattutto, dei più vulnerabili.
Sulla manodopera qualificata, da tempo alcuni tendono a indicare come preferibile un sapere di natura tecnica o scientifica rispetto a competenze, ad esempio, che rientrano nella sfera umanistica, o artistica o in quella dei saperi di cura o relazionali. Se mai ce ne fosse bisogno, gli anni della pandemia e quelli immediatamente successivi hanno dimostrato l’inconsistenza di questi punti di vista. La didattica a distanza è stata una risorsa preziosa quando non si poteva fare altrimenti, ma chi frequenta la scuola sa perfettamente quanto sia profondo il disagio che è stato provocato, non solo nei ragazzi ma anche negli adulti, da quella innaturale situazione che abbiamo imparato a chiamare “distanziamento”. In quei mesi non sono mancate le risorse tecnologiche; le professionalità tecniche e scientifiche hanno fatto il loro lavoro, anche egregiamente. Tutto questo, però, non è bastato a restituire una dimensione autenticamente umana alle relazioni ferite dalla lontananza forzata. La manodopera qualificata non può essere solo quella tecnologica. Per un autentico sviluppo umano e sociale c’è bisogno che le nostre relazioni siano alimentate da professionisti della cura, a tutti i livelli, e da competenze umanistiche e artistiche in senso ampio, perché la ricchezza dell’umano non venga svilita con letture banalizzanti e irrispettose di dignità e profondità che la tecnologia, da sola, non potrà mai cogliere.
Infine, l’accumulazione di capitale e gli investimenti. Si tratta di un tema certamente complesso che, però, deve essere affrontato non solo dal punto di vista della distinzione tra investimento che genera sviluppo (come, ad esempio, quello per migliorare i collegamenti ferroviari) e quello che distrugge (uno su tutti, le spese in armamenti). Sembra non più differibile una riflessione seria sui rapporti tra investimento e ricadute sul territorio e sulle comunità che lo abitano. Senza dover andare troppo lontano, il caso della prospettata chiusura dello sportello bancario di Intesa Sanpaolo a Vernante pare emblematico. L’utile netto di Intesa, nel 2023, è stato di 7,7 miliardi di euro, con una crescita del 76% rispetto all’anno precedente. La chiusura dello sportello di Vernante, quindi, non sarebbe motivata da necessità o da altre difficoltà, ma, si suppone, dalla consueta politica di razionalizzazione e di contenimento dei costi a beneficio del conto economico, nel breve periodo. Intesa ha investito molto per l’acquisizione di UBI Banca, ma le ricadute sul territorio, nel caso specifico, non si prospettano positive.
A ben vedere, parrebbe che il tema di fondo sia quello della priorità da dare, se all’espansione in quanto tale, oppure allo sviluppo. Fino ad oggi ci siamo occupati di crescita ed espansione come se fossero, di per sé, vie per uno sviluppo autentico e diffuso. Non è stato così, quindi, bisogna correggere la rotta.
editoriale
Dai manuali di economia si impara che l’espansione del sistema economico dipende dal progresso tecnologico, dalla presenza di manodopera qualificata e dall’accumulazione di capitale. Secondo l’insegnamento tradizionale, infatti, la combinazione di fattori tecnologici e umani deve essere supportata da adeguati investimenti. Probabilmente, questi capisaldi degli studi economici dovranno essere rivisti.
Sia il progresso tecnologico, sia la formazione professionale, sia le valutazioni sugli investimenti meritano alcune considerazioni alla luce delle carenze che alcune letture semplicistiche hanno mostrato.
Innanzitutto, il progresso tecnologico. L’illusione della tecnologia fonte di ogni bene in quanto tale è, oramai, tramontata da tempo. Negli Stati Uniti, ad esempio, è in atto un profondo ripensamento sui dispositivi elettronici, soprattutto come veicolo di accesso ai social. È recente la notizia del divieto di utilizzo dei social ai minori di 14 anni, introdotto in Florida. Alcuni manager, ex dipendenti di importanti aziende del settore dei nuovi servizi elettronici e digitali, hanno manifestato preoccupazione e seri problemi di natura etica riguardo alle modalità con le quali questi servizi vengono proposti, talvolta subdole quando non evidentemente scorrette. Senza toccare i temi dell’inquinamento, delle armi o dei rifiuti, pare evidente non solo che la tecnologia, in sé, non necessariamente è un motore di sviluppo ma che, al contrario, esiste un uso della tecnologia che la fa diventare strumento di prevaricazione e di ingiustizia ai danni, soprattutto, dei più vulnerabili.
Sulla manodopera qualificata, da tempo alcuni tendono a indicare come preferibile un sapere di natura tecnica o scientifica rispetto a competenze, ad esempio, che rientrano nella sfera umanistica, o artistica o in quella dei saperi di cura o relazionali. Se mai ce ne fosse bisogno, gli anni della pandemia e quelli immediatamente successivi hanno dimostrato l’inconsistenza di questi punti di vista. La didattica a distanza è stata una risorsa preziosa quando non si poteva fare altrimenti, ma chi frequenta la scuola sa perfettamente quanto sia profondo il disagio che è stato provocato, non solo nei ragazzi ma anche negli adulti, da quella innaturale situazione che abbiamo imparato a chiamare “distanziamento”. In quei mesi non sono mancate le risorse tecnologiche; le professionalità tecniche e scientifiche hanno fatto il loro lavoro, anche egregiamente. Tutto questo, però, non è bastato a restituire una dimensione autenticamente umana alle relazioni ferite dalla lontananza forzata. La manodopera qualificata non può essere solo quella tecnologica. Per un autentico sviluppo umano e sociale c’è bisogno che le nostre relazioni siano alimentate da professionisti della cura, a tutti i livelli, e da competenze umanistiche e artistiche in senso ampio, perché la ricchezza dell’umano non venga svilita con letture banalizzanti e irrispettose di dignità e profondità che la tecnologia, da sola, non potrà mai cogliere.
Infine, l’accumulazione di capitale e gli investimenti. Si tratta di un tema certamente complesso che, però, deve essere affrontato non solo dal punto di vista della distinzione tra investimento che genera sviluppo (come, ad esempio, quello per migliorare i collegamenti ferroviari) e quello che distrugge (uno su tutti, le spese in armamenti). Sembra non più differibile una riflessione seria sui rapporti tra investimento e ricadute sul territorio e sulle comunità che lo abitano. Senza dover andare troppo lontano, il caso della prospettata chiusura dello sportello bancario di Intesa Sanpaolo a Vernante pare emblematico. L’utile netto di Intesa, nel 2023, è stato di 7,7 miliardi di euro, con una crescita del 76% rispetto all’anno precedente. La chiusura dello sportello di Vernante, quindi, non sarebbe motivata da necessità o da altre difficoltà, ma, si suppone, dalla consueta politica di razionalizzazione e di contenimento dei costi a beneficio del conto economico, nel breve periodo. Intesa ha investito molto per l’acquisizione di UBI Banca, ma le ricadute sul territorio, nel caso specifico, non si prospettano positive.
A ben vedere, parrebbe che il tema di fondo sia quello della priorità da dare, se all’espansione in quanto tale, oppure allo sviluppo. Fino ad oggi ci siamo occupati di crescita ed espansione come se fossero, di per sé, vie per uno sviluppo autentico e diffuso. Non è stato così, quindi, bisogna correggere la rotta.
L’espansione del sistema economico e il vero sviluppo
07 aprile 2024
Cuneo
Dai manuali di economia si impara che l’espansione del sistema economico dipende dal progresso tecnologico, dalla presenza di manodopera qualificata e dall’accumulazione di capitale. Secondo l’insegnamento tradizionale, infatti, la combinazione di fattori tecnologici e umani deve essere supportata da adeguati investimenti. Probabilmente, questi capisaldi degli studi economici dovranno essere rivisti.
Sia il progresso tecnologico, sia la formazione professionale, sia le valutazioni sugli investimenti meritano alcune considerazioni alla luce delle carenze che alcune letture semplicistiche hanno mostrato.
Innanzitutto, il progresso tecnologico. L’illusione della tecnologia fonte di ogni bene in quanto tale è, oramai, tramontata da tempo. Negli Stati Uniti, ad esempio, è in atto un profondo ripensamento sui dispositivi elettronici, soprattutto come veicolo di accesso ai social. È recente la notizia del divieto di utilizzo dei social ai minori di 14 anni, introdotto in Florida. Alcuni manager, ex dipendenti di importanti aziende del settore dei nuovi servizi elettronici e digitali, hanno manifestato preoccupazione e seri problemi di natura etica riguardo alle modalità con le quali questi servizi vengono proposti, talvolta subdole quando non evidentemente scorrette. Senza toccare i temi dell’inquinamento, delle armi o dei rifiuti, pare evidente non solo che la tecnologia, in sé, non necessariamente è un motore di sviluppo ma che, al contrario, esiste un uso della tecnologia che la fa diventare strumento di prevaricazione e di ingiustizia ai danni, soprattutto, dei più vulnerabili.
Sulla manodopera qualificata, da tempo alcuni tendono a indicare come preferibile un sapere di natura tecnica o scientifica rispetto a competenze, ad esempio, che rientrano nella sfera umanistica, o artistica o in quella dei saperi di cura o relazionali. Se mai ce ne fosse bisogno, gli anni della pandemia e quelli immediatamente successivi hanno dimostrato l’inconsistenza di questi punti di vista. La didattica a distanza è stata una risorsa preziosa quando non si poteva fare altrimenti, ma chi frequenta la scuola sa perfettamente quanto sia profondo il disagio che è stato provocato, non solo nei ragazzi ma anche negli adulti, da quella innaturale situazione che abbiamo imparato a chiamare “distanziamento”. In quei mesi non sono mancate le risorse tecnologiche; le professionalità tecniche e scientifiche hanno fatto il loro lavoro, anche egregiamente. Tutto questo, però, non è bastato a restituire una dimensione autenticamente umana alle relazioni ferite dalla lontananza forzata. La manodopera qualificata non può essere solo quella tecnologica. Per un autentico sviluppo umano e sociale c’è bisogno che le nostre relazioni siano alimentate da professionisti della cura, a tutti i livelli, e da competenze umanistiche e artistiche in senso ampio, perché la ricchezza dell’umano non venga svilita con letture banalizzanti e irrispettose di dignità e profondità che la tecnologia, da sola, non potrà mai cogliere.
Infine, l’accumulazione di capitale e gli investimenti. Si tratta di un tema certamente complesso che, però, deve essere affrontato non solo dal punto di vista della distinzione tra investimento che genera sviluppo (come, ad esempio, quello per migliorare i collegamenti ferroviari) e quello che distrugge (uno su tutti, le spese in armamenti). Sembra non più differibile una riflessione seria sui rapporti tra investimento e ricadute sul territorio e sulle comunità che lo abitano. Senza dover andare troppo lontano, il caso della prospettata chiusura dello sportello bancario di Intesa Sanpaolo a Vernante pare emblematico. L’utile netto di Intesa, nel 2023, è stato di 7,7 miliardi di euro, con una crescita del 76% rispetto all’anno precedente. La chiusura dello sportello di Vernante, quindi, non sarebbe motivata da necessità o da altre difficoltà, ma, si suppone, dalla consueta politica di razionalizzazione e di contenimento dei costi a beneficio del conto economico, nel breve periodo. Intesa ha investito molto per l’acquisizione di UBI Banca, ma le ricadute sul territorio, nel caso specifico, non si prospettano positive.
A ben vedere, parrebbe che il tema di fondo sia quello della priorità da dare, se all’espansione in quanto tale, oppure allo sviluppo. Fino ad oggi ci siamo occupati di crescita ed espansione come se fossero, di per sé, vie per uno sviluppo autentico e diffuso. Non è stato così, quindi, bisogna correggere la rotta.