cultura

Sant’Eligio, prima orafo di corte e poi vescovo di Noyeux

07 gennaio 2024

Cuneo

Ci sono casi nei quali un santo, pur figurando nella Legenda aurea o nelle sue Additiones, vede il testo medievale concentrarsi su fatti diversi da quelli ripresi poi dalle iconografie più diffuse. La cosa non è per nulla strana, se si tiene conto del fatto che il testo in questione è una raccolta finalizzata a commentare sinteticamente, insieme alle principali feste cristiane, anche le “memorie dei santi” celebrate quotidianamente dalla chiesa. In questa prospettiva l’opera di Iacopo da Varagine apparirà come il frutto di un’inevitabile selezione, tra le fonti antiche e correnti, di momenti specifici della vita dei santi presi in considerazione, lasciando talora sullo sfondo eventi noti e raccontandone invece altri meno conosciuti. Emblematica in questo senso appare la narrazione della vita di Sant’Eligio. Egli, nato non senza che una premonizione facesse intuire alla madre che «quel bambino sarebbe diventato santo e avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella chiesa», fin da adolescente fu orientato a un lavoro di tipo artigianale: «Non appena raggiunta la giovinezza, suo padre lo fece istruire da alcuni orafi e, quando già sapeva tutto di quell’arte, e si unì ad alcuni artigiani che lavoravano per il re». E fu qui che egli dimostrò tutta la sua abilità: di fronte alla richiesta del re merovingio Clotario II di realizzargli una raffinatissima sella da cavallo con l’oro necessario per portare a compimento il lavoro, egli ne realizzo invece ben due. E di una fattura tale che il re stesso, impressionato dal lavoro, lo nominò orafo di corte e maestro della zecca. La Legenda aurea, nel suo narrare la storia di Sant’Eligio, ne rileva prima il suo ruolo di orafo, tanto capace di cesellare l’oro da venire chiamato da re Lotario II alla prestigiosissima funzione di maestro della zecca reale, e poi quella di vescovo di Noyeux, la cui elezione fu legata al grande amore che egli nutriva nei confronti dei poveri per i quali egli non aveva esitato a spogliarsi dei suoi stessi beni. A risultare tuttavia trascurato è invece un aspetto della sua figura che, già conosciuto all’epoca di Iacopo da Varagine, dovette avere un grande impatto sull’immaginario di un’area come il Cuneese che, nel tardo medioevo, viveva di agricoltura e allevamento: il suo essere cioè uno straordinario maniscalco. Un suo ruolo così apprezzato a livello popolare da consentire di vederlo rappresentato in queste vesti già nel più antico Statuto dell’arte dei fabbri, il cui manoscritto conservato a Modena è stato datato al 1244. Ora, proprio a questo ruolo di maniscalco appare legato anche un aneddoto – tutto medievale – della storia di Eligio, non ripreso tuttavia dalla Legenda aurea.  Questo aneddoto, tanto diffuso da essere addirittura narrato sia pure in una forma fortemente rielaborato da Alexandre Dumas (proprio quello dei tre moschettieri!), racconta che un giorno, essendosi presentato al santo un cavaliere il cui cavallo aveva perso il ferro di una zampa, per ferrarla nuovamente Eligio avrebbe staccato la gamba al cavallo, per poi immediatamente riattaccarla una volta ferratone lo zoccolo. Proprio alla figura di Egidio come straordinario maniscalco, rappresentato in quanto tale e nell’aneddoto del cavallo, sembra così essere legato l’immaginario cuneese relativo a questo santo. Un santo ancora oggi così tanto venerato nella Francia profonda da vedere coincidere il giorno della sua festa con la benedizione dei cavalli dei paesi di cui è patrono. Non sarà dunque per nulla strano che anche in terra cuneese l’iconografia di Sant’Eligio lo raffiguri sempre, perlomeno nelle opere che ci sono rimaste, proprio in queste vesti. Emblematico al riguardo è l’affresco, risalente addirittura all’XI secolo, dipinto nella Cappella di San Ponzio a Monticello d’Alba. In esso, al di là dello stato non proprio ottimale in cui l’affresco versa, a fungere da soggetto è proprio Eligio. Il suo volto severo, tratteggiato in una forma la cui essenzialità vede rimarcare la profondità degli occhi e il presentarsi irsuto della barba, ha contorni che lo rendono quasi simile ad una maschera. I lunghi capelli, circondati da un’aureola scendono sulle sue spalle avvolte da un mantello che avvolge una tunica scura del tutto adatta al lavoro di maniscalco. L’identità del santo è indiscutibilmente chiara: a indicarla è innanzitutto l’iscrizione “Allo” che, posta nell’affresco qui considerato sopra il suo capo, riprende quel “sant’Alo” con cui Eligio, a seguito di una contrazione del nome francese Éloi, veniva chiamato nel medioevo in molte aree della nostra penisola. La conferma di questa pur chiara identità ci viene anche dagli strumenti che il santo, in questa stessa opera, stringe tra le mani. A quanto è dato a vedere, anche tenuto conto che soprattutto la parte inferiore dell’affresco appare illeggibile o di difficile interpretazione, si tratta infatti proprio degli strumenti di cui un maniscalco medievale si serviva per forgiare il ferro. E questo vale sia per l’incudine e il ferro da cavallo collocati sul fianco sinistro della figura del santo, sia per il martello che egli impugna con la mano destra, sia infine per il mantice e quelle che potrebbero essere delle tenaglie da lui stretti nella sinistra. Tutti strumenti che sarebbero serviti a Sant’Eligio per ferrare miracolosamente il cavallo nell’aneddoto già citato in precedenza. Proprio questa singolare ferratura viene evocata innanzitutto da un affresco del XV secolo dipinto nella cripta della parrocchiale di santa Maria Maddalena a Costigliole Saluzzo. In esso non c’è traccia di Sant’Eligio, un tempo probabilmente presente nel resto dell’affresco deteriorato dal tempo. Non c’è tuttavia dubbio che quel che di esso resta rimandi proprio al miracolo in questione. Se si prova infatti ad osservare il cavallo, di cui alcuni commentatori hanno rimarcato il perfetto equilibrio anatomico, non si può non notare come esso sia privo proprio della parte inferiore dell’arto anteriore destro. E lo sguardo del suo cavaliere, rivolto all’indietro, sembra esprimere un preoccupato stupore nel vedere lo strano modo nel quale quel maniscalco sta ferrando lo zoccolo del suo cavallo. Quel che poteva essere nel suo complesso l’affresco di Costigliole Saluzzo può forse essere intuibile a partire da un’altra singolare immagine: quella conservata sulla parete sinistra della parrocchiale della beata Vergine del Rosario a Bernezzo. In quest’ultimo affresco, ad essere rappresentato all’esterno di un edificio è un cavallo che, finemente bardato, quasi esibisce il moncherino della zampa anteriore destra, mentre il suo cavaliere guarda meravigliato attraverso il varco di una porta quello che sta accadendo all’interno della bottega del maniscalco. Quest’ultima, in modo quasi inconsueto rispetto al lavoro che in essa si svolge, appare tanto ordinata da risultare persino raffinata: i suoi soffitti, le sue scaffalature, la sua estrema pulizia sembrano evocare più l’atelier di un orafo che non l’officina di un fabbro. E tuttavia, appesi ai muri e inseriti negli scaffali, trovano posto strumenti e oggetti che rispettivamente sono funzionali e sono il frutto del lavoro del maniscalco: così, se in un piccolo vaso del fuoco è pronto a forgiare il ferro dopo essere stato ravvivato dai mantici appesi al muro sul fondo, molti ferri di cavallo ed altri oggetti di metallo fanno bella mostra di sé sulle pareti. In primo piano, invece, ad essere rappresentato è proprio Sant’Eligio: vestito con una tunica rossa dalle maniche arancioni e protetto da un grembiule bianco, egli impugna con la mano destra un martello mentre con la sinistra tiene la gamba insanguinata del cavallo ferma sull’incudine, alla base del quale sono ordinatamente disposti due ferri di cavallo e alcuni chiodi. Quelli che serviranno a ferrare lo zoccolo del cavallo prima di riattaccare miracolosamente al suo moncherino la parte mancante della gamba.