L’antica chiesa di San Pietro di Nocegrossa, poi detta di Sant’Anselmo ancora disegnata in un cabreo del 1819 (Da “Eravi tutto intorno una piacevol pianura..” p. 200).
Il monachesimo è stata una presenza determinante per la concretizzazione della vita cristiana nell’Europa, con una vivacità rinnovatasi per alcuni secoli. Poi purtroppo le larve delle sue strutture son diventate una contro testimonianza in mano a famiglie nobili ed ecclesiastici potenti, fino alle secolarizzazioni della Rivoluzione francese e dei governi liberali dell’Ottocento.
Non bisogna considerare il monachesimo come un blocco unitario; anche le abbazie più vitali hanno avuto i loro cicli di crescita e decadimento nel ritmo dei biblici settant’anni. Si è fatto cenno come le strutture pastorali sul territorio a partire dalle antiche pievi si siano spesso mantenute come titoli, ma cambiando sito e senza lasciare talvolta traccia delle proprie chiese. Per i monasteri bisogna un po’ distinguere: alcune strutture monastiche divennero così imponenti ed organizzate economicamente, tanto da sopravvivere anche senza monaci, rimanendo monumenti architettonici ed aziende economiche secolari. Invece la maggior parte delle piccole comunità hanno avuto una parabola di vita molto più ridotta, scomparendo del tutto senza nemmeno lasciare memoria nel territorio.
Le ripetute rinascite interne dell’abbazia di San Dalmazzo nei secoli VIII-XII
Anche le grandi abbazie hanno avuto un ciclo vitale di circa tre generazioni, dopo le quali o si verificavano nuovi apporti e riforme, o iniziava una penosa decadenza, con la prevalenza del peso delle strutture rispetto alla presenza religiosa interna. Notevole incidenza avevano le mutevoli condizioni politiche esterne, non solo per invasioni o guerre.
Per l’abbazia di San Dalmazzo di Pedona si hanno notizie di guai esterni, come la sua devastazione per opera dei saraceni nel 906. Dopo il probabile avvio missionario dei monaci irlandesi di San Colombano, un cambiamento significativo era già avvenuto, forse verso l’814, con probabile intervento esterno di Ludovico il Pio e la riforma del monastero, adottando la regola di San Benedetto. Una nuova rifondazione della comunità avvenne nel 956 circa, dopo la rovina saracena, con monaci provenienti dalla val Tinée e dal Nizzardo, che secondo il Meyranesio sarebbero stati monaci di san Dalmazzo riparatisi cinquant’anni prima in quei priorati. Con maggior probabilità questa rinascita dell’abbazia risentì della slancio vigoroso del monachesimo in Borgogna, che ebbe nell’abbazia di Cluny, fondata nel 909, il capofila, accompagnata da altri celebri centri come Vézelay, Saint-Chaffre-du-Monastier (nota da noi come San Teolfredo).
Il ritrovato vigore della comunità di San Dalmazzo è testimoniato dalla ricostruzione poco dopo il mille della chiesa con la cripta, riportata allo splendore nei restauri di venticinque anni or sono. Nel 1259 i monaci erano ridotti ad una decina, ormai tutti di provenienza locale. La comunità andò scemando, chiusa nel mantenimento di se stessa, pur vantando ancora i propri diritti con bolle pontificie nel 1246 e 1355, fino a che nel 1438 Aimerico Segaudi riuscì a farsi nominare da papa Eugenio IV sia vescovo di Mondovì sia abate di San Dalmazzo. Il monastero divenne villa dei vescovi di Mondovì, che vi mantennero un prete come loro vicario.
La diffusione di priorati monastici nelle reti di lontane abbazie benedettine
L’accennato sviluppo del monachesimo borgognone nel secolo decimo si diffuse direttamente o tramite abbazie collegate al di qua delle Alpi attorno all’anno Mille. Probabilmente le prime presenze di monaci provenienti dal colle della Maddalena furono i benedettini di San Teofredo in Aquitania, col priorato di San Lorenzo di Bersezio prima del Mille e con altri in valle Stura e valle Grana, che, per probabili legami di transumanza con la pianura, ebbero un monastero di San Teofredo a Cervere già nel 1024.
La grande abbazia di Cluny si estese nel Piemonte per mezzo di altri monasteri emanati da essa, in particolare da San Benigno di Digione, ove era diventato abate Gugliemo di Volpiano, verso il 990; egli nel 1003 fondò il monastero di San Benigno di Fruttuaria, da cui si diffusero i monaci iniziatori del priorato di San Benigno presso il Grana nel 1014 collegato al guado di San Pietro di Noce grossa (ora Sant’Anselmo), e di qui a San Biagi di Mondovì, Santa Maria di Spinetta, Santo Stefano di Boves.
Meno numerose sono le dipendenze da un altro grande monastero subalpino, sorto poco prima del Mille e pure collegato con Cluny: San Michele alle Chiuse di val Susa, che fondò il priorato di San Pietro di Bernezzo, nel 1039, su un percorso che passava da San Pietro di Savigliano.
Oltre San Dalmazzo di Pedona ed i priorati di queste grandi abbazie, vi erano poi monasteri locali che disponevano di priorati nell’altipiano subalpino: San Costanzo del Canneto (ora del Villar) si collegava con una sua via a San Columba di Centallo; Santa Maria di Cavour che aveva un priorato a San Secondo in Caranta, già menzionato nel 1055.
Il rinnovamento monastico di cistercensi e certosini
I monasteri benedettini interpretavano il motto “ora et labora” sulla linea dei signori feudali, per cui il lavoro consisteva nella gestione di proprietà terriere, su cui lavoravano i servi della gleba; inoltre la fondazione del monastero avveniva per lo più con delle concessioni da parte di re e feudatari di diritti di decime e sull’uso di boschi, pascoli, acque, forni. In tal modo i monasteri accumularono enormi ricchezze, con cui provvedevano ai poveri e pellegrini ed all’ingrandimento e decoro di chiese ed edifici monastici, che conferivano ai monaci un’esistenza sicura ed agiata rispetto al mondo rurale circostante. Alcuni monasteri si impegnarono nella “laus perennis”, cioè in liturgie interminabili o in turni di preghiere continue per l’intera giornata. Ma questo non bastò a giustificare il divario tra monaci e poveri lavoratori.
Per reagire alla rilassatezza portata dalla ricchezza dei monasteri, già nel 1098 alcuni monaci cluniacensi si staccarono in cerca di maggiore austerità e fondarono l’abbazia di Cîteaux (in latino Cistercium, da cui venne il nome di Cistercensi). Diedero inizio ad una riforma in cui i monaci si impegnavano direttamente nei lavori manuali, non contando più su proventi di tipo feudale. Lo sviluppo fu immediato con l’irradiazione in cinque grandi abbazie, di cui la più famosa fu Clairvaux (Chiaravalle), fondata nel 1115 da San Bernardo. Dall’abbazia di La Ferté, una delle abbazie madri, sorse Santa Maria di Staffarda, dotata di beni dai marchesi di Saluzzo nel 1135.
Una riforma basata sulla ricerca di solitudine dei religiosi e di luoghi appartati per i monasteri era stata avviata nel 1084 da San Bruno alla Certosa, sui monti di Grenoble.
Già nel 1171 religiosi formati alla Certosa presso Grenoble diedero inizio alla Certosa in val Casotto e nel 1173 alla Certosa in val Pesio. Dalle originarie aree montane donate loro dai signori di Morozzo, i certosini acquistarono gradualmente vasti terreni in pianura, diventando col tempo tra i più ricchi proprietari del cuneese, pur restando ognuno di loro nell’austera solitudine dei monti.
I frutti pastorali del monachesimo nella vita religiosa rurale
Il territorio dell’incipiente comune di Cuneo, nel secolo XII, era punteggiato da una fitta rete di priorati monastici, collegati tra loro da strade percorse da nuove ondate di pellegrini e da vivaci scambi di religiosi e di addetti alle loro grange. L’impegno diretto nel lavoro dei nuovi ordini di cistercensi e certosini portò un notevole sviluppo dell’agricoltura, diventando anche un volano per l’economia locale. La rete stradale da essi intessuta, in parte ricalcava quella antica romana, ebbe maglie più fitte e la localizzazione di priorati e celle sui guadi di fiumi o passaggi alpini.
La condivisione della vita rurale dei monaci divenne esempio di vita religiosa con la sacralizzazione di tempi ed usi collegati con il lavoro della terra.
Le loro chiese si attrezzarono di campane che ritmavano la preghiera dei religiosi e scandivano le giornate dei villaggi col suono dell’Ave Maria, mattino e sera, con i richiami festivi alle messe, con la preghiera per allontanare i temporali. L’anno venne segnato dalle sacre “tempora”, cioè apposite preghiere di benedizione delle campagne e di rendimento di grazie per i raccolti agricoli.
La miscela di mobilità di pellegrini e scambi monastici, accanto alla stabilità ordinata di nuclei di monaci, plasmò la religiosità rurale in modo significativo.
Tuttavia degli edifici monastici sopravvissero solo alcuni dei maggiori. Già dal 1200 molti priorati erano abbandonati dai religiosi e dal 1400 la maggior parte venne data in “commenda” dai papi o re, ad ecclesiastici di carriera, spesso prestanome di famiglie nobiliari.
Si potrebbero ripercorrere in autunno alcune di queste strade campestri, come quella verso le “Chiesacce” di San Benigno, presso cui la vegetazione segna ancora le tracce del vecchio abitato e dal terreno affiorano tegoloni a ricordare una probabile “mansio” romana. Oppure raggiungere i solitari campanili di Pietraporzio e Sambuco; quest’ultimo è il resto della chiesa di San Bartolomeo che era parte del monastero dei benedettini, la cui memoria è rimasta nel toponimo della borgata che ricorda il “claustrum”, cioè il chiostro monastico. Anche la cascina di Sant’Anselmo, ai confini tra Cuneo e Castelletto Stura, in cui non vi sono più resti religiosi, offre la suggestione della ripida discesa al mulino sottostante, verso il guado che per secoli attraversava lo Stura.
Sono ambienti che aiutano la fantasia per un passato vivace di campane e cori di monaci, ed ora offrono un silenzioso richiamo al mutare di strutture che si pensavano durature nei secoli, perché fatte in nome di Dio! Non è bastato questo per salvarle dal fluttuare delle vicende umane.
(continua)
cultura
L’antica chiesa di San Pietro di Nocegrossa, poi detta di Sant’Anselmo ancora disegnata in un cabreo del 1819 (Da “Eravi tutto intorno una piacevol pianura..” p. 200).
Il monachesimo è stata una presenza determinante per la concretizzazione della vita cristiana nell’Europa, con una vivacità rinnovatasi per alcuni secoli. Poi purtroppo le larve delle sue strutture son diventate una contro testimonianza in mano a famiglie nobili ed ecclesiastici potenti, fino alle secolarizzazioni della Rivoluzione francese e dei governi liberali dell’Ottocento.
Non bisogna considerare il monachesimo come un blocco unitario; anche le abbazie più vitali hanno avuto i loro cicli di crescita e decadimento nel ritmo dei biblici settant’anni. Si è fatto cenno come le strutture pastorali sul territorio a partire dalle antiche pievi si siano spesso mantenute come titoli, ma cambiando sito e senza lasciare talvolta traccia delle proprie chiese. Per i monasteri bisogna un po’ distinguere: alcune strutture monastiche divennero così imponenti ed organizzate economicamente, tanto da sopravvivere anche senza monaci, rimanendo monumenti architettonici ed aziende economiche secolari. Invece la maggior parte delle piccole comunità hanno avuto una parabola di vita molto più ridotta, scomparendo del tutto senza nemmeno lasciare memoria nel territorio.
Le ripetute rinascite interne dell’abbazia di San Dalmazzo nei secoli VIII-XII
Anche le grandi abbazie hanno avuto un ciclo vitale di circa tre generazioni, dopo le quali o si verificavano nuovi apporti e riforme, o iniziava una penosa decadenza, con la prevalenza del peso delle strutture rispetto alla presenza religiosa interna. Notevole incidenza avevano le mutevoli condizioni politiche esterne, non solo per invasioni o guerre.
Per l’abbazia di San Dalmazzo di Pedona si hanno notizie di guai esterni, come la sua devastazione per opera dei saraceni nel 906. Dopo il probabile avvio missionario dei monaci irlandesi di San Colombano, un cambiamento significativo era già avvenuto, forse verso l’814, con probabile intervento esterno di Ludovico il Pio e la riforma del monastero, adottando la regola di San Benedetto. Una nuova rifondazione della comunità avvenne nel 956 circa, dopo la rovina saracena, con monaci provenienti dalla val Tinée e dal Nizzardo, che secondo il Meyranesio sarebbero stati monaci di san Dalmazzo riparatisi cinquant’anni prima in quei priorati. Con maggior probabilità questa rinascita dell’abbazia risentì della slancio vigoroso del monachesimo in Borgogna, che ebbe nell’abbazia di Cluny, fondata nel 909, il capofila, accompagnata da altri celebri centri come Vézelay, Saint-Chaffre-du-Monastier (nota da noi come San Teolfredo).
Il ritrovato vigore della comunità di San Dalmazzo è testimoniato dalla ricostruzione poco dopo il mille della chiesa con la cripta, riportata allo splendore nei restauri di venticinque anni or sono. Nel 1259 i monaci erano ridotti ad una decina, ormai tutti di provenienza locale. La comunità andò scemando, chiusa nel mantenimento di se stessa, pur vantando ancora i propri diritti con bolle pontificie nel 1246 e 1355, fino a che nel 1438 Aimerico Segaudi riuscì a farsi nominare da papa Eugenio IV sia vescovo di Mondovì sia abate di San Dalmazzo. Il monastero divenne villa dei vescovi di Mondovì, che vi mantennero un prete come loro vicario.
La diffusione di priorati monastici nelle reti di lontane abbazie benedettine
L’accennato sviluppo del monachesimo borgognone nel secolo decimo si diffuse direttamente o tramite abbazie collegate al di qua delle Alpi attorno all’anno Mille. Probabilmente le prime presenze di monaci provenienti dal colle della Maddalena furono i benedettini di San Teofredo in Aquitania, col priorato di San Lorenzo di Bersezio prima del Mille e con altri in valle Stura e valle Grana, che, per probabili legami di transumanza con la pianura, ebbero un monastero di San Teofredo a Cervere già nel 1024.
La grande abbazia di Cluny si estese nel Piemonte per mezzo di altri monasteri emanati da essa, in particolare da San Benigno di Digione, ove era diventato abate Gugliemo di Volpiano, verso il 990; egli nel 1003 fondò il monastero di San Benigno di Fruttuaria, da cui si diffusero i monaci iniziatori del priorato di San Benigno presso il Grana nel 1014 collegato al guado di San Pietro di Noce grossa (ora Sant’Anselmo), e di qui a San Biagi di Mondovì, Santa Maria di Spinetta, Santo Stefano di Boves.
Meno numerose sono le dipendenze da un altro grande monastero subalpino, sorto poco prima del Mille e pure collegato con Cluny: San Michele alle Chiuse di val Susa, che fondò il priorato di San Pietro di Bernezzo, nel 1039, su un percorso che passava da San Pietro di Savigliano.
Oltre San Dalmazzo di Pedona ed i priorati di queste grandi abbazie, vi erano poi monasteri locali che disponevano di priorati nell’altipiano subalpino: San Costanzo del Canneto (ora del Villar) si collegava con una sua via a San Columba di Centallo; Santa Maria di Cavour che aveva un priorato a San Secondo in Caranta, già menzionato nel 1055.
Il rinnovamento monastico di cistercensi e certosini
I monasteri benedettini interpretavano il motto “ora et labora” sulla linea dei signori feudali, per cui il lavoro consisteva nella gestione di proprietà terriere, su cui lavoravano i servi della gleba; inoltre la fondazione del monastero avveniva per lo più con delle concessioni da parte di re e feudatari di diritti di decime e sull’uso di boschi, pascoli, acque, forni. In tal modo i monasteri accumularono enormi ricchezze, con cui provvedevano ai poveri e pellegrini ed all’ingrandimento e decoro di chiese ed edifici monastici, che conferivano ai monaci un’esistenza sicura ed agiata rispetto al mondo rurale circostante. Alcuni monasteri si impegnarono nella “laus perennis”, cioè in liturgie interminabili o in turni di preghiere continue per l’intera giornata. Ma questo non bastò a giustificare il divario tra monaci e poveri lavoratori.
Per reagire alla rilassatezza portata dalla ricchezza dei monasteri, già nel 1098 alcuni monaci cluniacensi si staccarono in cerca di maggiore austerità e fondarono l’abbazia di Cîteaux (in latino Cistercium, da cui venne il nome di Cistercensi). Diedero inizio ad una riforma in cui i monaci si impegnavano direttamente nei lavori manuali, non contando più su proventi di tipo feudale. Lo sviluppo fu immediato con l’irradiazione in cinque grandi abbazie, di cui la più famosa fu Clairvaux (Chiaravalle), fondata nel 1115 da San Bernardo. Dall’abbazia di La Ferté, una delle abbazie madri, sorse Santa Maria di Staffarda, dotata di beni dai marchesi di Saluzzo nel 1135.
Una riforma basata sulla ricerca di solitudine dei religiosi e di luoghi appartati per i monasteri era stata avviata nel 1084 da San Bruno alla Certosa, sui monti di Grenoble.
Già nel 1171 religiosi formati alla Certosa presso Grenoble diedero inizio alla Certosa in val Casotto e nel 1173 alla Certosa in val Pesio. Dalle originarie aree montane donate loro dai signori di Morozzo, i certosini acquistarono gradualmente vasti terreni in pianura, diventando col tempo tra i più ricchi proprietari del cuneese, pur restando ognuno di loro nell’austera solitudine dei monti.
I frutti pastorali del monachesimo nella vita religiosa rurale
Il territorio dell’incipiente comune di Cuneo, nel secolo XII, era punteggiato da una fitta rete di priorati monastici, collegati tra loro da strade percorse da nuove ondate di pellegrini e da vivaci scambi di religiosi e di addetti alle loro grange. L’impegno diretto nel lavoro dei nuovi ordini di cistercensi e certosini portò un notevole sviluppo dell’agricoltura, diventando anche un volano per l’economia locale. La rete stradale da essi intessuta, in parte ricalcava quella antica romana, ebbe maglie più fitte e la localizzazione di priorati e celle sui guadi di fiumi o passaggi alpini.
La condivisione della vita rurale dei monaci divenne esempio di vita religiosa con la sacralizzazione di tempi ed usi collegati con il lavoro della terra.
Le loro chiese si attrezzarono di campane che ritmavano la preghiera dei religiosi e scandivano le giornate dei villaggi col suono dell’Ave Maria, mattino e sera, con i richiami festivi alle messe, con la preghiera per allontanare i temporali. L’anno venne segnato dalle sacre “tempora”, cioè apposite preghiere di benedizione delle campagne e di rendimento di grazie per i raccolti agricoli.
La miscela di mobilità di pellegrini e scambi monastici, accanto alla stabilità ordinata di nuclei di monaci, plasmò la religiosità rurale in modo significativo.
Tuttavia degli edifici monastici sopravvissero solo alcuni dei maggiori. Già dal 1200 molti priorati erano abbandonati dai religiosi e dal 1400 la maggior parte venne data in “commenda” dai papi o re, ad ecclesiastici di carriera, spesso prestanome di famiglie nobiliari.
Si potrebbero ripercorrere in autunno alcune di queste strade campestri, come quella verso le “Chiesacce” di San Benigno, presso cui la vegetazione segna ancora le tracce del vecchio abitato e dal terreno affiorano tegoloni a ricordare una probabile “mansio” romana. Oppure raggiungere i solitari campanili di Pietraporzio e Sambuco; quest’ultimo è il resto della chiesa di San Bartolomeo che era parte del monastero dei benedettini, la cui memoria è rimasta nel toponimo della borgata che ricorda il “claustrum”, cioè il chiostro monastico. Anche la cascina di Sant’Anselmo, ai confini tra Cuneo e Castelletto Stura, in cui non vi sono più resti religiosi, offre la suggestione della ripida discesa al mulino sottostante, verso il guado che per secoli attraversava lo Stura.
Sono ambienti che aiutano la fantasia per un passato vivace di campane e cori di monaci, ed ora offrono un silenzioso richiamo al mutare di strutture che si pensavano durature nei secoli, perché fatte in nome di Dio! Non è bastato questo per salvarle dal fluttuare delle vicende umane.
(continua)
Dai monasteri si è diffuso il modello di vita nel mondo rurale
26 novembre 2023
Cuneo
L’antica chiesa di San Pietro di Nocegrossa, poi detta di Sant’Anselmo ancora disegnata in un cabreo del 1819 (Da “Eravi tutto intorno una piacevol pianura..” p. 200).
Il monachesimo è stata una presenza determinante per la concretizzazione della vita cristiana nell’Europa, con una vivacità rinnovatasi per alcuni secoli. Poi purtroppo le larve delle sue strutture son diventate una contro testimonianza in mano a famiglie nobili ed ecclesiastici potenti, fino alle secolarizzazioni della Rivoluzione francese e dei governi liberali dell’Ottocento.
Non bisogna considerare il monachesimo come un blocco unitario; anche le abbazie più vitali hanno avuto i loro cicli di crescita e decadimento nel ritmo dei biblici settant’anni. Si è fatto cenno come le strutture pastorali sul territorio a partire dalle antiche pievi si siano spesso mantenute come titoli, ma cambiando sito e senza lasciare talvolta traccia delle proprie chiese. Per i monasteri bisogna un po’ distinguere: alcune strutture monastiche divennero così imponenti ed organizzate economicamente, tanto da sopravvivere anche senza monaci, rimanendo monumenti architettonici ed aziende economiche secolari. Invece la maggior parte delle piccole comunità hanno avuto una parabola di vita molto più ridotta, scomparendo del tutto senza nemmeno lasciare memoria nel territorio.
Le ripetute rinascite interne dell’abbazia di San Dalmazzo nei secoli VIII-XII
Anche le grandi abbazie hanno avuto un ciclo vitale di circa tre generazioni, dopo le quali o si verificavano nuovi apporti e riforme, o iniziava una penosa decadenza, con la prevalenza del peso delle strutture rispetto alla presenza religiosa interna. Notevole incidenza avevano le mutevoli condizioni politiche esterne, non solo per invasioni o guerre.
Per l’abbazia di San Dalmazzo di Pedona si hanno notizie di guai esterni, come la sua devastazione per opera dei saraceni nel 906. Dopo il probabile avvio missionario dei monaci irlandesi di San Colombano, un cambiamento significativo era già avvenuto, forse verso l’814, con probabile intervento esterno di Ludovico il Pio e la riforma del monastero, adottando la regola di San Benedetto. Una nuova rifondazione della comunità avvenne nel 956 circa, dopo la rovina saracena, con monaci provenienti dalla val Tinée e dal Nizzardo, che secondo il Meyranesio sarebbero stati monaci di san Dalmazzo riparatisi cinquant’anni prima in quei priorati. Con maggior probabilità questa rinascita dell’abbazia risentì della slancio vigoroso del monachesimo in Borgogna, che ebbe nell’abbazia di Cluny, fondata nel 909, il capofila, accompagnata da altri celebri centri come Vézelay, Saint-Chaffre-du-Monastier (nota da noi come San Teolfredo).
Il ritrovato vigore della comunità di San Dalmazzo è testimoniato dalla ricostruzione poco dopo il mille della chiesa con la cripta, riportata allo splendore nei restauri di venticinque anni or sono. Nel 1259 i monaci erano ridotti ad una decina, ormai tutti di provenienza locale. La comunità andò scemando, chiusa nel mantenimento di se stessa, pur vantando ancora i propri diritti con bolle pontificie nel 1246 e 1355, fino a che nel 1438 Aimerico Segaudi riuscì a farsi nominare da papa Eugenio IV sia vescovo di Mondovì sia abate di San Dalmazzo. Il monastero divenne villa dei vescovi di Mondovì, che vi mantennero un prete come loro vicario.
La diffusione di priorati monastici nelle reti di lontane abbazie benedettine
L’accennato sviluppo del monachesimo borgognone nel secolo decimo si diffuse direttamente o tramite abbazie collegate al di qua delle Alpi attorno all’anno Mille. Probabilmente le prime presenze di monaci provenienti dal colle della Maddalena furono i benedettini di San Teofredo in Aquitania, col priorato di San Lorenzo di Bersezio prima del Mille e con altri in valle Stura e valle Grana, che, per probabili legami di transumanza con la pianura, ebbero un monastero di San Teofredo a Cervere già nel 1024.
La grande abbazia di Cluny si estese nel Piemonte per mezzo di altri monasteri emanati da essa, in particolare da San Benigno di Digione, ove era diventato abate Gugliemo di Volpiano, verso il 990; egli nel 1003 fondò il monastero di San Benigno di Fruttuaria, da cui si diffusero i monaci iniziatori del priorato di San Benigno presso il Grana nel 1014 collegato al guado di San Pietro di Noce grossa (ora Sant’Anselmo), e di qui a San Biagi di Mondovì, Santa Maria di Spinetta, Santo Stefano di Boves.
Meno numerose sono le dipendenze da un altro grande monastero subalpino, sorto poco prima del Mille e pure collegato con Cluny: San Michele alle Chiuse di val Susa, che fondò il priorato di San Pietro di Bernezzo, nel 1039, su un percorso che passava da San Pietro di Savigliano.
Oltre San Dalmazzo di Pedona ed i priorati di queste grandi abbazie, vi erano poi monasteri locali che disponevano di priorati nell’altipiano subalpino: San Costanzo del Canneto (ora del Villar) si collegava con una sua via a San Columba di Centallo; Santa Maria di Cavour che aveva un priorato a San Secondo in Caranta, già menzionato nel 1055.
Il rinnovamento monastico di cistercensi e certosini
I monasteri benedettini interpretavano il motto “ora et labora” sulla linea dei signori feudali, per cui il lavoro consisteva nella gestione di proprietà terriere, su cui lavoravano i servi della gleba; inoltre la fondazione del monastero avveniva per lo più con delle concessioni da parte di re e feudatari di diritti di decime e sull’uso di boschi, pascoli, acque, forni. In tal modo i monasteri accumularono enormi ricchezze, con cui provvedevano ai poveri e pellegrini ed all’ingrandimento e decoro di chiese ed edifici monastici, che conferivano ai monaci un’esistenza sicura ed agiata rispetto al mondo rurale circostante. Alcuni monasteri si impegnarono nella “laus perennis”, cioè in liturgie interminabili o in turni di preghiere continue per l’intera giornata. Ma questo non bastò a giustificare il divario tra monaci e poveri lavoratori.
Per reagire alla rilassatezza portata dalla ricchezza dei monasteri, già nel 1098 alcuni monaci cluniacensi si staccarono in cerca di maggiore austerità e fondarono l’abbazia di Cîteaux (in latino Cistercium, da cui venne il nome di Cistercensi). Diedero inizio ad una riforma in cui i monaci si impegnavano direttamente nei lavori manuali, non contando più su proventi di tipo feudale. Lo sviluppo fu immediato con l’irradiazione in cinque grandi abbazie, di cui la più famosa fu Clairvaux (Chiaravalle), fondata nel 1115 da San Bernardo. Dall’abbazia di La Ferté, una delle abbazie madri, sorse Santa Maria di Staffarda, dotata di beni dai marchesi di Saluzzo nel 1135.
Una riforma basata sulla ricerca di solitudine dei religiosi e di luoghi appartati per i monasteri era stata avviata nel 1084 da San Bruno alla Certosa, sui monti di Grenoble.
Già nel 1171 religiosi formati alla Certosa presso Grenoble diedero inizio alla Certosa in val Casotto e nel 1173 alla Certosa in val Pesio. Dalle originarie aree montane donate loro dai signori di Morozzo, i certosini acquistarono gradualmente vasti terreni in pianura, diventando col tempo tra i più ricchi proprietari del cuneese, pur restando ognuno di loro nell’austera solitudine dei monti.
I frutti pastorali del monachesimo nella vita religiosa rurale
Il territorio dell’incipiente comune di Cuneo, nel secolo XII, era punteggiato da una fitta rete di priorati monastici, collegati tra loro da strade percorse da nuove ondate di pellegrini e da vivaci scambi di religiosi e di addetti alle loro grange. L’impegno diretto nel lavoro dei nuovi ordini di cistercensi e certosini portò un notevole sviluppo dell’agricoltura, diventando anche un volano per l’economia locale. La rete stradale da essi intessuta, in parte ricalcava quella antica romana, ebbe maglie più fitte e la localizzazione di priorati e celle sui guadi di fiumi o passaggi alpini.
La condivisione della vita rurale dei monaci divenne esempio di vita religiosa con la sacralizzazione di tempi ed usi collegati con il lavoro della terra.
Le loro chiese si attrezzarono di campane che ritmavano la preghiera dei religiosi e scandivano le giornate dei villaggi col suono dell’Ave Maria, mattino e sera, con i richiami festivi alle messe, con la preghiera per allontanare i temporali. L’anno venne segnato dalle sacre “tempora”, cioè apposite preghiere di benedizione delle campagne e di rendimento di grazie per i raccolti agricoli.
La miscela di mobilità di pellegrini e scambi monastici, accanto alla stabilità ordinata di nuclei di monaci, plasmò la religiosità rurale in modo significativo.
Tuttavia degli edifici monastici sopravvissero solo alcuni dei maggiori. Già dal 1200 molti priorati erano abbandonati dai religiosi e dal 1400 la maggior parte venne data in “commenda” dai papi o re, ad ecclesiastici di carriera, spesso prestanome di famiglie nobiliari.
Si potrebbero ripercorrere in autunno alcune di queste strade campestri, come quella verso le “Chiesacce” di San Benigno, presso cui la vegetazione segna ancora le tracce del vecchio abitato e dal terreno affiorano tegoloni a ricordare una probabile “mansio” romana. Oppure raggiungere i solitari campanili di Pietraporzio e Sambuco; quest’ultimo è il resto della chiesa di San Bartolomeo che era parte del monastero dei benedettini, la cui memoria è rimasta nel toponimo della borgata che ricorda il “claustrum”, cioè il chiostro monastico. Anche la cascina di Sant’Anselmo, ai confini tra Cuneo e Castelletto Stura, in cui non vi sono più resti religiosi, offre la suggestione della ripida discesa al mulino sottostante, verso il guado che per secoli attraversava lo Stura.
Sono ambienti che aiutano la fantasia per un passato vivace di campane e cori di monaci, ed ora offrono un silenzioso richiamo al mutare di strutture che si pensavano durature nei secoli, perché fatte in nome di Dio! Non è bastato questo per salvarle dal fluttuare delle vicende umane.
(continua)