Prima di tutto il metodo. Se la Costituzione rappresenta per uno Stato l’ossatura sulla quale una collettività si sostiene, è bene che la struttura sia armonica e che le giunture combacino per consentire un solido equilibrio. Nessuno nega l’opportunità di modifiche, anche incisive, ma con un intervento che non perda di vista l’insieme. Se la Costituzione rappresenta i valori profondi di un popolo, il mutare nel tempo di sensibilità, se non di valori, può essere motivo di adeguamento di norme costituzionali, ma a condizione che sia sentimento diffuso tra i cittadini e non solo presso qualche collegio elettorale o in qualche plaga d’Italia.
La legge elettorale, (pur se legge ordinaria, cioè approvata a normale maggioranza nelle due Camere), è di una tale delicatezza da richiedere le stesse cautele auspicate per le leggi costituzionali. Ma è ormai scontato che le regole elettorali vengano costruite dalla maggioranza al governo contro i potenziali concorrenti. Il “Mattarellum”, frutto delle diffusa tendenza al bipolarismo degli anni Novanta, è stata sostituita dal “Porcellum” che giovava al governo di Silvio Berlusconi. Il Porcellum è stato superato dall’“Italicum” di Matteo Renzi, funzionale alla sua riforma costituzionale (bocciata dal referendum popolare). Il “Rosatellum” ha cercato di ovviare al pasticcio di un “Porcellum” per metà dichiarato incostituzionale (dopo due tornate elettorali) e ad un “Italicum” previsto soltanto per la Camera dei Deputati (il Senato sarebbe stato abolito dalla riforma costituzionale di Matteo Renzi…).
E su questa strada paiono avviate le proposte di riforme costituzionali, inserite nei programmi elettorali con finalità identitarie, quale richiamo e collante per il proprio elettorato. Sicura garanzia per un percorso di riforma costituzionale divisiva e irrigidita nelle barricate. L’elezione diretta del Presidente (meglio quello della Repubblica, ma se è troppo complicato, si ripiega su quello del Consiglio dei Ministri) è un vecchio cavallo di battaglia del vecchio M.S.I. Il governo di Giorgia Meloni mette oggi in campo la modifica elettorale riguardante l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri con un evidente intento di alleggerimento rispetto ad argomenti spinosi quali migrazioni, restrizioni pensionistiche, pressione fiscale, rincaro del costo della vita, gestione sanitaria, tempistiche degli investimenti del P.N.R.R., rapporti con i Paesi europei (populisti e non).
Il testo predisposto dalla volenterosa ministra Maria Elisabetta Alberti Casellati è gracile e contano di più le cose non dette che quelle palesate. Nell’espressione di voto l’elettore voterà con unica scheda il Presidente del Consiglio designato e la coalizione che lo sostiene (oggi il designato compare già su molti simboli). Il Presidente e la coalizione che ottengono il maggior numero di voti si aggiudicano il 55% dei seggi. È implicito che al Presidente della Repubblica è sottratto il potere di nomina del Capo del governo e non è scritto che soglia minima di voti occorra conseguire per avere il premio di maggioranza. Il Capo del governo può cadere una sola volta per legislatura, sostituito da un parlamentare della maggioranza. Alla seconda caduta si sciolgono le Camere. È implicito che il Presidente della Repubblica non ha più spazi per risolvere crisi di governo, che non possono più costituirsi governi tecnici, che il secondo eventuale Capo del Governo è il più blindato (dopo di lui solo le elezioni). Vi è una vecchia ruggine a destra per gli emeriti senatori a vita, infatti vengono aboliti. Al richiamo risponde la Lega che si dichiara disposta ad appoggiare il “leaderismo forte” a patto che parimenti venga approvata quella legge sulle autonomie differenziate tra le Regioni, che il ministro Roberto Calderoli, padre del “Porcellum”, garantisce che non mineranno la tenuta del tessuto nazionale. Afferma, anzi, che le due riforme sono reciprocamente funzionali. Non se ne dubita.
editoriale
Prima di tutto il metodo. Se la Costituzione rappresenta per uno Stato l’ossatura sulla quale una collettività si sostiene, è bene che la struttura sia armonica e che le giunture combacino per consentire un solido equilibrio. Nessuno nega l’opportunità di modifiche, anche incisive, ma con un intervento che non perda di vista l’insieme. Se la Costituzione rappresenta i valori profondi di un popolo, il mutare nel tempo di sensibilità, se non di valori, può essere motivo di adeguamento di norme costituzionali, ma a condizione che sia sentimento diffuso tra i cittadini e non solo presso qualche collegio elettorale o in qualche plaga d’Italia.
La legge elettorale, (pur se legge ordinaria, cioè approvata a normale maggioranza nelle due Camere), è di una tale delicatezza da richiedere le stesse cautele auspicate per le leggi costituzionali. Ma è ormai scontato che le regole elettorali vengano costruite dalla maggioranza al governo contro i potenziali concorrenti. Il “Mattarellum”, frutto delle diffusa tendenza al bipolarismo degli anni Novanta, è stata sostituita dal “Porcellum” che giovava al governo di Silvio Berlusconi. Il Porcellum è stato superato dall’“Italicum” di Matteo Renzi, funzionale alla sua riforma costituzionale (bocciata dal referendum popolare). Il “Rosatellum” ha cercato di ovviare al pasticcio di un “Porcellum” per metà dichiarato incostituzionale (dopo due tornate elettorali) e ad un “Italicum” previsto soltanto per la Camera dei Deputati (il Senato sarebbe stato abolito dalla riforma costituzionale di Matteo Renzi…).
E su questa strada paiono avviate le proposte di riforme costituzionali, inserite nei programmi elettorali con finalità identitarie, quale richiamo e collante per il proprio elettorato. Sicura garanzia per un percorso di riforma costituzionale divisiva e irrigidita nelle barricate. L’elezione diretta del Presidente (meglio quello della Repubblica, ma se è troppo complicato, si ripiega su quello del Consiglio dei Ministri) è un vecchio cavallo di battaglia del vecchio M.S.I. Il governo di Giorgia Meloni mette oggi in campo la modifica elettorale riguardante l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri con un evidente intento di alleggerimento rispetto ad argomenti spinosi quali migrazioni, restrizioni pensionistiche, pressione fiscale, rincaro del costo della vita, gestione sanitaria, tempistiche degli investimenti del P.N.R.R., rapporti con i Paesi europei (populisti e non).
Il testo predisposto dalla volenterosa ministra Maria Elisabetta Alberti Casellati è gracile e contano di più le cose non dette che quelle palesate. Nell’espressione di voto l’elettore voterà con unica scheda il Presidente del Consiglio designato e la coalizione che lo sostiene (oggi il designato compare già su molti simboli). Il Presidente e la coalizione che ottengono il maggior numero di voti si aggiudicano il 55% dei seggi. È implicito che al Presidente della Repubblica è sottratto il potere di nomina del Capo del governo e non è scritto che soglia minima di voti occorra conseguire per avere il premio di maggioranza. Il Capo del governo può cadere una sola volta per legislatura, sostituito da un parlamentare della maggioranza. Alla seconda caduta si sciolgono le Camere. È implicito che il Presidente della Repubblica non ha più spazi per risolvere crisi di governo, che non possono più costituirsi governi tecnici, che il secondo eventuale Capo del Governo è il più blindato (dopo di lui solo le elezioni). Vi è una vecchia ruggine a destra per gli emeriti senatori a vita, infatti vengono aboliti. Al richiamo risponde la Lega che si dichiara disposta ad appoggiare il “leaderismo forte” a patto che parimenti venga approvata quella legge sulle autonomie differenziate tra le Regioni, che il ministro Roberto Calderoli, padre del “Porcellum”, garantisce che non mineranno la tenuta del tessuto nazionale. Afferma, anzi, che le due riforme sono reciprocamente funzionali. Non se ne dubita.
Una riforma costituzionale pasticciata e da usare come arma di distrazione di massa
19 novembre 2023
Cuneo
Prima di tutto il metodo. Se la Costituzione rappresenta per uno Stato l’ossatura sulla quale una collettività si sostiene, è bene che la struttura sia armonica e che le giunture combacino per consentire un solido equilibrio. Nessuno nega l’opportunità di modifiche, anche incisive, ma con un intervento che non perda di vista l’insieme. Se la Costituzione rappresenta i valori profondi di un popolo, il mutare nel tempo di sensibilità, se non di valori, può essere motivo di adeguamento di norme costituzionali, ma a condizione che sia sentimento diffuso tra i cittadini e non solo presso qualche collegio elettorale o in qualche plaga d’Italia.
La legge elettorale, (pur se legge ordinaria, cioè approvata a normale maggioranza nelle due Camere), è di una tale delicatezza da richiedere le stesse cautele auspicate per le leggi costituzionali. Ma è ormai scontato che le regole elettorali vengano costruite dalla maggioranza al governo contro i potenziali concorrenti. Il “Mattarellum”, frutto delle diffusa tendenza al bipolarismo degli anni Novanta, è stata sostituita dal “Porcellum” che giovava al governo di Silvio Berlusconi. Il Porcellum è stato superato dall’“Italicum” di Matteo Renzi, funzionale alla sua riforma costituzionale (bocciata dal referendum popolare). Il “Rosatellum” ha cercato di ovviare al pasticcio di un “Porcellum” per metà dichiarato incostituzionale (dopo due tornate elettorali) e ad un “Italicum” previsto soltanto per la Camera dei Deputati (il Senato sarebbe stato abolito dalla riforma costituzionale di Matteo Renzi…).
E su questa strada paiono avviate le proposte di riforme costituzionali, inserite nei programmi elettorali con finalità identitarie, quale richiamo e collante per il proprio elettorato. Sicura garanzia per un percorso di riforma costituzionale divisiva e irrigidita nelle barricate. L’elezione diretta del Presidente (meglio quello della Repubblica, ma se è troppo complicato, si ripiega su quello del Consiglio dei Ministri) è un vecchio cavallo di battaglia del vecchio M.S.I. Il governo di Giorgia Meloni mette oggi in campo la modifica elettorale riguardante l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri con un evidente intento di alleggerimento rispetto ad argomenti spinosi quali migrazioni, restrizioni pensionistiche, pressione fiscale, rincaro del costo della vita, gestione sanitaria, tempistiche degli investimenti del P.N.R.R., rapporti con i Paesi europei (populisti e non).
Il testo predisposto dalla volenterosa ministra Maria Elisabetta Alberti Casellati è gracile e contano di più le cose non dette che quelle palesate. Nell’espressione di voto l’elettore voterà con unica scheda il Presidente del Consiglio designato e la coalizione che lo sostiene (oggi il designato compare già su molti simboli). Il Presidente e la coalizione che ottengono il maggior numero di voti si aggiudicano il 55% dei seggi. È implicito che al Presidente della Repubblica è sottratto il potere di nomina del Capo del governo e non è scritto che soglia minima di voti occorra conseguire per avere il premio di maggioranza. Il Capo del governo può cadere una sola volta per legislatura, sostituito da un parlamentare della maggioranza. Alla seconda caduta si sciolgono le Camere. È implicito che il Presidente della Repubblica non ha più spazi per risolvere crisi di governo, che non possono più costituirsi governi tecnici, che il secondo eventuale Capo del Governo è il più blindato (dopo di lui solo le elezioni). Vi è una vecchia ruggine a destra per gli emeriti senatori a vita, infatti vengono aboliti. Al richiamo risponde la Lega che si dichiara disposta ad appoggiare il “leaderismo forte” a patto che parimenti venga approvata quella legge sulle autonomie differenziate tra le Regioni, che il ministro Roberto Calderoli, padre del “Porcellum”, garantisce che non mineranno la tenuta del tessuto nazionale. Afferma, anzi, che le due riforme sono reciprocamente funzionali. Non se ne dubita.