C’è una cosa che mi sembra davvero drammatica nel far scuola oggi: avere davanti una classe di allievi che non hanno voglia di essere dove sono e di fare ciò che sono lì per fare.
Eppure oggi è sempre più così: l’insegnante ha di fronte una trentina di ragazzi di cui almeno la metà, se non i due terzi, non vorrebbero essere a scuola, studiare, fare i compiti, imparare alcunché. Si sentono nel posto sbagliato, sradicati, esiliati. E questo sentimento di malessere si riverbera per forza di cose sugli insegnanti, che si sentono sempre di più inadeguati a motivare, e demotivati essi stessi.
Sì, la scuola mi pare sempre più una costrizione, un esilio obbligatorio, una condanna inferta non si sa bene da chi e perché. Senza scopo, senza utilità, senza passione.
Forse vige una specie di inerzia sociale, per cui la scuola è la naturale ed unica strada verso cui indirizzare un figlio, una scelta obbligata, non meditata e voluta per davvero e fino in fondo: una non-scelta, qualcosa che s’intraprende per forza, perché lo fanno tutti e perché non c’è altra via. Vuoi mica tenere un figlio a casa o mandarlo a lavorare? E allora cosa fai? Lo mandi a scuola. Non per scelta: per obbligo. Scuola dell’obbligo: che brutta espressione! Non siamo stati capaci di trovarne una migliore?
Non mi piace una scuola così, non la voglio più.
Vorrei una scuola dove si viene per scelta, dove la cosa che l’insegnante sa fare è esattamente la cosa di cui l’allievo ha bisogno e desiderio. Se no, non funziona. Io non posso insegnare se davanti a me non c’è qualcuno che voglia imparare. Meccanismo alquanto elementare: a che serve l’offerta se non c’è domanda?
Potrebbe un medico svolgere il suo lavoro, se il malato si rifiutasse di essere curato? Ecco, a volte a scuola mi sembra di essere un medico che cura per forza un malato, sottomettendolo a modi bruschi e impositivi, contro la sua volontà.
Una scuola così è violenza. Obbligo e violenza.
Ci sarebbe bisogno, invece, di una spinta iniziale da parte dell’allievo, e cioè l’amore per lo studio. L’amore per quel che si viene a fare in una scuola. Se non c’è quell’amore, e quel desiderio, come si fa?
La scuola di Coumboscuro mi è sembrata, nella narrazione ricostruita del film “Darreire l’ourisount, una scuola dell’amore. Non dell’obbligo e della violenza.
Una scuola dove ci va gente che non si sente né sradicata né in esilio: gente che pensa che la scuola sia esattamente il luogo dove si trova bene e vuole stare. C’è qualcuno che insegna e qualcuno che vuole imparare. È così difficile? E dove sta il segreto?
Forse il segreto sta nella neve. Nei monti, nelle case di pietra. Nella lingua che si parla. Nel legno da scolpire. Nei rintocchi del campanile di quella chiesetta. In due parole: nello stare fermi nel proprio luogo, abitare il paese dove si è nati e cresciuti: essere radicati.
Io dico la neve, perché nel film mi ha attratto soprattutto quel bianco incantato, dove i passi crocchiano dentro un assoluto silenzio. Ma naturalmente il discorso è un altro. Quella scuola funziona perché sta dentro una comunità, ovvero una società in miniatura che è fatta di famiglie che lavorano lì, si conoscono, si aiutano, ma in primo luogo sanno quel che vogliono e perché; innanzi tutto sanno perché mandano a scuola i propri figli e che cosa chiedono alla scuola; non la prendono come un parcheggio o un momentaneo servizio di babysitteraggio: credono che abbia una funzione molto seria e importante, le affidano i propri figli perché esigono qualcosa da loro, un impegno, ad esempio, e una fatica, in cambio di un miglioramento futuro. Forse sognano che i loro figli, proprio perché hanno fatto lì la scuola, proprio perché sono stati fermi lì per anni a respirare l’odore di quella neve, un giorno se ne andranno a conquistare il mondo e a fare, il meglio possibile, la loro parte, qualunque debba essere. E di colpo, come per miracolo (ma miracolo non è), una scuola così trova le sue ragioni, diventa assolutamente piena di senso, e utile, sì, utile nel senso più nobile del termine: è un tutt’uno con il luogo, con la gente, con le aspirazioni, i desideri e i sogni di tutti. Non è staccata dal resto, puro artificio e scelta obbligata: è la strada giusta, è quel che è bene fare, nient’altro.
Il fatto è che, secondo me, quando si è molto giovani bisogna stare fermi, e silenziosi, e pazienti a lungo dentro la neve, come in una tana, per andare poi via, da grandi, in terre lontane e più difficili: solo così si porterà qualcosa di buono a quelle terre, solo essendo stati quieti a crescere e basta, rafforzati dall’aria delle proprie cose e dal silenzio pieno di echi delle proprie origini.
Certo, è giusto che la scuola si attrezzi a mandare lontano i suoi ragazzi, un giorno, affinché siano pienamente cittadini del mondo, e di questo mondo, tecnologicizzato e globalizzato. Non vogliamo certo che quei fanciulli se ne stiano fermi lì, e arretrati, tutta la vita e che sappiano solo scolpire il legno, fare il formaggio e parlare provenzale…
Vogliamo però che siano formati proprio su queste loro ricchezze iniziali e originarie, perché sono il terreno su cui coltivare al meglio le loro menti, il substrato profondo su cui poi farli crescere in tutte le altre direzioni possibili. Vogliamo che non siano loro tolte queste sapienze che sono il loro inizio, le loro radici. Proprio come le radici sono l’inizio di un albero, e le fronde sono invece la sua partenza, il suo andare fuori e lontano, fino a toccare il cielo.
Vogliamo che questi ragazzi non si separino dal loro paese, che è anche e soprattutto un paese dell’anima. Diamo pur loro il computer, la lingua italiana, l’inglese, l’informatica. Ma non togliamo loro la neve, il campanile, il legno, il formaggio, l’odore del latte. Lasciamoli, per qualche anno almeno, lì dove hanno la fortuna di essere, non spostiamoli altrove, in paesi distanti, in scuole enormi e anonime, che non gli possono in alcun modo appartenere.
Sono scuole fortunate, le scuole di montagna, e tutte le piccole scuole sperdute ad esempio nelle isole o nei paesini e nelle frazioni: hanno la fortuna di avere un mondo, anzi, di essere un mondo, e di poterlo quindi offrire ai loro figli.
Altro che il nostro povero POF, impersonale e livellante Piano dell’Offerta Formativa! Cosa abbiamo mai noi da offrire? Progetti artificiosi, lontani, estranei, non veri. Aria e fumo, nessuna radice.
La scuola italiana grande dovrebbe imparare dalle scuole piccole, isolate e sperdute nei boschi, nelle valli e in riva al mare; dovrebbe elevarle a modello per i grandi licei di città, altro che farle sparire in nome di una meschina (e davvero risibile) legge dell’economicità!
Riduciamo le spese proprio distruggendo le uniche e poche cose che funzionano? Radiamo al suolo le uniche oasi che possediamo ancora in questo sterminato deserto? Ma bravi!
Il vero problema da risolvere mi sembra tutto l’opposto: come fare a rendere le nostre grandi scuole il più somiglianti possibile alla scuoletta di Coumboscuro. Come far tornare piccolo il grande, e trovare proprio lì, nel piccolo, la vera grandezza.
In poche parole, come spostare le montagne…?
editoriale
C’è una cosa che mi sembra davvero drammatica nel far scuola oggi: avere davanti una classe di allievi che non hanno voglia di essere dove sono e di fare ciò che sono lì per fare.
Eppure oggi è sempre più così: l’insegnante ha di fronte una trentina di ragazzi di cui almeno la metà, se non i due terzi, non vorrebbero essere a scuola, studiare, fare i compiti, imparare alcunché. Si sentono nel posto sbagliato, sradicati, esiliati. E questo sentimento di malessere si riverbera per forza di cose sugli insegnanti, che si sentono sempre di più inadeguati a motivare, e demotivati essi stessi.
Sì, la scuola mi pare sempre più una costrizione, un esilio obbligatorio, una condanna inferta non si sa bene da chi e perché. Senza scopo, senza utilità, senza passione.
Forse vige una specie di inerzia sociale, per cui la scuola è la naturale ed unica strada verso cui indirizzare un figlio, una scelta obbligata, non meditata e voluta per davvero e fino in fondo: una non-scelta, qualcosa che s’intraprende per forza, perché lo fanno tutti e perché non c’è altra via. Vuoi mica tenere un figlio a casa o mandarlo a lavorare? E allora cosa fai? Lo mandi a scuola. Non per scelta: per obbligo. Scuola dell’obbligo: che brutta espressione! Non siamo stati capaci di trovarne una migliore?
Non mi piace una scuola così, non la voglio più.
Vorrei una scuola dove si viene per scelta, dove la cosa che l’insegnante sa fare è esattamente la cosa di cui l’allievo ha bisogno e desiderio. Se no, non funziona. Io non posso insegnare se davanti a me non c’è qualcuno che voglia imparare. Meccanismo alquanto elementare: a che serve l’offerta se non c’è domanda?
Potrebbe un medico svolgere il suo lavoro, se il malato si rifiutasse di essere curato? Ecco, a volte a scuola mi sembra di essere un medico che cura per forza un malato, sottomettendolo a modi bruschi e impositivi, contro la sua volontà.
Una scuola così è violenza. Obbligo e violenza.
Ci sarebbe bisogno, invece, di una spinta iniziale da parte dell’allievo, e cioè l’amore per lo studio. L’amore per quel che si viene a fare in una scuola. Se non c’è quell’amore, e quel desiderio, come si fa?
La scuola di Coumboscuro mi è sembrata, nella narrazione ricostruita del film “Darreire l’ourisount, una scuola dell’amore. Non dell’obbligo e della violenza.
Una scuola dove ci va gente che non si sente né sradicata né in esilio: gente che pensa che la scuola sia esattamente il luogo dove si trova bene e vuole stare. C’è qualcuno che insegna e qualcuno che vuole imparare. È così difficile? E dove sta il segreto?
Forse il segreto sta nella neve. Nei monti, nelle case di pietra. Nella lingua che si parla. Nel legno da scolpire. Nei rintocchi del campanile di quella chiesetta. In due parole: nello stare fermi nel proprio luogo, abitare il paese dove si è nati e cresciuti: essere radicati.
Io dico la neve, perché nel film mi ha attratto soprattutto quel bianco incantato, dove i passi crocchiano dentro un assoluto silenzio. Ma naturalmente il discorso è un altro. Quella scuola funziona perché sta dentro una comunità, ovvero una società in miniatura che è fatta di famiglie che lavorano lì, si conoscono, si aiutano, ma in primo luogo sanno quel che vogliono e perché; innanzi tutto sanno perché mandano a scuola i propri figli e che cosa chiedono alla scuola; non la prendono come un parcheggio o un momentaneo servizio di babysitteraggio: credono che abbia una funzione molto seria e importante, le affidano i propri figli perché esigono qualcosa da loro, un impegno, ad esempio, e una fatica, in cambio di un miglioramento futuro. Forse sognano che i loro figli, proprio perché hanno fatto lì la scuola, proprio perché sono stati fermi lì per anni a respirare l’odore di quella neve, un giorno se ne andranno a conquistare il mondo e a fare, il meglio possibile, la loro parte, qualunque debba essere. E di colpo, come per miracolo (ma miracolo non è), una scuola così trova le sue ragioni, diventa assolutamente piena di senso, e utile, sì, utile nel senso più nobile del termine: è un tutt’uno con il luogo, con la gente, con le aspirazioni, i desideri e i sogni di tutti. Non è staccata dal resto, puro artificio e scelta obbligata: è la strada giusta, è quel che è bene fare, nient’altro.
Il fatto è che, secondo me, quando si è molto giovani bisogna stare fermi, e silenziosi, e pazienti a lungo dentro la neve, come in una tana, per andare poi via, da grandi, in terre lontane e più difficili: solo così si porterà qualcosa di buono a quelle terre, solo essendo stati quieti a crescere e basta, rafforzati dall’aria delle proprie cose e dal silenzio pieno di echi delle proprie origini.
Certo, è giusto che la scuola si attrezzi a mandare lontano i suoi ragazzi, un giorno, affinché siano pienamente cittadini del mondo, e di questo mondo, tecnologicizzato e globalizzato. Non vogliamo certo che quei fanciulli se ne stiano fermi lì, e arretrati, tutta la vita e che sappiano solo scolpire il legno, fare il formaggio e parlare provenzale…
Vogliamo però che siano formati proprio su queste loro ricchezze iniziali e originarie, perché sono il terreno su cui coltivare al meglio le loro menti, il substrato profondo su cui poi farli crescere in tutte le altre direzioni possibili. Vogliamo che non siano loro tolte queste sapienze che sono il loro inizio, le loro radici. Proprio come le radici sono l’inizio di un albero, e le fronde sono invece la sua partenza, il suo andare fuori e lontano, fino a toccare il cielo.
Vogliamo che questi ragazzi non si separino dal loro paese, che è anche e soprattutto un paese dell’anima. Diamo pur loro il computer, la lingua italiana, l’inglese, l’informatica. Ma non togliamo loro la neve, il campanile, il legno, il formaggio, l’odore del latte. Lasciamoli, per qualche anno almeno, lì dove hanno la fortuna di essere, non spostiamoli altrove, in paesi distanti, in scuole enormi e anonime, che non gli possono in alcun modo appartenere.
Sono scuole fortunate, le scuole di montagna, e tutte le piccole scuole sperdute ad esempio nelle isole o nei paesini e nelle frazioni: hanno la fortuna di avere un mondo, anzi, di essere un mondo, e di poterlo quindi offrire ai loro figli.
Altro che il nostro povero POF, impersonale e livellante Piano dell’Offerta Formativa! Cosa abbiamo mai noi da offrire? Progetti artificiosi, lontani, estranei, non veri. Aria e fumo, nessuna radice.
La scuola italiana grande dovrebbe imparare dalle scuole piccole, isolate e sperdute nei boschi, nelle valli e in riva al mare; dovrebbe elevarle a modello per i grandi licei di città, altro che farle sparire in nome di una meschina (e davvero risibile) legge dell’economicità!
Riduciamo le spese proprio distruggendo le uniche e poche cose che funzionano? Radiamo al suolo le uniche oasi che possediamo ancora in questo sterminato deserto? Ma bravi!
Il vero problema da risolvere mi sembra tutto l’opposto: come fare a rendere le nostre grandi scuole il più somiglianti possibile alla scuoletta di Coumboscuro. Come far tornare piccolo il grande, e trovare proprio lì, nel piccolo, la vera grandezza.
In poche parole, come spostare le montagne…?
Il segreto della didattica d’avanguardia del “magistre” Sergio Arneodo
21 ottobre 2023
Cuneo
C’è una cosa che mi sembra davvero drammatica nel far scuola oggi: avere davanti una classe di allievi che non hanno voglia di essere dove sono e di fare ciò che sono lì per fare.
Eppure oggi è sempre più così: l’insegnante ha di fronte una trentina di ragazzi di cui almeno la metà, se non i due terzi, non vorrebbero essere a scuola, studiare, fare i compiti, imparare alcunché. Si sentono nel posto sbagliato, sradicati, esiliati. E questo sentimento di malessere si riverbera per forza di cose sugli insegnanti, che si sentono sempre di più inadeguati a motivare, e demotivati essi stessi.
Sì, la scuola mi pare sempre più una costrizione, un esilio obbligatorio, una condanna inferta non si sa bene da chi e perché. Senza scopo, senza utilità, senza passione.
Forse vige una specie di inerzia sociale, per cui la scuola è la naturale ed unica strada verso cui indirizzare un figlio, una scelta obbligata, non meditata e voluta per davvero e fino in fondo: una non-scelta, qualcosa che s’intraprende per forza, perché lo fanno tutti e perché non c’è altra via. Vuoi mica tenere un figlio a casa o mandarlo a lavorare? E allora cosa fai? Lo mandi a scuola. Non per scelta: per obbligo. Scuola dell’obbligo: che brutta espressione! Non siamo stati capaci di trovarne una migliore?
Non mi piace una scuola così, non la voglio più.
Vorrei una scuola dove si viene per scelta, dove la cosa che l’insegnante sa fare è esattamente la cosa di cui l’allievo ha bisogno e desiderio. Se no, non funziona. Io non posso insegnare se davanti a me non c’è qualcuno che voglia imparare. Meccanismo alquanto elementare: a che serve l’offerta se non c’è domanda?
Potrebbe un medico svolgere il suo lavoro, se il malato si rifiutasse di essere curato? Ecco, a volte a scuola mi sembra di essere un medico che cura per forza un malato, sottomettendolo a modi bruschi e impositivi, contro la sua volontà.
Una scuola così è violenza. Obbligo e violenza.
Ci sarebbe bisogno, invece, di una spinta iniziale da parte dell’allievo, e cioè l’amore per lo studio. L’amore per quel che si viene a fare in una scuola. Se non c’è quell’amore, e quel desiderio, come si fa?
La scuola di Coumboscuro mi è sembrata, nella narrazione ricostruita del film “Darreire l’ourisount, una scuola dell’amore. Non dell’obbligo e della violenza.
Una scuola dove ci va gente che non si sente né sradicata né in esilio: gente che pensa che la scuola sia esattamente il luogo dove si trova bene e vuole stare. C’è qualcuno che insegna e qualcuno che vuole imparare. È così difficile? E dove sta il segreto?
Forse il segreto sta nella neve. Nei monti, nelle case di pietra. Nella lingua che si parla. Nel legno da scolpire. Nei rintocchi del campanile di quella chiesetta. In due parole: nello stare fermi nel proprio luogo, abitare il paese dove si è nati e cresciuti: essere radicati.
Io dico la neve, perché nel film mi ha attratto soprattutto quel bianco incantato, dove i passi crocchiano dentro un assoluto silenzio. Ma naturalmente il discorso è un altro. Quella scuola funziona perché sta dentro una comunità, ovvero una società in miniatura che è fatta di famiglie che lavorano lì, si conoscono, si aiutano, ma in primo luogo sanno quel che vogliono e perché; innanzi tutto sanno perché mandano a scuola i propri figli e che cosa chiedono alla scuola; non la prendono come un parcheggio o un momentaneo servizio di babysitteraggio: credono che abbia una funzione molto seria e importante, le affidano i propri figli perché esigono qualcosa da loro, un impegno, ad esempio, e una fatica, in cambio di un miglioramento futuro. Forse sognano che i loro figli, proprio perché hanno fatto lì la scuola, proprio perché sono stati fermi lì per anni a respirare l’odore di quella neve, un giorno se ne andranno a conquistare il mondo e a fare, il meglio possibile, la loro parte, qualunque debba essere. E di colpo, come per miracolo (ma miracolo non è), una scuola così trova le sue ragioni, diventa assolutamente piena di senso, e utile, sì, utile nel senso più nobile del termine: è un tutt’uno con il luogo, con la gente, con le aspirazioni, i desideri e i sogni di tutti. Non è staccata dal resto, puro artificio e scelta obbligata: è la strada giusta, è quel che è bene fare, nient’altro.
Il fatto è che, secondo me, quando si è molto giovani bisogna stare fermi, e silenziosi, e pazienti a lungo dentro la neve, come in una tana, per andare poi via, da grandi, in terre lontane e più difficili: solo così si porterà qualcosa di buono a quelle terre, solo essendo stati quieti a crescere e basta, rafforzati dall’aria delle proprie cose e dal silenzio pieno di echi delle proprie origini.
Certo, è giusto che la scuola si attrezzi a mandare lontano i suoi ragazzi, un giorno, affinché siano pienamente cittadini del mondo, e di questo mondo, tecnologicizzato e globalizzato. Non vogliamo certo che quei fanciulli se ne stiano fermi lì, e arretrati, tutta la vita e che sappiano solo scolpire il legno, fare il formaggio e parlare provenzale…
Vogliamo però che siano formati proprio su queste loro ricchezze iniziali e originarie, perché sono il terreno su cui coltivare al meglio le loro menti, il substrato profondo su cui poi farli crescere in tutte le altre direzioni possibili. Vogliamo che non siano loro tolte queste sapienze che sono il loro inizio, le loro radici. Proprio come le radici sono l’inizio di un albero, e le fronde sono invece la sua partenza, il suo andare fuori e lontano, fino a toccare il cielo.
Vogliamo che questi ragazzi non si separino dal loro paese, che è anche e soprattutto un paese dell’anima. Diamo pur loro il computer, la lingua italiana, l’inglese, l’informatica. Ma non togliamo loro la neve, il campanile, il legno, il formaggio, l’odore del latte. Lasciamoli, per qualche anno almeno, lì dove hanno la fortuna di essere, non spostiamoli altrove, in paesi distanti, in scuole enormi e anonime, che non gli possono in alcun modo appartenere.
Sono scuole fortunate, le scuole di montagna, e tutte le piccole scuole sperdute ad esempio nelle isole o nei paesini e nelle frazioni: hanno la fortuna di avere un mondo, anzi, di essere un mondo, e di poterlo quindi offrire ai loro figli.
Altro che il nostro povero POF, impersonale e livellante Piano dell’Offerta Formativa! Cosa abbiamo mai noi da offrire? Progetti artificiosi, lontani, estranei, non veri. Aria e fumo, nessuna radice.
La scuola italiana grande dovrebbe imparare dalle scuole piccole, isolate e sperdute nei boschi, nelle valli e in riva al mare; dovrebbe elevarle a modello per i grandi licei di città, altro che farle sparire in nome di una meschina (e davvero risibile) legge dell’economicità!
Riduciamo le spese proprio distruggendo le uniche e poche cose che funzionano? Radiamo al suolo le uniche oasi che possediamo ancora in questo sterminato deserto? Ma bravi!
Il vero problema da risolvere mi sembra tutto l’opposto: come fare a rendere le nostre grandi scuole il più somiglianti possibile alla scuoletta di Coumboscuro. Come far tornare piccolo il grande, e trovare proprio lì, nel piccolo, la vera grandezza.
In poche parole, come spostare le montagne…?