editoriale
Sacrifici e passioni nelle valli cuneesi dall’abbandono alla rinascita
09 ottobre 2023
Cuneo
Il ricordo, come dalla etimologia della parola, è l’azione del riportare al cuore e proprio questo ho vissuto nel leggere, recentemente, il libro “Inventario delle nuvole” di Franco Faggiani (Fazi Editore) che, nella storia del protagonista Giacomo Cordero, ha ridestato in me notevoli emozioni della mia vita trascorsa nelle terre cuneesi.
E’ un romanzo ambientato nella Val Maira del primo novecento, una descrizione molto realistica della natura, della vita sociale, dei patimenti e dello spirito di sacrificio che caratterizza gli abitanti; è stato come respirare di nuovo quell’aria montana del passato, di una zona in cui ho avuto molti riscontri, avendo vissuto per molti anni in contatto con quelle realtà.
Ho vissuto a Cuneo, trasferitomi per lavoro con la mia famiglia, dal 1974 al 2011 e, per vie indirette, ho avuto l’opportunità di addentrarmi anche in angoli remoti delle aree montane (abitate) cuneesi. Sono quindi riuscito a conoscere abbastanza in profondità gli aspetti umani e sociali delle vite vissute in questi luoghi che non erano più quelle ataviche descritte nel libro citato, ma pur sempre portavano tracce di un mondo povero e di grande isolamento.
L’opportunità di conoscere questi ambienti mi è stata offerta soprattutto dal mio lavoro ma, nello stesso tempo, da avvenimenti nati nel corso della mia permanenza nella zona; come ad esempio la visita dopo l’apertura del Museo etnografico di Elva e l’Eco Museo della Pastorizia di Ponte Bernardo in Valle Stura; eventi questi che mi hanno affascinato e hanno completato le mie conoscenze delle tradizioni locali.
Arriva l’Enel nelle valli cuneesi
Nel mio lavoro ero responsabile tecnico della distribuzione di energia elettrica della zona Enel di Cuneo: dalla Valle Maira sino alla Val Tanaro ai confini ai confini con la Provincia di Imperia e sono stato coinvolto nella lunga opera di distribuzione elettrica nel periodo della statalizzazione del servizio.
In Valle Maira, come anche in altre località dell’area alpina, prima della nazionalizzazione dell’energia elettrica, la distribuzione era affidata a una impresa minore che, avendo subudorato la creazione di un ente statale apposito, come poi è accaduto, aveva man mano abbandonato gli interventi sulla rete salvo quelli strettamente necessari al mantenimento del servizio, già spesso precario. Una rete elettrica costituita da linee rabberciate, con sostegni in legno cadenti, che dava un servizio elettrico di scarsa qualità. Al momento della nazionalizzazione quindi l’Enel trovò una situazione impiantistica deficitaria e fu, giocoforza, intervenire con notevoli investimenti per migliorare il servizio in vallata. Inoltre il successivo censimento delle case sparse sprovviste di energia elettrica, voluto dalla amministrazione pubblica, spinse le autorità preposte a deliberare notevoli risorse finanziarie per colmare queste carenze. Le due cose, avvenute all’incirca in contemporanea, determinarono un lungo e impegnativo lavoro del nostro personale (tecnici, operai, imprese) con molti contatti con la popolazione, non solo in Val Maira ma anche in molte altre località attigue.
I Cavié e la valle Maira
Questa esperienza mi ha facilitato nell’incontro con gli aspetti culturali, sociali e umani di quella terra per molti versi meravigliosa, ma altrettanto problematica per i riflessi sulla vita di comunità. Proprio questi aspetti umani e di particolare intensità mi sono tornati in mente leggendo il libro di Franco Faggiani che descrive con grande emotività i “Caviè”, ossia i raccoglitori di capelli utilizzati per la fabbricazione di parrucche, che venivano vendute attraverso reti commerciali improvvisate in tutta Europa e anche negli Stati Uniti. Ma al di là di questa attività, se pur molto redditizia, vi era fra la gente molta miseria, fatiche inumane, isolamento e vita malsana.
I “Caviè” praticavano il baratto, con qualche occasione di pagamento in denaro. L’autore descrive in modo toccante alcuni momenti in cui uno dei caviè dopo aver avuto una bella treccia da una donna pensò:” (…) mi guardai rapidamente intorno, quasi con circospezione, per vedere se mi avesse preso qualche oggetto che portavo con me per il baratto. Ah si, e che cosa? Domandai. La compagnia, il parlare, per chi vive senza mai vedere nessuno è un bel baratto”.
Pastori e transumanza in valle Stura
Anche sulla Valle Stura ci sono riflessioni su momenti altrettanto toccanti: ci sono le transumanze dei pastori con le loro pecore, fra la Valle Stura e la Francia, storie che ho conosciuto all’Eco Museo della Pastorizia di Ponte Bernardo (Fraz. Pontebernardo, Via Francia, 7, 12010 Pietraporzio). Qui trovai un bellissimo libro “On the road to pastures” del 1958 di Maurice Moyal, giornalista marsigliese, (tradotto in italiano con il titolo “In cammino” ), dove si raccontava del suo viaggio in transumanza errante dalla Valle Stura alla Provenza (Camargue) insieme al pastore “Gros Bastian” (Sebastiano Giavelli classe 1888 e morto nel 1968) e delle sue numerosissime pecore con un reportage del 1951 fatto in compagnia di altri pastori e di un fotografo. Viene descritta la figura del pastore nato a Ferrere una borgata oggi disabitata dell’alta Val Stura. Bastian uomo forte e rude e nello stesso tempo molto amorevole nei confronti degli animali viene così descritto da Moyal: “ Bastian con il suo senso innato per il selvatico mi mostrò che la natura è come il libro dei libri, il quale deve essere letto un po’ alla volta per tutta la vita se si vuole intravedere qualcosa di più del suo potere e del suo mistero. Bastian era dotato di un privilegio unico: avere di fronte il miracolo della vita con lo sguardo meravigliato di un bambino. Quando curava un animale ferito, le sue mani sapevano essere più dolci di quelle di una donna, lui lo calmava dicendogli parole carezzevoli e suadenti. Bastian aveva fatto il salto, aveva scavalcato la barriera che separa l’uomo dagli animali, che impedisce all’uomo di comprendere il linguaggio delle bestie. Pur fra fatiche enormi, poco riposo, sacrifici a non finire, Bastian assieme a migliaia di pecore , era felice”.
Bellezze naturali, solitudine, fatica
Ricollegandomi alla mia attività lavorativa aggiungo che durante i contatti con quelle località mi meravigliavano gli angoli più sperduti dei luoghi abitati dove trionfava la quiete, i bellissimi paesaggi alpini, lo scorrere delle acque dei torrenti, i colori delle stagioni, la flora e la fauna, e le copiose nevicate di quei tempi che impegnavano a fondo il nostro personale nei disservizi che si creavano negli impianti. Ancora di più mi stupiva la condotta di vita di quella gente, quelle poche persone rimaste, caratterizzata da grande fatica e senso di solitudine. Alla stessa stregua venivo molto toccato da quel senso di gratitudine , di ammirazione verso il nostro personale per il sollievo che portavamo attivando la corrente elettrica dove non c’era e rendendo il servizio finalmente più efficiente dove già esisteva. A una diffidenza iniziale, dopo meditate osservazioni, si sostituiva la consapevolezza che di noi ci si poteva fidare.
Spopolamento e interventi che sembravano tardivi
All’epoca facevo molte riflessioni e avevo anche alcune riserve sull’opportunità dei nostri interventi: era tardi per contenere lo spopolamento. Ragionando ora, ritengo siano state azioni anticipatorie di una nuova economia territoriale che è andata gradualmente evolvendosi in positivo. Una economia che ha significato il superamento di tanta miseria, vita malsana, isolamento e ha aperto le porte al turismo e a un’agricoltura moderna. Soprattutto lattiero-casearia nelle più basse quote altimetriche e a un ripopolamento, sia pur in parte a scopo turistico, creato non solo da italiani ma anche da stranieri. Un cambiamento di vita in cui si passava dal locale unico abitato da persone e animali in contemporanea, a graziose abitazioni magnificamente ambientate.
Questa realtà spiega anche come oggi, in un fenomeno in crescita, si vadano a collocare le attività di molti giovani anche laureati che, se pur lontani dal settore agricolo abbandonano gli impieghi cittadini per andare a vivere nei territori alpini in mezzo alla natura e agli animali. Alcuni con ricordi di infanzia vissuta negli stessi luoghi, altri invece pervenuti per caso. Tale ritorno all’agricoltura è supportato dall’ingresso massiccio della tecnologia nel settore agricolo, a partire dai mezzi di locomozione attuali che attenuano di molto le fatiche, ma che ancora nulla tolgono al peso della quotidianità degli impegni compensato solo dalla grande passione per questo tipo di vita. Soprattutto a contatto con le pecore e qualche asino che fanno vivere situazioni di perfetto scambio silenzioso di tenerezze e di amore, a volte neppure così frequenti tra gli umani e che ricordano, molto da vicino, gli atteggiamenti e lo spirito del famoso Bastian, pastore dei tempi antichi.