editoriale
Dall’etica alla bioetica, da Ippocrate alle evoluzioni dei tempi moderni
09 ottobre 2023
Cuneo
Il suo nome è sconosciuto ai più. Eppure a suo modo può dirsi il fondatore di un nuovo pensiero. Si tratta di Fritz Jahr, biologo tedesco che nel 1926 in un suo articolo conia un nuovo termine: bioetica, sottolineando l’importanza di un corretto rapporto tra l’uomo e il mondo naturale. Si tratta, dice, di considerare la natura in modo etico, anzi bioetico. Jahr non andrà oltre, non avrà seguaci, non fonderà scuole e non tornerà sull’argomento.
Poi silenzio per circa 40 anni. A dire il vero, in questo lasso di tempo sono stati prodotti documenti che indirettamente hanno contribuito a fondare la bioetica attuale; cito il codice di Norimberga (1947), nato quale conseguenza del processo intentato ai medici nazisti; per la prima volta si stabilisce che alla base di ogni atto medico sta il consenso volontario del paziente. La strada è aperta: nel 1948 vede la luce il codice di etica medica e nel 1964 la dichiarazione di Helsinki, che codifica le modalità riguardo delle sperimentazioni sull’essere umano.
La bioetica attuale nasce negli anni ’70 negli USA. I tempi sono maturi: si è diffuso l’uso della contraccezione ormonale; il nuovo concetto di morte - morte cerebrale - dà origine ai trapianti, gli studi sulla fecondazione artificiale portano alla nascita della prima “bambina in provetta”, si fa strada una nuova coscienza ecologica. Sempre negli anni 70 si scopre che gruppi sociali deboli (bambini disabili, afroamericani, vecchi) sono stati più volte usati per inoculare virus e batteri per scopi sperimentali. Il primo esponente della bioetica moderna è un oncologo, Van Rensselaer Potter; nel 1970 la sua prima opera, dal titolo eloquente “Bioetica: scienza della sopravvivenza”, avveniristicamente, propone di inquadrare la nascente bioetica, in un contesto più ampio che comprenda l’ecologia, anch’essa agli albori, avendo alla base fondamenti morali definiti e accettati da tutti. Rapidamente nascono centri di studio, riviste, facoltà dedicate, la prima della quali è inaugurata dalla Georgetown University, a guida dei Gesuiti. Nel frattempo anche l’Europa si attiva. Nel 1976 si inaugura il primo centro bioetico a Barcellona. Negli anni ‘80 molti stati si attrezzano di organismi e istituzioni dedicate. L’Europa Unita dà vita al Comitato Direttivo per la Bioetica, il cui frutto più noto è la cosiddetta “convenzione di Oviedo” che nel 1997 fissa gli standard minimi per la protezione della vita umana in ambito di sperimentazione scientifica. In Italia la bioetica nasce e si sviluppa innanzitutto in ambito cattolico. Della prima cattedra, nata nel 1984, all’Università Cattolica di Roma, il titolare è mons. Elio Sgreccia, che diventerà un riferimento ben oltre i nostri confini. Esiste poi un filone di bioetica laica che ha uno dei centri guida nella cattedra di filosofia morale dell’Università di Torino, diretta fino a poco tempo fa da Maurizio Mori, assurto alla notorietà in concomitanza con il caso Englaro. Sempre in Italia, il governo Craxi nel 1990 istituisce il Comitato Nazionale di Bioetica, organismo formato da personalità di diversa e spesso opposta estrazione culturale, la cui attività si è concretizzata in una gran quantità di documenti. Complessivamente oggi nel mondo la maggior parte della produzione del pensiero etico riguarda la bioetica.
Ma prima di Jahr? Davvero nessuno aveva mai parlato di temi di bioetica? La bioetica è una parte dell’etica, quindi sì, se ne parla da sempre. Già Ippocrate, nel suo giuramento cita atti bioetici ancora attuale: il principio del non creare danno (In qualsiasi casa andrò… mi asterrò da ogni offesa e danno volontario…), il no all’aborto (a nessuna donna io darò un medicinale abortivo), il no all’eutanasia (non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio). Aristotele introduce il tema della virtù: l’uomo in ogni suo agire si appoggia alle virtù, strumento di realizzazione di se stesso in quanto tendente al bene. Tra le virtù considerate ci sono quelle etiche, che San Tommaso riprenderà, chiamandole cardinali: la prudenza fa riconoscere il meglio in ogni situazione; la fortezza dona la capacità di persistere nella scelta fatta e la temperanza di portarla a termine con la dovuta serenità. Kant ritornerà sul concetto della virtù quale strumento per realizzare il bene a cui per sua natura ogni essere umano tende. Quest’impostazione, riassumibile nel concetto di un agire sempre puntando ad un sommo bene, per sua natura indiscutibile e incontrovertibile, ha attraversato tutta la storia dell’occidente: nel ‘600 nasce la medicina legale; a fine ‘700 si introduce la deontologia medica e a fine ‘800 padre Koetzelmann pubblica il testo Medicina Pastoralis, che individua nell’episodio del buon Samaritano il prototipo del corretto atteggiamento che ogni medico dovrebbe tenere.