editoriale

Usare parole eque per instillare rispetto di genere

16 settembre 2023

Cuneo

Violenza sulle donne Donna vittima di violenza. Fotografo: Brigitte HASE. Copyright: © European Union 2021 - Fonte: EP La parola crea la realtà, non solo in ambito commerciale, come avviene attraverso la pubblicità, ma in ogni ambito. La parola non è mai neutra, ha un suo potere, di indicare una strada, di influenzare le scelte delle persone che quella parola incontrano. E vale soprattutto nella sfera relativa a sessualità e identità di genere. Ci sono parole che rimandano ad un universo di significati, che favoriscono il rispetto e la complementarietà tra persone con genere diverso. E ci sono al contrario parole che insinuano sospetto in chi è diverso e veicolano un immaginario prevaricante e umiliante. Se da un lato l’estate, seppur nell’orrore e nel tragico aumento di episodi di violenza, ha portato alla ribalta molti gesti di donne (e per fortuna sempre più uomini) giovani e meno giovani che si ribellano al sopruso, denunciano gli abusanti (che siano fuori o dentro la cerchia familiare) e chiedono rispetto, dall’altro, anche in zone vicino a noi, si sono perpetrati episodi collettivi che incitano all’umiliazione della donna e all’affermazione di uno sguardo pornografrico e ‘cosificante’ sul corpo femminile, trattato come oggetto passivo da utilizzare a proprio uso e consumo. In queste occasioni l’umiliazione del corpo e la riduzione dell’incontro sessuale a mero meccanicismo è stato veicolato attraverso parole volgari stampate su adesivi poi diffusi ai giovani durante la festa di paese. Parole che propongono al grande pubblico una visione gretta e disumanizzata di quel che invece è una delle esperienze umane più intense, profonde e delicate come è l’intimità totale tra due corpi. Le parole sono azioni che veicolano idee e favoriscono modalità di relazione. È necessario che vengano scelte con responsabilità e in accordo al messaggio che si vuole inviare. Chiediamoci sempre quale visione della realtà sottintendono i messaggi che riceviamo, perché l’adesione acritica contribuisce a veicolare una certa idea di uomo, di donna, di relazione. Con o senza rispetto. Fondata sulla prevaricazione, sull’indifferenza al mondo interno altrui oppure basata su rispetto, parità e invito alla collaborazione. A differenza di quanto a volte in modo semplificante si crede, la funzione della parola non è tanto di dire, quanto di fare: le parole non dicono semplicemente, le parole contribuiscono a eseguire delle azioni perché modificano lo stato delle cose. Le allusioni grette e a doppio senso e le parole a sfondo sessuale volutamente esibite, e quindi pornografiche, contribuiscono a immergerci in una realtà segnata dalla mercificazione del sesso, dall’idea che la sessualità non è altro che uno strumento di soddisfazione e potere maschile e non, come ci auguriamo sia sempre più, una dimensione gratificante che affonda le sue radici nella specificità di ogni persona e nell’unicità di ogni incontro erotico. Le parole volgari trasmettono un’idea di sesso come esibizione ostentata di genitali, avulsi dalla persona, e incitano ad agire in modo aggressivo e predatorio verso la donna. Appiattiscono le specificità del mondo erotico femminile e lo conformano erroneamente a quello maschile, stupendosi poi se la donna non ne gioisce ma inorridisce. Le scritte oscene e volgari sono scritte pornografiche. E la pornografia è buttare addosso, ridurre l’incontro erotico ad uno scambio di eccitazione ed una esibizione di organi genitali. Sappiamo invece che la sessualità realmente appagante, nutrita del gioco del lento disvelamento dell’erotismo, va ben oltre la mera dimensione biologica ed eccitatoria che si genera negli organi sessuali. Certi messaggi diffusi in modo acritico e giustificati come semplici scherzi in realtà non lo sono. Sono la famosa “excusatio non petita” che diventa “accusatio manifesta”. La diffusione e l’enfasi su alcune parole grossolane non può essere un qualcosa di banalmente scherzoso perché sono dichiarazioni che legittimano e incitano a una sessualità mista di aggressività, senza rispetto dell’altro, donna o uomo che sia. E si trasmette una visione che regola i rapporti uomo donna secondo un criterio di potere nel quale la donna viene definita con un’identità sociale e sessuale subordinata. E di fronte a questo qualcuno (come la giovane madre di Racconigi) deve iniziare a dire di no, a spezzare la catena e assumersi la responsabilità di far saltare quello che solo in apparenza è coperto dall’idea dello scherzo. Ridurre la parola aggressiva, volgare, stridente a una semplice gogliardia significa deresponsabilizzarsi, significa non dichiarare e agire il proprio dissenso.
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