Tra le interessanti ricerche condotte da Banca d’Italia e pubblicate in queste settimane, merita attenzione quella relativa alle temperature in relazione all’attività economica, condotta dagli studiosi Michele Brunetti, Paolo Croce, Matteo Gomellini e Paolo Piselli.
L’analisi ricostruisce l’andamento delle temperature in Italia e ne stima gli effetti sull’economia.
Lo studio è costruito raffrontandole medie delle temperature decennali in un arco temporale che va dagli inizi del Novecento fino a oggi e con proiezioni fino all’anno 2100.
Dalla ricerca emerge che le temperature medie in Italia sono aumentate di circa 2° dall’inizio del Novecento a oggi, con una sostanziale omogeneità territoriale in tutta Italia.
Le valutazioni sul rapporto tra crescita economica e aumento della temperatura evidenziano come l’economia italiana abbia risentito negativamente dell’aumento delle temperature, con effetti accentuati verso la fine del Novecento.
Questi stessi dati sono stati utilizzati per formulare previsioni per gli anni che verranno. L’ipotesi, costruita secondo un quadro “intermedio” rispetto ai fattori che incidono sull’aumento della temperatura (dunque, non secondo scenari apocalittici e neppure eccessivamente ottimistici), è che nel 2100 si riscontrino temperature più elevate di quelle attuali in media di 1,5 gradi rispetto a quelle odierne. In questo caso, l’andamento economico subirebbe un contraccolpo negativo che ridurrebbe la crescita del prodotto interno lordo pro capite che, nel 2100, risulterebbe inferiore tra il 2,8 e il 9,5% rispetto a quello che sarebbe con una crescita pari a quella registrata dall’inizio del Novecento fino a oggi, pari a circa il 2,1% all’anno.
Gli impatti negativi dell’innalzamento delle temperature consistono sia in danni diretti al mercato, principalmente nel settore agricolo (ma anche nella manifattura e nei servizi), sia quelli che si ripercuotono indirettamente sull’economia e che derivano dalla perdita generale di benessere. Per quanto riguarda gli aspetti più propriamente economici, gli effetti negativi dell’aumento delle temperature sulla produzione nazionale derivano dalla diminuzione del prodotto agricolo complessivo, dalla riduzione della produttività dei lavoratori e dalla flessione degli investimenti nei settori più esposti all’incremento delle temperature.
In termini globali, non tutti i Paesi risulterebbero colpiti allo stesso modo; quelli economicamente avanzati risentirebbero, in particolare, degli effetti dell’aumento dei costi delle materie prime, dagli squilibri negli assetti internazionali e dagli impatti dovuti all’aumento dei flussi migratori dai Paesi più arretrati sotto il profilo economico.
Lo studio di Banca d’Italia approfondisce e contribuisce ad arricchire la riflessione su temi già noti. L’economista statunitense William Nordhaus, docente presso l’Università di Yale, ha vinto il Premio Nobel per l’economia nel 2018, insieme al suo collega Paul Romer (anch’egli statunitense e già docente presso l’Università di Stanford) proprio per i suoi studi sui rapporti cambiamento climatico ed economia.
Il professor Nordhaus ha calcolato che circa il 20% della differenza tra i redditi tra paesi dell’Africa e quelli delle regioni più industrializzate del pianeta è da ricondurre a fattori legati alla collocazione geografica e, quindi, alle temperature e alle precipitazioni. Altri studiosi stimano che, per i Paesi più poveri, a 1° C di temperatura in più è associato un reddito pro capite inferiore dell’1,4%.
Certamente, i dati macroeconomici e l’andamento del prodotto interno lordo dei vari Stati non rappresentano i temi centrali quando si affronta la questione dei cambiamenti climatici. Tuttavia, i dati delle numerose ricerche effettuate mostrano che, quando si parla di transizione ecologica, non è corretto porre l’argomento in termini di conflitto tra le ragioni della produzione e quelle di chi ha a cuore il rispetto dell’ambiente.
Il sistema globale e quello nazionale non possono che trarre vantaggio da scelte e azioni più lungimiranti e, per questo, maggiormente rispettose dell’ambiente. Non è necessario ricorrere a motivazioni di ordine etico per intraprendere percorsi virtuosi, è già sufficiente la semplice comprensione e valutazione di ciò che realmente produce sviluppo.
editoriale
Tra le interessanti ricerche condotte da Banca d’Italia e pubblicate in queste settimane, merita attenzione quella relativa alle temperature in relazione all’attività economica, condotta dagli studiosi Michele Brunetti, Paolo Croce, Matteo Gomellini e Paolo Piselli.
L’analisi ricostruisce l’andamento delle temperature in Italia e ne stima gli effetti sull’economia.
Lo studio è costruito raffrontandole medie delle temperature decennali in un arco temporale che va dagli inizi del Novecento fino a oggi e con proiezioni fino all’anno 2100.
Dalla ricerca emerge che le temperature medie in Italia sono aumentate di circa 2° dall’inizio del Novecento a oggi, con una sostanziale omogeneità territoriale in tutta Italia.
Le valutazioni sul rapporto tra crescita economica e aumento della temperatura evidenziano come l’economia italiana abbia risentito negativamente dell’aumento delle temperature, con effetti accentuati verso la fine del Novecento.
Questi stessi dati sono stati utilizzati per formulare previsioni per gli anni che verranno. L’ipotesi, costruita secondo un quadro “intermedio” rispetto ai fattori che incidono sull’aumento della temperatura (dunque, non secondo scenari apocalittici e neppure eccessivamente ottimistici), è che nel 2100 si riscontrino temperature più elevate di quelle attuali in media di 1,5 gradi rispetto a quelle odierne. In questo caso, l’andamento economico subirebbe un contraccolpo negativo che ridurrebbe la crescita del prodotto interno lordo pro capite che, nel 2100, risulterebbe inferiore tra il 2,8 e il 9,5% rispetto a quello che sarebbe con una crescita pari a quella registrata dall’inizio del Novecento fino a oggi, pari a circa il 2,1% all’anno.
Gli impatti negativi dell’innalzamento delle temperature consistono sia in danni diretti al mercato, principalmente nel settore agricolo (ma anche nella manifattura e nei servizi), sia quelli che si ripercuotono indirettamente sull’economia e che derivano dalla perdita generale di benessere. Per quanto riguarda gli aspetti più propriamente economici, gli effetti negativi dell’aumento delle temperature sulla produzione nazionale derivano dalla diminuzione del prodotto agricolo complessivo, dalla riduzione della produttività dei lavoratori e dalla flessione degli investimenti nei settori più esposti all’incremento delle temperature.
In termini globali, non tutti i Paesi risulterebbero colpiti allo stesso modo; quelli economicamente avanzati risentirebbero, in particolare, degli effetti dell’aumento dei costi delle materie prime, dagli squilibri negli assetti internazionali e dagli impatti dovuti all’aumento dei flussi migratori dai Paesi più arretrati sotto il profilo economico.
Lo studio di Banca d’Italia approfondisce e contribuisce ad arricchire la riflessione su temi già noti. L’economista statunitense William Nordhaus, docente presso l’Università di Yale, ha vinto il Premio Nobel per l’economia nel 2018, insieme al suo collega Paul Romer (anch’egli statunitense e già docente presso l’Università di Stanford) proprio per i suoi studi sui rapporti cambiamento climatico ed economia.
Il professor Nordhaus ha calcolato che circa il 20% della differenza tra i redditi tra paesi dell’Africa e quelli delle regioni più industrializzate del pianeta è da ricondurre a fattori legati alla collocazione geografica e, quindi, alle temperature e alle precipitazioni. Altri studiosi stimano che, per i Paesi più poveri, a 1° C di temperatura in più è associato un reddito pro capite inferiore dell’1,4%.
Certamente, i dati macroeconomici e l’andamento del prodotto interno lordo dei vari Stati non rappresentano i temi centrali quando si affronta la questione dei cambiamenti climatici. Tuttavia, i dati delle numerose ricerche effettuate mostrano che, quando si parla di transizione ecologica, non è corretto porre l’argomento in termini di conflitto tra le ragioni della produzione e quelle di chi ha a cuore il rispetto dell’ambiente.
Il sistema globale e quello nazionale non possono che trarre vantaggio da scelte e azioni più lungimiranti e, per questo, maggiormente rispettose dell’ambiente. Non è necessario ricorrere a motivazioni di ordine etico per intraprendere percorsi virtuosi, è già sufficiente la semplice comprensione e valutazione di ciò che realmente produce sviluppo.
L’aumento delle temperature e l’economia di un Paese
06 agosto 2023
Cuneo
Tra le interessanti ricerche condotte da Banca d’Italia e pubblicate in queste settimane, merita attenzione quella relativa alle temperature in relazione all’attività economica, condotta dagli studiosi Michele Brunetti, Paolo Croce, Matteo Gomellini e Paolo Piselli.
L’analisi ricostruisce l’andamento delle temperature in Italia e ne stima gli effetti sull’economia.
Lo studio è costruito raffrontandole medie delle temperature decennali in un arco temporale che va dagli inizi del Novecento fino a oggi e con proiezioni fino all’anno 2100.
Dalla ricerca emerge che le temperature medie in Italia sono aumentate di circa 2° dall’inizio del Novecento a oggi, con una sostanziale omogeneità territoriale in tutta Italia.
Le valutazioni sul rapporto tra crescita economica e aumento della temperatura evidenziano come l’economia italiana abbia risentito negativamente dell’aumento delle temperature, con effetti accentuati verso la fine del Novecento.
Questi stessi dati sono stati utilizzati per formulare previsioni per gli anni che verranno. L’ipotesi, costruita secondo un quadro “intermedio” rispetto ai fattori che incidono sull’aumento della temperatura (dunque, non secondo scenari apocalittici e neppure eccessivamente ottimistici), è che nel 2100 si riscontrino temperature più elevate di quelle attuali in media di 1,5 gradi rispetto a quelle odierne. In questo caso, l’andamento economico subirebbe un contraccolpo negativo che ridurrebbe la crescita del prodotto interno lordo pro capite che, nel 2100, risulterebbe inferiore tra il 2,8 e il 9,5% rispetto a quello che sarebbe con una crescita pari a quella registrata dall’inizio del Novecento fino a oggi, pari a circa il 2,1% all’anno.
Gli impatti negativi dell’innalzamento delle temperature consistono sia in danni diretti al mercato, principalmente nel settore agricolo (ma anche nella manifattura e nei servizi), sia quelli che si ripercuotono indirettamente sull’economia e che derivano dalla perdita generale di benessere. Per quanto riguarda gli aspetti più propriamente economici, gli effetti negativi dell’aumento delle temperature sulla produzione nazionale derivano dalla diminuzione del prodotto agricolo complessivo, dalla riduzione della produttività dei lavoratori e dalla flessione degli investimenti nei settori più esposti all’incremento delle temperature.
In termini globali, non tutti i Paesi risulterebbero colpiti allo stesso modo; quelli economicamente avanzati risentirebbero, in particolare, degli effetti dell’aumento dei costi delle materie prime, dagli squilibri negli assetti internazionali e dagli impatti dovuti all’aumento dei flussi migratori dai Paesi più arretrati sotto il profilo economico.
Lo studio di Banca d’Italia approfondisce e contribuisce ad arricchire la riflessione su temi già noti. L’economista statunitense William Nordhaus, docente presso l’Università di Yale, ha vinto il Premio Nobel per l’economia nel 2018, insieme al suo collega Paul Romer (anch’egli statunitense e già docente presso l’Università di Stanford) proprio per i suoi studi sui rapporti cambiamento climatico ed economia.
Il professor Nordhaus ha calcolato che circa il 20% della differenza tra i redditi tra paesi dell’Africa e quelli delle regioni più industrializzate del pianeta è da ricondurre a fattori legati alla collocazione geografica e, quindi, alle temperature e alle precipitazioni. Altri studiosi stimano che, per i Paesi più poveri, a 1° C di temperatura in più è associato un reddito pro capite inferiore dell’1,4%.
Certamente, i dati macroeconomici e l’andamento del prodotto interno lordo dei vari Stati non rappresentano i temi centrali quando si affronta la questione dei cambiamenti climatici. Tuttavia, i dati delle numerose ricerche effettuate mostrano che, quando si parla di transizione ecologica, non è corretto porre l’argomento in termini di conflitto tra le ragioni della produzione e quelle di chi ha a cuore il rispetto dell’ambiente.
Il sistema globale e quello nazionale non possono che trarre vantaggio da scelte e azioni più lungimiranti e, per questo, maggiormente rispettose dell’ambiente. Non è necessario ricorrere a motivazioni di ordine etico per intraprendere percorsi virtuosi, è già sufficiente la semplice comprensione e valutazione di ciò che realmente produce sviluppo.