È stato detto e scritto molto sulla tragedia di Casal Palocco, quartiere residenziale di Roma dove un fuoristrada di grossa cilindrata (un “Suv”) con, a bordo, un gruppetto di ragazzi in vena di pericolosissime bravate (tutte rigorosamente filmate e diffuse sui social) ha provocato la morte di un bambino di cinque anni.
Esperti in vari ambiti stanno offrendo interessanti chiavi di lettura su quello che, a tutti gli effetti, rappresenta un macroscopico fallimento umano ed educativo. Ferisce apprendere che quattro o cinque ragazzi occupassero buona parte del loro tempo in imprese assurde. Lascia ancora più attoniti scoprire il successo dei loro profili social e della diffusione dei loro video: centinaia di migliaia di iscritti e milioni di visualizzazioni, a quanto pare.
Varrebbe la pena interrogarsi sul rapporto e sull’uso del denaro che ha accompagnato questa tragedia e che, evidentemente, attrae non poche persone, anche tra i giovani e i giovanissimi.
Pare, infatti, che i ragazzi avessero costituito una società per la gestione dei diritti sui video e delle sponsorizzazioni, con un fatturato di centinaia di migliaia di euro l’anno. Il Suv guidato da uno di loro al momento dell’incidente era stata noleggiato, sembra, per una cifra che viene indicata tra i 1.500 e i 2.000 euro al giorno.
Al gruppo viene attribuita una frase, rivolta ai propri fans, che recita: “Non siamo ricchi, ma ci piace spendere per far divertire voi! Tutto quello che facciamo si basa su di voi, più supporto ci date più contenuti costosi e divertenti porteremo, tra sfide, challenge e scherzi di ogni tipo.”.
L’idea di fondo, mutuata da un certo Mr. Beast, altro personaggio famoso in tutto il mondo (i suoi video hanno raggiunto i dieci miliardi di visualizzazioni) è, dunque, quella di impiegare quanto più denaro possibile per esagerare sempre di più, e così diventare famosi e, ovviamente, ricchissimi.
Lasciando agli esperti in altri ambiti il compito di comprendere dove è cominciato un processo di questo tipo e come sia stato possibile arrivare a questi punti, rimane il dato che questo modo di agire, anche sotto il profilo economico, è una autentica follia.
Bruciare risorse per generare semplice visibilità va in direzione opposta rispetto a quello che ogni teorico del mercato indicherebbe, perché si tratta di un modo di impiegare i fattori produttivi che non genera alcun prodotto di maggior valore. Eppure, è proprio la libera iniziativa economica che ha generato meccanismi di questo tipo. L’offerta di video senza senso, offensivi, beceri, diseducativi e violenti incontra una domanda crescente. Questi video vengono pubblicati e seguiti, tanto che gli spazi pubblicitari vengono pagati a caro prezzo da chi, evidentemente, ritiene vantaggioso associare la propria immagine a situazioni che una persona di buon senso riterrebbe ben poco commendevoli.
Se è lecito vendere tutto quello che il mercato è disposto ad acquistare, allora c’è ben poco da dire. Se, invece, si pensa che, da qualche parte e in qualche modo, dei limiti debbano esistere, allora è il caso di rimboccarsi le maniche, perché gli effetti di queste dinamiche possono essere devastanti anche sotto il profilo educativo. La semplice idea di un Suv noleggiato da un gruppetto di ventenni per un prezzo giornaliero che corrisponde alla retribuzione mensile di un insegnante, un infermiere o un operaio dovrebbe indurre a ridimensionare una certa fiducia, piuttosto ingenua, nelle pure e semplici dinamiche di mercato.
Evidentemente, non esistono ricette facili e un approccio esclusivamente normativo e costruito su divieti rischierebbe di essere inefficace. Alcuni strumenti, però, possono essere suggeriti a partire dalla constatazione della evidente natura tossica e nociva di certi contenuti. Proprio le campagne contro il fumo sono costruire anche attraverso lo strumento della leva fiscale. Se si decide, forse comprensibilmente, che certi video non debbano essere vietati, sarebbe bene che almeno la loro diffusione sia controllata e, con la relativa fruizione, sia presidiata da un adeguato carico fiscale, proprio come le sigarette. Allo stesso modo, le sponsorizzazioni di questo tipo di contenuti dovrebbero essere accompagnate da una imposizione fiscale adeguatamente dissuasiva, tanto da rendere l’investimento non conveniente.
Si tratta di una provocazione, certo, e non sarà la soluzione. Tuttavia, talvolta, “toccare” il portafoglio di chi è così attratto dai facili guadagni può rivelarsi un utile stratagemma.
editoriale
È stato detto e scritto molto sulla tragedia di Casal Palocco, quartiere residenziale di Roma dove un fuoristrada di grossa cilindrata (un “Suv”) con, a bordo, un gruppetto di ragazzi in vena di pericolosissime bravate (tutte rigorosamente filmate e diffuse sui social) ha provocato la morte di un bambino di cinque anni.
Esperti in vari ambiti stanno offrendo interessanti chiavi di lettura su quello che, a tutti gli effetti, rappresenta un macroscopico fallimento umano ed educativo. Ferisce apprendere che quattro o cinque ragazzi occupassero buona parte del loro tempo in imprese assurde. Lascia ancora più attoniti scoprire il successo dei loro profili social e della diffusione dei loro video: centinaia di migliaia di iscritti e milioni di visualizzazioni, a quanto pare.
Varrebbe la pena interrogarsi sul rapporto e sull’uso del denaro che ha accompagnato questa tragedia e che, evidentemente, attrae non poche persone, anche tra i giovani e i giovanissimi.
Pare, infatti, che i ragazzi avessero costituito una società per la gestione dei diritti sui video e delle sponsorizzazioni, con un fatturato di centinaia di migliaia di euro l’anno. Il Suv guidato da uno di loro al momento dell’incidente era stata noleggiato, sembra, per una cifra che viene indicata tra i 1.500 e i 2.000 euro al giorno.
Al gruppo viene attribuita una frase, rivolta ai propri fans, che recita: “Non siamo ricchi, ma ci piace spendere per far divertire voi! Tutto quello che facciamo si basa su di voi, più supporto ci date più contenuti costosi e divertenti porteremo, tra sfide, challenge e scherzi di ogni tipo.”.
L’idea di fondo, mutuata da un certo Mr. Beast, altro personaggio famoso in tutto il mondo (i suoi video hanno raggiunto i dieci miliardi di visualizzazioni) è, dunque, quella di impiegare quanto più denaro possibile per esagerare sempre di più, e così diventare famosi e, ovviamente, ricchissimi.
Lasciando agli esperti in altri ambiti il compito di comprendere dove è cominciato un processo di questo tipo e come sia stato possibile arrivare a questi punti, rimane il dato che questo modo di agire, anche sotto il profilo economico, è una autentica follia.
Bruciare risorse per generare semplice visibilità va in direzione opposta rispetto a quello che ogni teorico del mercato indicherebbe, perché si tratta di un modo di impiegare i fattori produttivi che non genera alcun prodotto di maggior valore. Eppure, è proprio la libera iniziativa economica che ha generato meccanismi di questo tipo. L’offerta di video senza senso, offensivi, beceri, diseducativi e violenti incontra una domanda crescente. Questi video vengono pubblicati e seguiti, tanto che gli spazi pubblicitari vengono pagati a caro prezzo da chi, evidentemente, ritiene vantaggioso associare la propria immagine a situazioni che una persona di buon senso riterrebbe ben poco commendevoli.
Se è lecito vendere tutto quello che il mercato è disposto ad acquistare, allora c’è ben poco da dire. Se, invece, si pensa che, da qualche parte e in qualche modo, dei limiti debbano esistere, allora è il caso di rimboccarsi le maniche, perché gli effetti di queste dinamiche possono essere devastanti anche sotto il profilo educativo. La semplice idea di un Suv noleggiato da un gruppetto di ventenni per un prezzo giornaliero che corrisponde alla retribuzione mensile di un insegnante, un infermiere o un operaio dovrebbe indurre a ridimensionare una certa fiducia, piuttosto ingenua, nelle pure e semplici dinamiche di mercato.
Evidentemente, non esistono ricette facili e un approccio esclusivamente normativo e costruito su divieti rischierebbe di essere inefficace. Alcuni strumenti, però, possono essere suggeriti a partire dalla constatazione della evidente natura tossica e nociva di certi contenuti. Proprio le campagne contro il fumo sono costruire anche attraverso lo strumento della leva fiscale. Se si decide, forse comprensibilmente, che certi video non debbano essere vietati, sarebbe bene che almeno la loro diffusione sia controllata e, con la relativa fruizione, sia presidiata da un adeguato carico fiscale, proprio come le sigarette. Allo stesso modo, le sponsorizzazioni di questo tipo di contenuti dovrebbero essere accompagnate da una imposizione fiscale adeguatamente dissuasiva, tanto da rendere l’investimento non conveniente.
Si tratta di una provocazione, certo, e non sarà la soluzione. Tuttavia, talvolta, “toccare” il portafoglio di chi è così attratto dai facili guadagni può rivelarsi un utile stratagemma.
La tragedia di Casal Palocco: quando di ogni cosa si fa mercato
25 giugno 2023
Cuneo
È stato detto e scritto molto sulla tragedia di Casal Palocco, quartiere residenziale di Roma dove un fuoristrada di grossa cilindrata (un “Suv”) con, a bordo, un gruppetto di ragazzi in vena di pericolosissime bravate (tutte rigorosamente filmate e diffuse sui social) ha provocato la morte di un bambino di cinque anni.
Esperti in vari ambiti stanno offrendo interessanti chiavi di lettura su quello che, a tutti gli effetti, rappresenta un macroscopico fallimento umano ed educativo. Ferisce apprendere che quattro o cinque ragazzi occupassero buona parte del loro tempo in imprese assurde. Lascia ancora più attoniti scoprire il successo dei loro profili social e della diffusione dei loro video: centinaia di migliaia di iscritti e milioni di visualizzazioni, a quanto pare.
Varrebbe la pena interrogarsi sul rapporto e sull’uso del denaro che ha accompagnato questa tragedia e che, evidentemente, attrae non poche persone, anche tra i giovani e i giovanissimi.
Pare, infatti, che i ragazzi avessero costituito una società per la gestione dei diritti sui video e delle sponsorizzazioni, con un fatturato di centinaia di migliaia di euro l’anno. Il Suv guidato da uno di loro al momento dell’incidente era stata noleggiato, sembra, per una cifra che viene indicata tra i 1.500 e i 2.000 euro al giorno.
Al gruppo viene attribuita una frase, rivolta ai propri fans, che recita: “Non siamo ricchi, ma ci piace spendere per far divertire voi! Tutto quello che facciamo si basa su di voi, più supporto ci date più contenuti costosi e divertenti porteremo, tra sfide, challenge e scherzi di ogni tipo.”.
L’idea di fondo, mutuata da un certo Mr. Beast, altro personaggio famoso in tutto il mondo (i suoi video hanno raggiunto i dieci miliardi di visualizzazioni) è, dunque, quella di impiegare quanto più denaro possibile per esagerare sempre di più, e così diventare famosi e, ovviamente, ricchissimi.
Lasciando agli esperti in altri ambiti il compito di comprendere dove è cominciato un processo di questo tipo e come sia stato possibile arrivare a questi punti, rimane il dato che questo modo di agire, anche sotto il profilo economico, è una autentica follia.
Bruciare risorse per generare semplice visibilità va in direzione opposta rispetto a quello che ogni teorico del mercato indicherebbe, perché si tratta di un modo di impiegare i fattori produttivi che non genera alcun prodotto di maggior valore. Eppure, è proprio la libera iniziativa economica che ha generato meccanismi di questo tipo. L’offerta di video senza senso, offensivi, beceri, diseducativi e violenti incontra una domanda crescente. Questi video vengono pubblicati e seguiti, tanto che gli spazi pubblicitari vengono pagati a caro prezzo da chi, evidentemente, ritiene vantaggioso associare la propria immagine a situazioni che una persona di buon senso riterrebbe ben poco commendevoli.
Se è lecito vendere tutto quello che il mercato è disposto ad acquistare, allora c’è ben poco da dire. Se, invece, si pensa che, da qualche parte e in qualche modo, dei limiti debbano esistere, allora è il caso di rimboccarsi le maniche, perché gli effetti di queste dinamiche possono essere devastanti anche sotto il profilo educativo. La semplice idea di un Suv noleggiato da un gruppetto di ventenni per un prezzo giornaliero che corrisponde alla retribuzione mensile di un insegnante, un infermiere o un operaio dovrebbe indurre a ridimensionare una certa fiducia, piuttosto ingenua, nelle pure e semplici dinamiche di mercato.
Evidentemente, non esistono ricette facili e un approccio esclusivamente normativo e costruito su divieti rischierebbe di essere inefficace. Alcuni strumenti, però, possono essere suggeriti a partire dalla constatazione della evidente natura tossica e nociva di certi contenuti. Proprio le campagne contro il fumo sono costruire anche attraverso lo strumento della leva fiscale. Se si decide, forse comprensibilmente, che certi video non debbano essere vietati, sarebbe bene che almeno la loro diffusione sia controllata e, con la relativa fruizione, sia presidiata da un adeguato carico fiscale, proprio come le sigarette. Allo stesso modo, le sponsorizzazioni di questo tipo di contenuti dovrebbero essere accompagnate da una imposizione fiscale adeguatamente dissuasiva, tanto da rendere l’investimento non conveniente.
Si tratta di una provocazione, certo, e non sarà la soluzione. Tuttavia, talvolta, “toccare” il portafoglio di chi è così attratto dai facili guadagni può rivelarsi un utile stratagemma.