editoriale

Ucraina-Russia, la mediazione diplomatica come strada da perseguire

19 marzo 2023

Cuneo

Due carri armati in Ucraina Nel rispondere alla domanda di un giornalista, il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba, è stato perentorio: “Nessuno vuole la pace più degli ucraini, ma a chi ritiene che l’Ucraina sia poco disponibile al compromesso domanderei: «Su cosa dovrebbe fare compromessi l’Ucraina?”. E allora chiederei agli italiani se sarebbero disponibili a fare compromessi sulla Calabria, sulla Sicilia, o sul Piemonte, per non parlare dell’Alto Adige. Francamente non so come risponderebbero a Kuleba gli italiani, la cui fragile unità continua a poggiarsi su una frammentarietà storica ancora ben visibile nel legittimo sussistere dello “statuto speciale” di almeno cinque regioni: Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e val d’Aosta. Quanto al Piemonte però andrebbe ricordato come esso, seppure in un’epoca assai remota, abbia ceduto alla Francia territori non proprio irrilevanti, compresa quella che attualmente è quinta città d’Oltralpe: Nizza. La cessione di questi territori avvenne nel quadro di un conflitto contro l’Austria che, ricercato dall’allora Regno di Sardegna e dalla Francia, aveva un comune obiettivo: contenere l’espansione di quello stato attraverso l’alleanza che avrebbe sostenuto la Seconda Guerra di Indipendenza. Se l’obiettivo era comune, diverse erano però le esigenze dei due stati: Camillo Benso conte di Cavour intendeva dar vita al Regno dell’Alta Italia; l’imperatore Napoleone III di Francia voleva contrastare l’Austria, evitando però la nascita di un nuovo stato troppo potente ai confini con la nazione di cui era sovrano. Di qui la richiesta, avanzata per via diplomatica a Plombières nel 1858 e formalmente accolta in un trattato di alleanza firmato a Torino nel 1860: in cambio dell’appoggio francese al progetto di Cavour, il Regno di Sardegna avrebbe ceduto ai cugini d’Oltralpe le aree della Savoia, culla stessa della dinastia piemontese, e di Nizza, patria di Giuseppe Garibaldi. La cessione non avvenne senza mugugni. E se in Savoia ci si limitò a un dibattito tra filosabaudi e filofrancesi spentosi con il prevalere questi ultimi, le cose andarono ben diversamente a Nizza. La forte riluttanza all’annessione sia in una parte significativa dei ceti dirigenti che nella generalità della popolazione rese l’operazione decisamente più complessa. A mettere un punto fermo alla questione fu un plebiscito che, tenutosi nella primavera del 1860, vide l’assenso prevalere al 99%. L’evidente alterazione di questo dato rispetto all’effettiva volontà della popolazione nizzarda appare tuttavia ben visibile nella richiesta da parte di un terzo della popolazione di andare in volontario esilio in Italia e nella clamorosa vittoria alla prima elezione tenutasi nella contea della lista anti annessione guidata da Garibaldi. Non senza dover registrare al riguardo una sollevazione popolare soffocata dai francesi e ovviamente seguita da una “francesizzazione” forzata dell’area. Pur avendo ben chiaro che le due annessioni, quella del secolo scorso e quella attuale, sono storicamente così lontane da risultare inconfrontabili, forse la prima delle due potrebbe avere qualcosa da insegnare al radicalismo patriottico finora mostrato da Zelensky. Certo comprendibile, ma non al punto di lasciare spazio a una domanda che forse Kuleba, cui l’Italia in questo lungo anno di guerra non ha certo fatto mancare il sostegno, potrebbe quantomeno porre a sé stesso: ha davvero senso sottoporre il proprio popolo a perdite umane considerevoli, a sofferenze immani, a distruzioni devastanti e a rischi di un conflitto nucleare forse meno lontano di quanto si possa pensare, solo per difendere o riconquistare qualche territorio? Forse seguire una via diplomatica, quella che nessuno ha finora voluto percorrere e che invece Napoleone III e Cavour non esitarono a seguire, avrebbe consentito di avere oggi una situazione ben diversa da quella di cui noi sentiamo solo gli echi, ma che gli ucraini vivono drammaticamente ogni giorno sulla loro pelle.  
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