Che si trattasse di una misura pasticciata e fortemente connotata da profili populisti e propagandistici era chiaro a molti. Probabilmente, anche chi proclamava di aver sconfitto la povertà sapeva, in cuor suo, che la situazione era decisamente più complessa. Il reddito di cittadinanza, per come è stato concepito e attuato, ha da subito manifestatomolti limiti. Ciò detto, resta il fatto che, per quanto inadeguata, si è pur sempre trattato di una risposta a problemi autentici. La povertà, la disoccupazione, l’emarginazione sono piaghe che esistono e che si fanno sentire sempre di più.
La vera anomalia del reddito di cittadinanza sta nel fatto che si tratta di un reddito che non corrisponde ad alcuna attività produttiva di beni o di servizi, ma che viene corrisposto a chi si trova in una condizione di inoccupazione. Sotto il profilo economico è un non senso, ma lo sono anche le drammatiche condizioni in cui si trovano intere aree del nostro paese e molte persone anche vicine a noi.
Ragionando in termini strettamente economici, si dovrebbe precisare che la produzione consiste nella trasformazione di un fattore produttivo in un prodotto finale dotato di maggiore utilità. Tradizionalmente, si insegna che i fattori produttivi sono la natura, il capitale e il lavoro (ai quali si aggiunge la capacità organizzativa, vale a dire l’abilità di combinare tra loro gli altri fattori produttivi). La natura è l’insieme delle risorse naturali, il lavoro è rappresentato da ogni attività umana e il capitale è costituito dai beni prodotti dall’uomo che vengono utilizzati a scopi produttivi, inclusi i fondi finanziari. A ognuno di questi fattori produttivi corrisponde una remunerazione: la natura genera la rendita, al lavoro corrisponde il salario, al capitale l’interesse e alla capacità organizzativa il profitto.
Dunque, secondo questa ricostruzione classica, il reddito non può che corrispondere all’impiego di un fattore produttivo e, quindi, pare cozzare contro i pilastri del pensiero economico occidentale che una situazione di non occupazione possa produrre un reddito di qualche tipo.
Allargando un pochino lo sguardo, tuttavia, si deve notare come lo squilibrio generale degli assetti economici sia di ben più ampia e profonda portata rispetto alle questioni che possono coinvolgere singoli aspetti. La modernità, infatti, è caratterizzata da una debordante presenza del capitale rispetto ad altri fattori produttivi; gli squilibri che ne sono derivati si riflettono sull’intero sistema economico, che non è più quello che i classici avevano di fronte a loro.
I grandi capitali finanziari o le immense risorse tecnologiche e informative a disposizione degli odierni padroni del mondo hanno letteralmente sovvertito gli equilibri con le risorse naturali, schiacciato la dignità del lavoro e annichilito la capacità e l’intuito organizzativo e imprenditoriale di quel tessuto fatto di coraggio, talento e inventiva che ha fatto le fortune dell’economia italiana.
Lamentarsi del fatto che il reddito di cittadinanza premia chi non ha voglia di lavorare e scoraggia l’iniziativa individuale significa cogliere solo una parte (probabilmente marginale) del problema. Se, infatti, è probabile che alcune sacche di pervicace assistenzialismo hanno trovato conforto in questa misura senz’altro poco accorta in alcuni suoi meccanismi, è altrettanto vero che molte famiglie e molte persone si trovano incolpevolmente nell’impossibilità di esprimersi in ambito lavorativo. Le cause di questa intollerabile situazione sono complesse, ma molte di esse vanno ricercate nella disumanizzazione di un sistema produttivo che ha smarrito se stesso dimenticando il primato della dignità del lavoro e della persona rispetto a tutti gli altri fattori produttivi.
Ogni Governo ha il diritto di elaborare e porre in atto le misure di politica economica che ritiene opportune, ma non esiste azione di governo che possa sottrarsi al dato di realtà che, in questo caso, è rappresentato da una situazione di squilibrio che grava, sempre di più, sugli ultimi.
Se si vuole affrontare seriamente il dramma della povertà, bisogna partire dalle politiche a sostegno delle persone, restituendo il primato al lavoro sul capitale e alla vitalità delle energie produttive del territorio rispetto agli interessi del grande capitalismo finanziario.
editoriale
Che si trattasse di una misura pasticciata e fortemente connotata da profili populisti e propagandistici era chiaro a molti. Probabilmente, anche chi proclamava di aver sconfitto la povertà sapeva, in cuor suo, che la situazione era decisamente più complessa. Il reddito di cittadinanza, per come è stato concepito e attuato, ha da subito manifestatomolti limiti. Ciò detto, resta il fatto che, per quanto inadeguata, si è pur sempre trattato di una risposta a problemi autentici. La povertà, la disoccupazione, l’emarginazione sono piaghe che esistono e che si fanno sentire sempre di più.
La vera anomalia del reddito di cittadinanza sta nel fatto che si tratta di un reddito che non corrisponde ad alcuna attività produttiva di beni o di servizi, ma che viene corrisposto a chi si trova in una condizione di inoccupazione. Sotto il profilo economico è un non senso, ma lo sono anche le drammatiche condizioni in cui si trovano intere aree del nostro paese e molte persone anche vicine a noi.
Ragionando in termini strettamente economici, si dovrebbe precisare che la produzione consiste nella trasformazione di un fattore produttivo in un prodotto finale dotato di maggiore utilità. Tradizionalmente, si insegna che i fattori produttivi sono la natura, il capitale e il lavoro (ai quali si aggiunge la capacità organizzativa, vale a dire l’abilità di combinare tra loro gli altri fattori produttivi). La natura è l’insieme delle risorse naturali, il lavoro è rappresentato da ogni attività umana e il capitale è costituito dai beni prodotti dall’uomo che vengono utilizzati a scopi produttivi, inclusi i fondi finanziari. A ognuno di questi fattori produttivi corrisponde una remunerazione: la natura genera la rendita, al lavoro corrisponde il salario, al capitale l’interesse e alla capacità organizzativa il profitto.
Dunque, secondo questa ricostruzione classica, il reddito non può che corrispondere all’impiego di un fattore produttivo e, quindi, pare cozzare contro i pilastri del pensiero economico occidentale che una situazione di non occupazione possa produrre un reddito di qualche tipo.
Allargando un pochino lo sguardo, tuttavia, si deve notare come lo squilibrio generale degli assetti economici sia di ben più ampia e profonda portata rispetto alle questioni che possono coinvolgere singoli aspetti. La modernità, infatti, è caratterizzata da una debordante presenza del capitale rispetto ad altri fattori produttivi; gli squilibri che ne sono derivati si riflettono sull’intero sistema economico, che non è più quello che i classici avevano di fronte a loro.
I grandi capitali finanziari o le immense risorse tecnologiche e informative a disposizione degli odierni padroni del mondo hanno letteralmente sovvertito gli equilibri con le risorse naturali, schiacciato la dignità del lavoro e annichilito la capacità e l’intuito organizzativo e imprenditoriale di quel tessuto fatto di coraggio, talento e inventiva che ha fatto le fortune dell’economia italiana.
Lamentarsi del fatto che il reddito di cittadinanza premia chi non ha voglia di lavorare e scoraggia l’iniziativa individuale significa cogliere solo una parte (probabilmente marginale) del problema. Se, infatti, è probabile che alcune sacche di pervicace assistenzialismo hanno trovato conforto in questa misura senz’altro poco accorta in alcuni suoi meccanismi, è altrettanto vero che molte famiglie e molte persone si trovano incolpevolmente nell’impossibilità di esprimersi in ambito lavorativo. Le cause di questa intollerabile situazione sono complesse, ma molte di esse vanno ricercate nella disumanizzazione di un sistema produttivo che ha smarrito se stesso dimenticando il primato della dignità del lavoro e della persona rispetto a tutti gli altri fattori produttivi.
Ogni Governo ha il diritto di elaborare e porre in atto le misure di politica economica che ritiene opportune, ma non esiste azione di governo che possa sottrarsi al dato di realtà che, in questo caso, è rappresentato da una situazione di squilibrio che grava, sempre di più, sugli ultimi.
Se si vuole affrontare seriamente il dramma della povertà, bisogna partire dalle politiche a sostegno delle persone, restituendo il primato al lavoro sul capitale e alla vitalità delle energie produttive del territorio rispetto agli interessi del grande capitalismo finanziario.
Il reddito di cittadinanza e lo strapotere del capitale da arginare
19 marzo 2023
Cuneo
Che si trattasse di una misura pasticciata e fortemente connotata da profili populisti e propagandistici era chiaro a molti. Probabilmente, anche chi proclamava di aver sconfitto la povertà sapeva, in cuor suo, che la situazione era decisamente più complessa. Il reddito di cittadinanza, per come è stato concepito e attuato, ha da subito manifestatomolti limiti. Ciò detto, resta il fatto che, per quanto inadeguata, si è pur sempre trattato di una risposta a problemi autentici. La povertà, la disoccupazione, l’emarginazione sono piaghe che esistono e che si fanno sentire sempre di più.
La vera anomalia del reddito di cittadinanza sta nel fatto che si tratta di un reddito che non corrisponde ad alcuna attività produttiva di beni o di servizi, ma che viene corrisposto a chi si trova in una condizione di inoccupazione. Sotto il profilo economico è un non senso, ma lo sono anche le drammatiche condizioni in cui si trovano intere aree del nostro paese e molte persone anche vicine a noi.
Ragionando in termini strettamente economici, si dovrebbe precisare che la produzione consiste nella trasformazione di un fattore produttivo in un prodotto finale dotato di maggiore utilità. Tradizionalmente, si insegna che i fattori produttivi sono la natura, il capitale e il lavoro (ai quali si aggiunge la capacità organizzativa, vale a dire l’abilità di combinare tra loro gli altri fattori produttivi). La natura è l’insieme delle risorse naturali, il lavoro è rappresentato da ogni attività umana e il capitale è costituito dai beni prodotti dall’uomo che vengono utilizzati a scopi produttivi, inclusi i fondi finanziari. A ognuno di questi fattori produttivi corrisponde una remunerazione: la natura genera la rendita, al lavoro corrisponde il salario, al capitale l’interesse e alla capacità organizzativa il profitto.
Dunque, secondo questa ricostruzione classica, il reddito non può che corrispondere all’impiego di un fattore produttivo e, quindi, pare cozzare contro i pilastri del pensiero economico occidentale che una situazione di non occupazione possa produrre un reddito di qualche tipo.
Allargando un pochino lo sguardo, tuttavia, si deve notare come lo squilibrio generale degli assetti economici sia di ben più ampia e profonda portata rispetto alle questioni che possono coinvolgere singoli aspetti. La modernità, infatti, è caratterizzata da una debordante presenza del capitale rispetto ad altri fattori produttivi; gli squilibri che ne sono derivati si riflettono sull’intero sistema economico, che non è più quello che i classici avevano di fronte a loro.
I grandi capitali finanziari o le immense risorse tecnologiche e informative a disposizione degli odierni padroni del mondo hanno letteralmente sovvertito gli equilibri con le risorse naturali, schiacciato la dignità del lavoro e annichilito la capacità e l’intuito organizzativo e imprenditoriale di quel tessuto fatto di coraggio, talento e inventiva che ha fatto le fortune dell’economia italiana.
Lamentarsi del fatto che il reddito di cittadinanza premia chi non ha voglia di lavorare e scoraggia l’iniziativa individuale significa cogliere solo una parte (probabilmente marginale) del problema. Se, infatti, è probabile che alcune sacche di pervicace assistenzialismo hanno trovato conforto in questa misura senz’altro poco accorta in alcuni suoi meccanismi, è altrettanto vero che molte famiglie e molte persone si trovano incolpevolmente nell’impossibilità di esprimersi in ambito lavorativo. Le cause di questa intollerabile situazione sono complesse, ma molte di esse vanno ricercate nella disumanizzazione di un sistema produttivo che ha smarrito se stesso dimenticando il primato della dignità del lavoro e della persona rispetto a tutti gli altri fattori produttivi.
Ogni Governo ha il diritto di elaborare e porre in atto le misure di politica economica che ritiene opportune, ma non esiste azione di governo che possa sottrarsi al dato di realtà che, in questo caso, è rappresentato da una situazione di squilibrio che grava, sempre di più, sugli ultimi.
Se si vuole affrontare seriamente il dramma della povertà, bisogna partire dalle politiche a sostegno delle persone, restituendo il primato al lavoro sul capitale e alla vitalità delle energie produttive del territorio rispetto agli interessi del grande capitalismo finanziario.