Nessuno dispone di risorse illimitate. Può capitare che qualcuno possa avere l’illusione di avere tutto, ma non è mai così, se non altro perché (almeno) il tempo è una risorsa che non può essere posseduta, neppure per i nababbi nei nostri giorni.
In un certo senso, l’economia può essere considerata come quella disciplina che studia il comportamento degli operatori economici davanti a questa ineliminabile constatazione: non possiamo avere tutto. Ogni nostra attività comporta una scelta e una o più rinunce. Chi decide di dedicare del tempo al lavoro lo sottrae ad altro, chi spende non investe e chi investe rinuncia a impiegare le proprie risorse per un beneficio presente.
Evidentemente, poiché l’utilizzo di una risorsa in un dato momento può essere solo uno, questo significa che quella stessa risorsa non potrà essere utilizzata per nient’altro e che, quindi, a fronte di una scelta, possono esistere un numero indefinito di rinunce.
Le persone indecise, molte volte, non vivono il problema della scelta in sé come un momento bloccante del processo decisionale; ciò che le mette in difficoltà è proprio la consapevolezza della rinuncia.
Dire che l’economia è la materia delle rinunce introduce un punto di vista che può essere salutare non solo nel tempo della Quaresima ma, più in generale, per ricondurre a ragionevolezza una serie di fughe in avanti (o indietro) legate a ubriacature di apparente infinita abbondanza che appartengono non solo al passato.
L’approccio può essere particolarmente significativo, perché ogni rinuncia ha dei costi, molto spesso nascosti. Nella teoria economica si parla di “costo opportunità”, che consiste nel costo che deriva dal non aver percorso una determinata scelta che è stata scartata. Così, il costo degli studi universitari non è solo quello derivante dalle tasse universitarie, dal vitto o dall’alloggio per gli studenti fuori sede, ma deve comprendere anche il costo dovuto dalla mancata percezione di un reddito al quale si rinuncia, implicitamente, se si sceglie di proseguire gli studi, così posticipando l’ingresso nel mondo del lavoro.
Le scelte e le relative e corrispondenti rinunce, a volte, non vengono percepite come tali, soprattutto quando si allarga lo sguardo agli ambiti sociali e quando i costi non sono immediatamente monetizzabili. Ad esempio, un certo tipo di politiche economiche ha generato costi enormi sotto il profilo dell’impatto ambientale, che non sono stati colti nel loro ammontare complessivo anche a causa di una evidente sottostima dei costi opportunità. La deprimente situazione della viabilità della nostra Provincia e dei collegamenti ferroviari e autostradali sono sotto gli occhi di tutti e sono anche l’esito di scelte di indirizzo dell’azione amministrativa e politica verso altre direzioni, magari più gratificanti sotto il profilo del ritorno di immediato consenso. Il costo opportunità legato alla implicita rinuncia alla salubrità dell’aria oppure ad avere una rete di trasporti moderna, efficiente e sicura è enorme. Ce ne rendiamo conto adesso, ma è sempre stato così, anche quando eravamo distratti perché la nostra attenzione era attratta da altro.
Allargando ulteriormente lo sguardo, ci si accorge di come la dinamica scelta/rinuncia riguardi tutto il sistema nel suo complesso e coinvolga aspetti anche estranei al mondo puramente economico. Gli economisti più attenti, infatti, sottolineano come, molto spesso, questo tipo di passaggi tocchino binomi che vedono, da una parte, l’efficienza e dall’altra parte, la giustizia, l’equità o il rispetto dei beni comuni. L’ovvia precisazione è che, prima o poi, le scelte orientate alla pura efficienza, o a un consenso ammantato di efficientismo, non sempre si rivelano realmente oculate e, talvolta, nel tempo manifestano la propria fragilità. Quando si discute del biodigestore o del nuovo ospedale, bisognerebbe avere la capacità di allargare lo sguardo e di cogliere tutte le implicazioni che derivano da scelte e rinunce anche in termini di sacrifici che la collettività si trova ad affrontare in qualunque direzione si vada. Allo stesso modo, quando si tratta di istruzione, di sanità, di carico fiscale oppure di politiche previdenziali o ambientali, sarebbe necessario farlo lasciando da parte velleità efficientistiche che lasciano il tempo che trovano e che, presto o tardi, presentano un conto anche pesantissimo in termini di giustizia sociale e di benessere diffuso.
editoriale
Nessuno dispone di risorse illimitate. Può capitare che qualcuno possa avere l’illusione di avere tutto, ma non è mai così, se non altro perché (almeno) il tempo è una risorsa che non può essere posseduta, neppure per i nababbi nei nostri giorni.
In un certo senso, l’economia può essere considerata come quella disciplina che studia il comportamento degli operatori economici davanti a questa ineliminabile constatazione: non possiamo avere tutto. Ogni nostra attività comporta una scelta e una o più rinunce. Chi decide di dedicare del tempo al lavoro lo sottrae ad altro, chi spende non investe e chi investe rinuncia a impiegare le proprie risorse per un beneficio presente.
Evidentemente, poiché l’utilizzo di una risorsa in un dato momento può essere solo uno, questo significa che quella stessa risorsa non potrà essere utilizzata per nient’altro e che, quindi, a fronte di una scelta, possono esistere un numero indefinito di rinunce.
Le persone indecise, molte volte, non vivono il problema della scelta in sé come un momento bloccante del processo decisionale; ciò che le mette in difficoltà è proprio la consapevolezza della rinuncia.
Dire che l’economia è la materia delle rinunce introduce un punto di vista che può essere salutare non solo nel tempo della Quaresima ma, più in generale, per ricondurre a ragionevolezza una serie di fughe in avanti (o indietro) legate a ubriacature di apparente infinita abbondanza che appartengono non solo al passato.
L’approccio può essere particolarmente significativo, perché ogni rinuncia ha dei costi, molto spesso nascosti. Nella teoria economica si parla di “costo opportunità”, che consiste nel costo che deriva dal non aver percorso una determinata scelta che è stata scartata. Così, il costo degli studi universitari non è solo quello derivante dalle tasse universitarie, dal vitto o dall’alloggio per gli studenti fuori sede, ma deve comprendere anche il costo dovuto dalla mancata percezione di un reddito al quale si rinuncia, implicitamente, se si sceglie di proseguire gli studi, così posticipando l’ingresso nel mondo del lavoro.
Le scelte e le relative e corrispondenti rinunce, a volte, non vengono percepite come tali, soprattutto quando si allarga lo sguardo agli ambiti sociali e quando i costi non sono immediatamente monetizzabili. Ad esempio, un certo tipo di politiche economiche ha generato costi enormi sotto il profilo dell’impatto ambientale, che non sono stati colti nel loro ammontare complessivo anche a causa di una evidente sottostima dei costi opportunità. La deprimente situazione della viabilità della nostra Provincia e dei collegamenti ferroviari e autostradali sono sotto gli occhi di tutti e sono anche l’esito di scelte di indirizzo dell’azione amministrativa e politica verso altre direzioni, magari più gratificanti sotto il profilo del ritorno di immediato consenso. Il costo opportunità legato alla implicita rinuncia alla salubrità dell’aria oppure ad avere una rete di trasporti moderna, efficiente e sicura è enorme. Ce ne rendiamo conto adesso, ma è sempre stato così, anche quando eravamo distratti perché la nostra attenzione era attratta da altro.
Allargando ulteriormente lo sguardo, ci si accorge di come la dinamica scelta/rinuncia riguardi tutto il sistema nel suo complesso e coinvolga aspetti anche estranei al mondo puramente economico. Gli economisti più attenti, infatti, sottolineano come, molto spesso, questo tipo di passaggi tocchino binomi che vedono, da una parte, l’efficienza e dall’altra parte, la giustizia, l’equità o il rispetto dei beni comuni. L’ovvia precisazione è che, prima o poi, le scelte orientate alla pura efficienza, o a un consenso ammantato di efficientismo, non sempre si rivelano realmente oculate e, talvolta, nel tempo manifestano la propria fragilità. Quando si discute del biodigestore o del nuovo ospedale, bisognerebbe avere la capacità di allargare lo sguardo e di cogliere tutte le implicazioni che derivano da scelte e rinunce anche in termini di sacrifici che la collettività si trova ad affrontare in qualunque direzione si vada. Allo stesso modo, quando si tratta di istruzione, di sanità, di carico fiscale oppure di politiche previdenziali o ambientali, sarebbe necessario farlo lasciando da parte velleità efficientistiche che lasciano il tempo che trovano e che, presto o tardi, presentano un conto anche pesantissimo in termini di giustizia sociale e di benessere diffuso.
La scelta e le rinunce tra giustizia sociale e benessere diffuso
11 marzo 2023
Cuneo
Nessuno dispone di risorse illimitate. Può capitare che qualcuno possa avere l’illusione di avere tutto, ma non è mai così, se non altro perché (almeno) il tempo è una risorsa che non può essere posseduta, neppure per i nababbi nei nostri giorni.
In un certo senso, l’economia può essere considerata come quella disciplina che studia il comportamento degli operatori economici davanti a questa ineliminabile constatazione: non possiamo avere tutto. Ogni nostra attività comporta una scelta e una o più rinunce. Chi decide di dedicare del tempo al lavoro lo sottrae ad altro, chi spende non investe e chi investe rinuncia a impiegare le proprie risorse per un beneficio presente.
Evidentemente, poiché l’utilizzo di una risorsa in un dato momento può essere solo uno, questo significa che quella stessa risorsa non potrà essere utilizzata per nient’altro e che, quindi, a fronte di una scelta, possono esistere un numero indefinito di rinunce.
Le persone indecise, molte volte, non vivono il problema della scelta in sé come un momento bloccante del processo decisionale; ciò che le mette in difficoltà è proprio la consapevolezza della rinuncia.
Dire che l’economia è la materia delle rinunce introduce un punto di vista che può essere salutare non solo nel tempo della Quaresima ma, più in generale, per ricondurre a ragionevolezza una serie di fughe in avanti (o indietro) legate a ubriacature di apparente infinita abbondanza che appartengono non solo al passato.
L’approccio può essere particolarmente significativo, perché ogni rinuncia ha dei costi, molto spesso nascosti. Nella teoria economica si parla di “costo opportunità”, che consiste nel costo che deriva dal non aver percorso una determinata scelta che è stata scartata. Così, il costo degli studi universitari non è solo quello derivante dalle tasse universitarie, dal vitto o dall’alloggio per gli studenti fuori sede, ma deve comprendere anche il costo dovuto dalla mancata percezione di un reddito al quale si rinuncia, implicitamente, se si sceglie di proseguire gli studi, così posticipando l’ingresso nel mondo del lavoro.
Le scelte e le relative e corrispondenti rinunce, a volte, non vengono percepite come tali, soprattutto quando si allarga lo sguardo agli ambiti sociali e quando i costi non sono immediatamente monetizzabili. Ad esempio, un certo tipo di politiche economiche ha generato costi enormi sotto il profilo dell’impatto ambientale, che non sono stati colti nel loro ammontare complessivo anche a causa di una evidente sottostima dei costi opportunità. La deprimente situazione della viabilità della nostra Provincia e dei collegamenti ferroviari e autostradali sono sotto gli occhi di tutti e sono anche l’esito di scelte di indirizzo dell’azione amministrativa e politica verso altre direzioni, magari più gratificanti sotto il profilo del ritorno di immediato consenso. Il costo opportunità legato alla implicita rinuncia alla salubrità dell’aria oppure ad avere una rete di trasporti moderna, efficiente e sicura è enorme. Ce ne rendiamo conto adesso, ma è sempre stato così, anche quando eravamo distratti perché la nostra attenzione era attratta da altro.
Allargando ulteriormente lo sguardo, ci si accorge di come la dinamica scelta/rinuncia riguardi tutto il sistema nel suo complesso e coinvolga aspetti anche estranei al mondo puramente economico. Gli economisti più attenti, infatti, sottolineano come, molto spesso, questo tipo di passaggi tocchino binomi che vedono, da una parte, l’efficienza e dall’altra parte, la giustizia, l’equità o il rispetto dei beni comuni. L’ovvia precisazione è che, prima o poi, le scelte orientate alla pura efficienza, o a un consenso ammantato di efficientismo, non sempre si rivelano realmente oculate e, talvolta, nel tempo manifestano la propria fragilità. Quando si discute del biodigestore o del nuovo ospedale, bisognerebbe avere la capacità di allargare lo sguardo e di cogliere tutte le implicazioni che derivano da scelte e rinunce anche in termini di sacrifici che la collettività si trova ad affrontare in qualunque direzione si vada. Allo stesso modo, quando si tratta di istruzione, di sanità, di carico fiscale oppure di politiche previdenziali o ambientali, sarebbe necessario farlo lasciando da parte velleità efficientistiche che lasciano il tempo che trovano e che, presto o tardi, presentano un conto anche pesantissimo in termini di giustizia sociale e di benessere diffuso.