Forse solo un vero corrispondente di guerra come Domenico Quirico, uno che la guerra l’ha vista da vicino rischiando di persona (anche con una lunga prigionia durante la guerra in Siria) e sa come essa non sia fatta di analisi strategiche a tavolino, ma piuttosto di polvere, fango e sangue, poteva scrivere un libro come questo (Guerra totale. La bancarotta bellicista, Neri Pozza 2022 ), in cui ogni pagina urla l’indignazione per la follia umana della guerra. Non si tratta in questo caso di una corrispondenza di guerra, ma di un’analisi approfondita delle dinamiche di questa guerra e soprattutto del contesto che l’ha resa possibile. Non un’analisi asettica come quelle cui ci hanno abituato in questi mesi gli esperti di geopolitica: al contrario, un libro in cui Quirico ha messo non solo il cervello, ma anche e anzitutto la sua passione di uomo e di credente; una specie di grido di dolore per quello che l’uomo ancora una volta sta facendo dell’uomo. Un libro torrenziale, a tratti anche ripetitivo, ma ricchissimo di riflessioni e di proposte che i protagonisti della scena internazionale farebbero bene a prendere in considerazione.
Ancora una volta non abbiamo imparato le lezioni della storia. Basta un fiammifero per appiccare ad una foresta un incendio, che mille pompieri poi non riescono a spegnere. Abbiamo lasciato che un fuoco di sterpaglie apparentemente innocuo si sviluppasse per anni, nell’indifferenza generale, nel giardino di casa (nell’Est europeo, nel Donbass): finché, dopo il 24 febbraio, con l’invasione russa, non si poteva più far finta di niente. Dopo quasi un anno di guerra, ci sono ampie ragioni per piangere, se guardiamo alle innumerevoli vite spezzate di russi ed ucraini, e al dramma di milioni di persone scacciate dalla loro terra.
La “bancarotta bellicista” di cui parla il sottotitolo del libro non è solo quella di guerrafondai folcloristici come l’ex ministro britannico Boris Johnson; non è neppure solo quella dei protagonisti del dramma, un Putin che con un colossale errore di valutazione pensava di risolvere tutto in poche ore, imponendo un cambio di governo a Kiev, e si è invece impantanato in una guerra dagli esiti a dir poco incerti, per lui ma anche per la Russia. Non è neppure solo quella dell’ex attore Zelensky, che dopo avere impersonato coraggiosamente la resistenza ucraina nei primi mesi di guerra, successivamente ha inseguito il mito della “vittoria totale”, facendo del proprio paese un paesaggio di rovine, una specie di Siria europea.
La “bancarotta bellicista” è soprattutto quella dell’Occidente: “la bancarotta di non aver previsto niente, di non aver provveduto a tempo, di aver guardato da un’altra parte... L’assalitore russo non era nascosto nei boschi di betulle, gridava le sue intenzioni sinistre, minacciava, esigeva, muoveva pedine che erano morti ammazzati e territori assorbiti. Era chiaro che con l’aiuto della violenza e di una falsa propaganda voleva rivalersi dei torti subiti, presunti o reali, di ogni volta che era stato messo da parte o non era riuscito ad emergere come avrebbe voluto”(p.13). Era allora, dall’inizio della guerra del Donbass, che bisognava concentrare l’attenzione delle diplomazie occidentali sulla situazione russo-ucraina, cercando di evitare il peggio: ma come era possibile, se con Putin si facevano ottimi affari, petroliferi e non?
Ricordo di aver letto anni fa un documentato reportage di due giornalisti italiani sui primi mesi della guerra del Donbass, subito dopo il “colpo di stato” di piazza Maidan (2014) che ha imposto a Kiev un governo filo-occidentale innescando la reazione russa in Donbass e in Crimea. Nella postfazione del libro, i due giornalisti si stupivano della completa indifferenza dell’opinione pubblica italiana nei confronti di questa guerra, e anche del loro libro, che documentava una situazione estremamente allarmante nel cuore dell’Europa. Certo, in seguito ci sarebbero stati gli accordi di Minsk (disattesi da entrambe le parti); ma, in generale, i governi occidentali avevano altro a cui pensare. Neppure l’opinione pubblica occidentale si è allarmata allora; ma la cosa più strana è che neppure ora l’allarme è proporzionato alla gravità degli eventi.
La ragione del mancato allarme, secondo Quirico è la “narrazione rassicurante” imbastita dai media: certo, il pericolo c’è, c’è un tiranno che odia la democrazia e la libertà, che ha scatenato una guerra nel cuore dell’Europa (e fin qui hanno ragione: Putin si dà continuamente da fare per confermare la propria fama di “cattivo” da western); ma noi non dobbiamo allarmarci troppo, in primo luogo perché siamo i “buoni” e siamo finalmente tutti uniti sotto le bandiere NATO e sotto l’ombrello americano; in secondo luogo, perché siamo più forti, quindi tutto finirà bene come nei western che si rispettano.
Sarebbe bene precisare che l’unione dell’Occidente è più apparente che reale (gli interessi degli USA e dell’Europa divergono). Quanto all’essere “ i buoni” e “i più forti”, il mondo si ricorda della proditoria e fallimentare invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan da parte della coalizione occidentale, e della disastrosa fuga da Kabul nell’estate 2021. E non bisogna dimenticare un dettaglio: la Russia, per quanto scalcinata sotto parecchi aspetti, possiede l’arma atomica, e ha detto chiaramente che in caso di necessità è pronta ad usarla: un buon motivo per non esagerare con le provocazioni.
È vero che nella storia spesso le situazioni si risolvono nei modi più impensati, per l’intervento di fattori imprevisti, ma le prospettive per il futuro non sono incoraggianti. Sarebbe già molto arrivare a una tregua, ma sia russi che ucraini si sono tagliati i ponti alle spalle, e anche il segretario di Stato americano l’aprile scorso ha rilasciato dichiarazioni azzardate, parlando di “far vincere la guerra agli ucraini” e di mettere la Russia in condizione di non nuocere. Se ciò significa il ribaltamento degli equilibri mondiali, ciò porterebbe con ogni probabilità a catastrofi peggiori di quelle viste finora.
Le prospettive per il futuro disegnate da Quirico non sono incoraggianti. Mentre assistiamo all’”escalation” del conflitto, con l’aumento della possibilità (improbabile, ma non impossibile) di un Armageddon nucleare, la prospettiva meno catastrofica sembra essere – e qui la visione di Quirico converge con quella di geopolitici come Lucio Caracciolo – quella di un “congelamento” di fatto della guerra (un “cessate il fuoco” modello Corea o Israele). Ma secondo Quirico è un’illusione pensare che a questo punto - tacendo le armi - tutto ritorni come prima. Aveva ragione la copertina di Limes di un anno fa: la Russia ha veramente “cambiato il mondo”. La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è finita: il mondo si sta già dividendo in due grandi blocchi (grosso modo, Eurasia e “Atlantide” euro-americana) ciascuno dei quali dovrà contare quasi interamente sulle proprie risorse. America latina ed Africa, sempre più squinternate e attualmente affamate anche a causa del blocco del grano nel Mar Nero, valuteranno caso per caso (ma in condizioni di debolezza) le proposte dei due blocchi.
Per non finire con note dolenti, guardiamo anche l’altra faccia della medaglia: chissà che, con la fine della globalizzazione neoliberistica, lo Stato, che per decenni è stato succube della finanza internazionale, non riprenda il senso delle sue funzioni ricominciando a fare il suo mestiere, cioè a fare politica (possibilmente buona).
editoriale
Forse solo un vero corrispondente di guerra come Domenico Quirico, uno che la guerra l’ha vista da vicino rischiando di persona (anche con una lunga prigionia durante la guerra in Siria) e sa come essa non sia fatta di analisi strategiche a tavolino, ma piuttosto di polvere, fango e sangue, poteva scrivere un libro come questo (Guerra totale. La bancarotta bellicista, Neri Pozza 2022 ), in cui ogni pagina urla l’indignazione per la follia umana della guerra. Non si tratta in questo caso di una corrispondenza di guerra, ma di un’analisi approfondita delle dinamiche di questa guerra e soprattutto del contesto che l’ha resa possibile. Non un’analisi asettica come quelle cui ci hanno abituato in questi mesi gli esperti di geopolitica: al contrario, un libro in cui Quirico ha messo non solo il cervello, ma anche e anzitutto la sua passione di uomo e di credente; una specie di grido di dolore per quello che l’uomo ancora una volta sta facendo dell’uomo. Un libro torrenziale, a tratti anche ripetitivo, ma ricchissimo di riflessioni e di proposte che i protagonisti della scena internazionale farebbero bene a prendere in considerazione.
Ancora una volta non abbiamo imparato le lezioni della storia. Basta un fiammifero per appiccare ad una foresta un incendio, che mille pompieri poi non riescono a spegnere. Abbiamo lasciato che un fuoco di sterpaglie apparentemente innocuo si sviluppasse per anni, nell’indifferenza generale, nel giardino di casa (nell’Est europeo, nel Donbass): finché, dopo il 24 febbraio, con l’invasione russa, non si poteva più far finta di niente. Dopo quasi un anno di guerra, ci sono ampie ragioni per piangere, se guardiamo alle innumerevoli vite spezzate di russi ed ucraini, e al dramma di milioni di persone scacciate dalla loro terra.
La “bancarotta bellicista” di cui parla il sottotitolo del libro non è solo quella di guerrafondai folcloristici come l’ex ministro britannico Boris Johnson; non è neppure solo quella dei protagonisti del dramma, un Putin che con un colossale errore di valutazione pensava di risolvere tutto in poche ore, imponendo un cambio di governo a Kiev, e si è invece impantanato in una guerra dagli esiti a dir poco incerti, per lui ma anche per la Russia. Non è neppure solo quella dell’ex attore Zelensky, che dopo avere impersonato coraggiosamente la resistenza ucraina nei primi mesi di guerra, successivamente ha inseguito il mito della “vittoria totale”, facendo del proprio paese un paesaggio di rovine, una specie di Siria europea.
La “bancarotta bellicista” è soprattutto quella dell’Occidente: “la bancarotta di non aver previsto niente, di non aver provveduto a tempo, di aver guardato da un’altra parte... L’assalitore russo non era nascosto nei boschi di betulle, gridava le sue intenzioni sinistre, minacciava, esigeva, muoveva pedine che erano morti ammazzati e territori assorbiti. Era chiaro che con l’aiuto della violenza e di una falsa propaganda voleva rivalersi dei torti subiti, presunti o reali, di ogni volta che era stato messo da parte o non era riuscito ad emergere come avrebbe voluto”(p.13). Era allora, dall’inizio della guerra del Donbass, che bisognava concentrare l’attenzione delle diplomazie occidentali sulla situazione russo-ucraina, cercando di evitare il peggio: ma come era possibile, se con Putin si facevano ottimi affari, petroliferi e non?
Ricordo di aver letto anni fa un documentato reportage di due giornalisti italiani sui primi mesi della guerra del Donbass, subito dopo il “colpo di stato” di piazza Maidan (2014) che ha imposto a Kiev un governo filo-occidentale innescando la reazione russa in Donbass e in Crimea. Nella postfazione del libro, i due giornalisti si stupivano della completa indifferenza dell’opinione pubblica italiana nei confronti di questa guerra, e anche del loro libro, che documentava una situazione estremamente allarmante nel cuore dell’Europa. Certo, in seguito ci sarebbero stati gli accordi di Minsk (disattesi da entrambe le parti); ma, in generale, i governi occidentali avevano altro a cui pensare. Neppure l’opinione pubblica occidentale si è allarmata allora; ma la cosa più strana è che neppure ora l’allarme è proporzionato alla gravità degli eventi.
La ragione del mancato allarme, secondo Quirico è la “narrazione rassicurante” imbastita dai media: certo, il pericolo c’è, c’è un tiranno che odia la democrazia e la libertà, che ha scatenato una guerra nel cuore dell’Europa (e fin qui hanno ragione: Putin si dà continuamente da fare per confermare la propria fama di “cattivo” da western); ma noi non dobbiamo allarmarci troppo, in primo luogo perché siamo i “buoni” e siamo finalmente tutti uniti sotto le bandiere NATO e sotto l’ombrello americano; in secondo luogo, perché siamo più forti, quindi tutto finirà bene come nei western che si rispettano.
Sarebbe bene precisare che l’unione dell’Occidente è più apparente che reale (gli interessi degli USA e dell’Europa divergono). Quanto all’essere “ i buoni” e “i più forti”, il mondo si ricorda della proditoria e fallimentare invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan da parte della coalizione occidentale, e della disastrosa fuga da Kabul nell’estate 2021. E non bisogna dimenticare un dettaglio: la Russia, per quanto scalcinata sotto parecchi aspetti, possiede l’arma atomica, e ha detto chiaramente che in caso di necessità è pronta ad usarla: un buon motivo per non esagerare con le provocazioni.
È vero che nella storia spesso le situazioni si risolvono nei modi più impensati, per l’intervento di fattori imprevisti, ma le prospettive per il futuro non sono incoraggianti. Sarebbe già molto arrivare a una tregua, ma sia russi che ucraini si sono tagliati i ponti alle spalle, e anche il segretario di Stato americano l’aprile scorso ha rilasciato dichiarazioni azzardate, parlando di “far vincere la guerra agli ucraini” e di mettere la Russia in condizione di non nuocere. Se ciò significa il ribaltamento degli equilibri mondiali, ciò porterebbe con ogni probabilità a catastrofi peggiori di quelle viste finora.
Le prospettive per il futuro disegnate da Quirico non sono incoraggianti. Mentre assistiamo all’”escalation” del conflitto, con l’aumento della possibilità (improbabile, ma non impossibile) di un Armageddon nucleare, la prospettiva meno catastrofica sembra essere – e qui la visione di Quirico converge con quella di geopolitici come Lucio Caracciolo – quella di un “congelamento” di fatto della guerra (un “cessate il fuoco” modello Corea o Israele). Ma secondo Quirico è un’illusione pensare che a questo punto - tacendo le armi - tutto ritorni come prima. Aveva ragione la copertina di Limes di un anno fa: la Russia ha veramente “cambiato il mondo”. La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è finita: il mondo si sta già dividendo in due grandi blocchi (grosso modo, Eurasia e “Atlantide” euro-americana) ciascuno dei quali dovrà contare quasi interamente sulle proprie risorse. America latina ed Africa, sempre più squinternate e attualmente affamate anche a causa del blocco del grano nel Mar Nero, valuteranno caso per caso (ma in condizioni di debolezza) le proposte dei due blocchi.
Per non finire con note dolenti, guardiamo anche l’altra faccia della medaglia: chissà che, con la fine della globalizzazione neoliberistica, lo Stato, che per decenni è stato succube della finanza internazionale, non riprenda il senso delle sue funzioni ricominciando a fare il suo mestiere, cioè a fare politica (possibilmente buona).
La Guerra totale e la “bancarotta bellicista” non è solo di Putin
04 marzo 2023
Cuneo
Forse solo un vero corrispondente di guerra come Domenico Quirico, uno che la guerra l’ha vista da vicino rischiando di persona (anche con una lunga prigionia durante la guerra in Siria) e sa come essa non sia fatta di analisi strategiche a tavolino, ma piuttosto di polvere, fango e sangue, poteva scrivere un libro come questo (Guerra totale. La bancarotta bellicista, Neri Pozza 2022 ), in cui ogni pagina urla l’indignazione per la follia umana della guerra. Non si tratta in questo caso di una corrispondenza di guerra, ma di un’analisi approfondita delle dinamiche di questa guerra e soprattutto del contesto che l’ha resa possibile. Non un’analisi asettica come quelle cui ci hanno abituato in questi mesi gli esperti di geopolitica: al contrario, un libro in cui Quirico ha messo non solo il cervello, ma anche e anzitutto la sua passione di uomo e di credente; una specie di grido di dolore per quello che l’uomo ancora una volta sta facendo dell’uomo. Un libro torrenziale, a tratti anche ripetitivo, ma ricchissimo di riflessioni e di proposte che i protagonisti della scena internazionale farebbero bene a prendere in considerazione.
Ancora una volta non abbiamo imparato le lezioni della storia. Basta un fiammifero per appiccare ad una foresta un incendio, che mille pompieri poi non riescono a spegnere. Abbiamo lasciato che un fuoco di sterpaglie apparentemente innocuo si sviluppasse per anni, nell’indifferenza generale, nel giardino di casa (nell’Est europeo, nel Donbass): finché, dopo il 24 febbraio, con l’invasione russa, non si poteva più far finta di niente. Dopo quasi un anno di guerra, ci sono ampie ragioni per piangere, se guardiamo alle innumerevoli vite spezzate di russi ed ucraini, e al dramma di milioni di persone scacciate dalla loro terra.
La “bancarotta bellicista” di cui parla il sottotitolo del libro non è solo quella di guerrafondai folcloristici come l’ex ministro britannico Boris Johnson; non è neppure solo quella dei protagonisti del dramma, un Putin che con un colossale errore di valutazione pensava di risolvere tutto in poche ore, imponendo un cambio di governo a Kiev, e si è invece impantanato in una guerra dagli esiti a dir poco incerti, per lui ma anche per la Russia. Non è neppure solo quella dell’ex attore Zelensky, che dopo avere impersonato coraggiosamente la resistenza ucraina nei primi mesi di guerra, successivamente ha inseguito il mito della “vittoria totale”, facendo del proprio paese un paesaggio di rovine, una specie di Siria europea.
La “bancarotta bellicista” è soprattutto quella dell’Occidente: “la bancarotta di non aver previsto niente, di non aver provveduto a tempo, di aver guardato da un’altra parte... L’assalitore russo non era nascosto nei boschi di betulle, gridava le sue intenzioni sinistre, minacciava, esigeva, muoveva pedine che erano morti ammazzati e territori assorbiti. Era chiaro che con l’aiuto della violenza e di una falsa propaganda voleva rivalersi dei torti subiti, presunti o reali, di ogni volta che era stato messo da parte o non era riuscito ad emergere come avrebbe voluto”(p.13). Era allora, dall’inizio della guerra del Donbass, che bisognava concentrare l’attenzione delle diplomazie occidentali sulla situazione russo-ucraina, cercando di evitare il peggio: ma come era possibile, se con Putin si facevano ottimi affari, petroliferi e non?
Ricordo di aver letto anni fa un documentato reportage di due giornalisti italiani sui primi mesi della guerra del Donbass, subito dopo il “colpo di stato” di piazza Maidan (2014) che ha imposto a Kiev un governo filo-occidentale innescando la reazione russa in Donbass e in Crimea. Nella postfazione del libro, i due giornalisti si stupivano della completa indifferenza dell’opinione pubblica italiana nei confronti di questa guerra, e anche del loro libro, che documentava una situazione estremamente allarmante nel cuore dell’Europa. Certo, in seguito ci sarebbero stati gli accordi di Minsk (disattesi da entrambe le parti); ma, in generale, i governi occidentali avevano altro a cui pensare. Neppure l’opinione pubblica occidentale si è allarmata allora; ma la cosa più strana è che neppure ora l’allarme è proporzionato alla gravità degli eventi.
La ragione del mancato allarme, secondo Quirico è la “narrazione rassicurante” imbastita dai media: certo, il pericolo c’è, c’è un tiranno che odia la democrazia e la libertà, che ha scatenato una guerra nel cuore dell’Europa (e fin qui hanno ragione: Putin si dà continuamente da fare per confermare la propria fama di “cattivo” da western); ma noi non dobbiamo allarmarci troppo, in primo luogo perché siamo i “buoni” e siamo finalmente tutti uniti sotto le bandiere NATO e sotto l’ombrello americano; in secondo luogo, perché siamo più forti, quindi tutto finirà bene come nei western che si rispettano.
Sarebbe bene precisare che l’unione dell’Occidente è più apparente che reale (gli interessi degli USA e dell’Europa divergono). Quanto all’essere “ i buoni” e “i più forti”, il mondo si ricorda della proditoria e fallimentare invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan da parte della coalizione occidentale, e della disastrosa fuga da Kabul nell’estate 2021. E non bisogna dimenticare un dettaglio: la Russia, per quanto scalcinata sotto parecchi aspetti, possiede l’arma atomica, e ha detto chiaramente che in caso di necessità è pronta ad usarla: un buon motivo per non esagerare con le provocazioni.
È vero che nella storia spesso le situazioni si risolvono nei modi più impensati, per l’intervento di fattori imprevisti, ma le prospettive per il futuro non sono incoraggianti. Sarebbe già molto arrivare a una tregua, ma sia russi che ucraini si sono tagliati i ponti alle spalle, e anche il segretario di Stato americano l’aprile scorso ha rilasciato dichiarazioni azzardate, parlando di “far vincere la guerra agli ucraini” e di mettere la Russia in condizione di non nuocere. Se ciò significa il ribaltamento degli equilibri mondiali, ciò porterebbe con ogni probabilità a catastrofi peggiori di quelle viste finora.
Le prospettive per il futuro disegnate da Quirico non sono incoraggianti. Mentre assistiamo all’”escalation” del conflitto, con l’aumento della possibilità (improbabile, ma non impossibile) di un Armageddon nucleare, la prospettiva meno catastrofica sembra essere – e qui la visione di Quirico converge con quella di geopolitici come Lucio Caracciolo – quella di un “congelamento” di fatto della guerra (un “cessate il fuoco” modello Corea o Israele). Ma secondo Quirico è un’illusione pensare che a questo punto - tacendo le armi - tutto ritorni come prima. Aveva ragione la copertina di Limes di un anno fa: la Russia ha veramente “cambiato il mondo”. La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è finita: il mondo si sta già dividendo in due grandi blocchi (grosso modo, Eurasia e “Atlantide” euro-americana) ciascuno dei quali dovrà contare quasi interamente sulle proprie risorse. America latina ed Africa, sempre più squinternate e attualmente affamate anche a causa del blocco del grano nel Mar Nero, valuteranno caso per caso (ma in condizioni di debolezza) le proposte dei due blocchi.
Per non finire con note dolenti, guardiamo anche l’altra faccia della medaglia: chissà che, con la fine della globalizzazione neoliberistica, lo Stato, che per decenni è stato succube della finanza internazionale, non riprenda il senso delle sue funzioni ricominciando a fare il suo mestiere, cioè a fare politica (possibilmente buona).