
Fig. 1: Sant’Orsola; Affresco; Seconda metà del XV secolo; Tommaso Biazaci; Chiesa di San Giovanni Battista; Caraglio.
Il tratto negativo del re Attila, vissuto agli albori del Medioevo, per l’estrema ferocia sua e del suo esercito dovette incombere a lungo sui secoli successivi. E a radicare nell’immaginario dell’Occidente questa figura come simbolo stesso di crudele spietatezza fu certamente la leggenda relativa al suo incontro con papa Leone Magno. Materializzatisi improvvisamente alle spalle del papa - come magistralmente dipinto nelle notissime “Stanze” da Raffaello - due angeli armati avrebbero infatti sbarrato la strada al sovrano unno, facendolo desistere dalla sua decisione ormai presa di marciare su Roma. Proprio nell’orizzonte della ferocia di Attila, in una
Legenda aurea che la sottrae all’epoca di Diocleziano per spostarla avanti di oltre un secolo, trova posto anche la vicenda di Sant’Orsola e delle sue undicimila compagne, tutte come lei vergini e consacrate a Cristo. E il racconto di questo martirio assunse un tale rilievo nell’agiografia cristiana da venire denominato, sulla falsariga della passione stessa di Cristo, col nome latino di “passio”. La vicenda, non senza una certa enfasi, prende il via in Bretagna dove Sant’Orsola, figlia del re Noto o Mauro, “brillava per il suo onesto contegno, per la sua sapienza, per la sua bellezza e per la sua fama ormai giunta in ogni luogo”. Ovviamente tanta bellezza e tanta fama finirono col renderla desiderabile agli occhi del figlio del prepotente re d’Inghilterra che, pur di sposarla, acconsentì a tutte le sue richieste: comprese quelle di assegnarle una sorta di armata di ben undicimila vergini e di rinviare il matrimonio di tre anni, per poter anche lui essere adeguatamente formato nella fede cristiana.
Sarebbe stato proprio in compagnia di queste vergini che, su una flotta di “undici navi”, Sant’Orsola avrebbe intrapreso un pellegrinaggio alla volta di Roma. Questo pellegrinaggio, fino al porto di Basilea, avvenne in nave, per poi continuare a piedi. Ed è questa sua seconda fase che trova maggior riscontro nelle iconografie sviluppate, a suo riguardo, in terra cuneese. Un pellegrinaggio cioè che, pur non essendo così frequentato dall’arte di quest’area, assume i tratti di un’autentica e affollatissima processione esclusivamente femminile. Ed è proprio questa processione che viene dipinta da Tommaso e Matteo Biazaci, nella seconda metà del XV secolo, in un affresco inserito nella decorazione della chiesa di San Giovanni Battista a Caraglio
(Fig. 1). La figura di Sant’Orsola, in questa specifica pittura murale, non solo gioca un ruolo di primo piano, ma anche quasi si stacca da quella della schiera di vergini che essa guida. A connotare questo dipinto è una sorta di “prospettiva gerarchica”, funzionale cioè a evidenziare l’importanza delle diverse figure attraverso le loro specifiche dimensioni. Questo affresco dunque, proprio nell’attribuire a Sant’Orsola e alle vergini da lei guidate dimensioni sensibilmente diverse, asserisce con forza il costituirsi della santa come protagonista effettiva della scena. Un ruolo confermato anche dai colori dell’abito da lei indossato: non si può non osservare, infatti, come i colori monocromi delle vesti delle diverse vergini rappresentate convergano poi nell’intersecarsi dei colori dell’abito della stessa Sant’Orsola.
Non mancano, alla figura di Sant’Orsola rappresentata a Caraglio dai fratelli Biazaci, i suoi due simboli più rilevanti: quello del vessillo bianco crucisegnato in rosso, evocativo del sangue versato per Cristo da lei e dalle sue compagne, e quello della freccia, stretta nella mano destra e finalizzata ad evocare lo strumento stesso del martirio che, secondo la
Legenda aurea, ne determinò la morte. Questo stesso stendardo funge da indicatore primario del ruolo di protagonista giocato da Sant’Orsola, nella compagine delle vergini che la seguono, anche nell’affresco dipinto nella seconda metà del Quattrocento da Giovanni Mazzucco nel contesto dell’incoronazione della Vergine in paradiso collocata all’interno del santuario della Madonna del Bricchetto a Morozzo
(Fig. 2). Anche in questo caso va registrata, pur prescindendo dal bianco, il riflettersi dei colori delle vergini del seguito di Sant’Orsola in quelli dell’abito da lei indossato. Il volto della santa appare sfiorato da una sorta di preoccupazione, forse imputabile alla consapevolezza del destino che, come anticipatole dall’angelo inviato a Colonia ad annunciarle che lì esse sarebbero tornate per ricevere “la corona del martirio”, attende lei e le sue compagne. Ed è proprio con serena determinazione e senza esitazioni di sorta che il gruppo di fanciulle, guidato da una Sant’Orsola in questo caso delle stesse dimensioni delle sue compagne, sembra procedere verso quel martirio che dischiuderà loro la partecipazione al corteo celeste.

Fig 2 - Sant’Orsola; Affresco; Giovanni Mazzucco; Seconda metà XV secolo; Santuario della Madonna del Brichetto; Morozzo.
Il martirio delle undicimila vergini della compagine di Sant’Orsola, nel racconto della
Legenda aurea, avvenne prima di quello della figlia del re bretone. Esse infatti, di rientro da Roma e puntando su Colonia, la trovarono già assediata dagli Unni che «quando le videro, si gettarono urlando contro di loro e, scatenatisi furiosamente come lupi tra gli agnelli, uccisero tutta quella moltitudine». Quando però, massacrate tutte le sue compagne, «giunsero a Sant’Orsola, il capo degli Unni, vista la sua bellezza, rimase pieno di stupore e, cercando di consolarla della strage delle altre vergini, le promise che l’avrebbe sposata». Proprio la ricompensa per il loro martirio, subìto con coraggio e senza rinnegare la propria fede, viene illustrata dall’affresco realizzato da un non identificato pittore nella chiesa di San Fiorenzo a Bastia Mondovì (
Fig. 3). Incentrato sulle figure di Sant’Orsola e delle sue compagne, il dipinto inserisce la loro compagine come elemento decisivo di un corteo celeste intento a convergere verso il cuore stesso del paradiso, laddove a svolgersi è - anche in questo caso - l’incoronazione della Vergine. E sebbene il corteo non sia esclusivamente costituito da Sant’Orsola e dalle sue compagne, come dimostra il fatto che al suo interno trovano posto anche altre sante di epoche diverse, non c’è dubbio che il loro costituirsi come gruppo rivesta in esso un ruolo di primo piano. Come conferma anche il vessillo crucisegnato che, sorretto dalla santa con entrambe le mani, si evidenzia quale elemento qualificante dell’intero corteo.

Fig. 3 - Sant’Orsola; Affresco; Pittore ignoto; Seconda metà del XV secolo; Chiesa di San Fiorenzo; Bastia Mondovì.
Il gesto col quale Attila, dopo aver massacrato le compagne di Sant’Orsola, aveva deciso di sottrarre quest’ultima alla loro stessa sorte, si scontrò però col diniego opposto dalla figlia del re Bretone alla proposta di matrimonio avanzata dal re barbaro: «Il capo unno, vistosi disprezzato, le scagliò contro una freccia che, trapassandola, la uccise. Così portò a coronamento il suo martirio». Ed anche quest’ultimo, come quello delle sue compagne, sarebbe stato premiato facendola accogliere tra i beati e restituendole quel ruolo di guida della compagine che in terra aveva avuto. Un ruolo che, pur illustrato dalla maggior parte delle iconografie a suo riguardo legando la regina bretone alle sue compagne, in taluni casi viene invece evidenziato connettendolo esclusivamente alla sua persona. Ed è proprio la riconduzione dell’intera compagine guidata da Sant’Orsola alla sua sola figura, e dunque senza che ad accompagnarla siano le vergini del suo seguito, a dover essere registrata nel modo in cui ella viene rappresentata all’interno dell’affresco incentrato sul giudizio universale e dipinto sulla volta del prolungamento della navata unica del Santuario della Madonna dei Boschi di Boves (
Fig. 4). È qui che, alla sinistra di un Cristo che richiama in modo piuttosto evidente quello del giudizio universale dipinto da Michelangelo sulla parete posteriore all’altare della cappella Sistina e subito accanto a Mosè, ad essere rappresentata è proprio Sant’Orsola, ben identificabile per il vessillo crucisegnato che essa tiene in mano e che, in una forma capace di evocarle, compensa l’assenza stessa delle sue compagne.

Fig. 4 - Sant’Orsola; Affresco (particolare); Seconda metà XVI secolo; Pittore ignoto; Santuario di Madonna dei Boschi; Boves.
(XVII - continua)