Il mondo del calcio continua a dare infelice prova di sé ed è di questi giorni la scoperta che anche i primi della classe britannici hanno le loro gatte da pelare. Sebbene la notizia non possa certo costituire il proverbiale “mezzo gaudio”, il male comune rappresentato dalle voci sulle irregolarità contabili di un noto club inglese fanno riflettere e non poco. Pare, infatti, sempre più evidente che il mondo del pallone abbia troppo a lungo scherzato con la finanza spericolata e che il conto in arrivo per tutto il sistema potrebbe essere decisamente salato.
La posta in gioco definitivamente messa sul tavolo dalle vicende emerse in queste settimane è, infatti, l’autonomia del mondo sportivo e della giustizia sportiva, in passato gelosamente rivendicata.
La linea di confine tra ciò che è oggetto di interesse per l’ordinamento statale e ciò che non lo è, secondo la Legge n. 280 del 2003, è costituita dalla rilevanza dei diritti e degli interessi coinvolti nelle varie vicende.
Così, in ossequio al dettato normativo, si distingue tra questioni tecniche, questioni disciplinari, questioni amministrative e questioni economiche.
Le prime sono, ad esempio, quelle relative al rispetto dei regolamenti e all’omologazione dei risultati, che diventano di interesse per l’ordinamento statale se coinvolgono aspetti e interessi di natura economica. Le questioni disciplinari, invece, riguardano le infrazioni delle norme sportive e le relative sanzioni. Anche in questo caso, la rilevanza per l’ordinamento statale dipende dai profili economici legati alla sanzione. Se, infatti, la squalifica da una competizione dilettantistica di un atleta di livello amatoriale è una vicenda che si esaurisce nell’ambito sportivo, discorso ben diverso vale, ad esempio, per la sospensione di atleti professionisti o di dirigenti che svolgono questo tipo di attività a tempo pieno.
Le questioni di natura economica oppure amministrativa, invece, sin dall’emanazione della legge 280 sono state individuate come di interesse per l’ordinamento statale.
Su questi delicati equilibri sono piombati, con tutta la loro ingombrante mole, gli enormi interessi economici che ruotano (soprattutto) intorno al calcio. Certamente, è nei primi anni Novanta che fecero la loro comparsa sulla scena i diritti TV, con il relativo fiume di soldi, ma è soprattutto dagli anni Duemila in avanti che la bolla degli interessi finanziari ha cominciato a crescere a dismisura. È tra la fine degli anni Novanta e il 2001 che Juventus, Roma e Lazio fanno il loro ingresso nel mercato finanziario, decidendo per la quotazione nei mercati dei propri titoli.
Come talvolta capita, anche la Legge 280 del 2003, che pure aveva una propria ragione di esistere e che senza dubbio perseguiva scopi condivisibili, si è rivelata inadeguata ad affrontare una realtà che stava già cambiando al momento della sua entrata in vigore. Da quando, infatti, il calcio e altre discipline sportive hanno aperto le porte a un certo tipo di interessi economici e finanziari, non sono più esistite questioni tecniche o disciplinari che non abbiano avuto e che non abbiano rilevanza economica. Ed è così che l’autonomia di una fetta consistente del nostro sport è diventata un ricordo.
Evidentemente, si tratta di un processo che può essere letto sotto molteplici punti di vista. La perdita dell’autonomia dell’ordinamento sportivo non necessariamente è un fatto negativo. Alcune regole tipiche del mondo dello sport collidevano frontalmente con principi cardine del nostro sistema civile e democratico. Per molti anni dopo il 2003 il professionismo è stato riservato al mondo maschile, con l’intero ambito sportivo femminile oggetto di una clamorosa violazione del principio di uguaglianza. Fino a tempi recentissimi è rimasto in vigore il “vincolo sportivo”, che consentiva di vincolare atleti giovani e giovanissimi alle società sportive del primo tesseramento per periodi, talvolta, lunghissimi.
Il tempo occorso per rivedere queste inaccettabili situazioni è stato irragionevolmente lungo, ma lo sport e il legislatore hanno trovato la forza e la dignità per farlo. Oggi sono necessari altri sforzi per ridimensionare lo strapotere dei nuovi padroni del pallone e di altre discipline sportive. Alcuni strumenti adottati in altri contesti sportivi potrebbero essere seriamente presi in considerazione, come l’introduzione di un tetto al monte salari complessivo delle squadre professionistiche. Gli spazi sembrano esserci, ma servono volontà, coraggio e fantasia.
editoriale
Il mondo del calcio continua a dare infelice prova di sé ed è di questi giorni la scoperta che anche i primi della classe britannici hanno le loro gatte da pelare. Sebbene la notizia non possa certo costituire il proverbiale “mezzo gaudio”, il male comune rappresentato dalle voci sulle irregolarità contabili di un noto club inglese fanno riflettere e non poco. Pare, infatti, sempre più evidente che il mondo del pallone abbia troppo a lungo scherzato con la finanza spericolata e che il conto in arrivo per tutto il sistema potrebbe essere decisamente salato.
La posta in gioco definitivamente messa sul tavolo dalle vicende emerse in queste settimane è, infatti, l’autonomia del mondo sportivo e della giustizia sportiva, in passato gelosamente rivendicata.
La linea di confine tra ciò che è oggetto di interesse per l’ordinamento statale e ciò che non lo è, secondo la Legge n. 280 del 2003, è costituita dalla rilevanza dei diritti e degli interessi coinvolti nelle varie vicende.
Così, in ossequio al dettato normativo, si distingue tra questioni tecniche, questioni disciplinari, questioni amministrative e questioni economiche.
Le prime sono, ad esempio, quelle relative al rispetto dei regolamenti e all’omologazione dei risultati, che diventano di interesse per l’ordinamento statale se coinvolgono aspetti e interessi di natura economica. Le questioni disciplinari, invece, riguardano le infrazioni delle norme sportive e le relative sanzioni. Anche in questo caso, la rilevanza per l’ordinamento statale dipende dai profili economici legati alla sanzione. Se, infatti, la squalifica da una competizione dilettantistica di un atleta di livello amatoriale è una vicenda che si esaurisce nell’ambito sportivo, discorso ben diverso vale, ad esempio, per la sospensione di atleti professionisti o di dirigenti che svolgono questo tipo di attività a tempo pieno.
Le questioni di natura economica oppure amministrativa, invece, sin dall’emanazione della legge 280 sono state individuate come di interesse per l’ordinamento statale.
Su questi delicati equilibri sono piombati, con tutta la loro ingombrante mole, gli enormi interessi economici che ruotano (soprattutto) intorno al calcio. Certamente, è nei primi anni Novanta che fecero la loro comparsa sulla scena i diritti TV, con il relativo fiume di soldi, ma è soprattutto dagli anni Duemila in avanti che la bolla degli interessi finanziari ha cominciato a crescere a dismisura. È tra la fine degli anni Novanta e il 2001 che Juventus, Roma e Lazio fanno il loro ingresso nel mercato finanziario, decidendo per la quotazione nei mercati dei propri titoli.
Come talvolta capita, anche la Legge 280 del 2003, che pure aveva una propria ragione di esistere e che senza dubbio perseguiva scopi condivisibili, si è rivelata inadeguata ad affrontare una realtà che stava già cambiando al momento della sua entrata in vigore. Da quando, infatti, il calcio e altre discipline sportive hanno aperto le porte a un certo tipo di interessi economici e finanziari, non sono più esistite questioni tecniche o disciplinari che non abbiano avuto e che non abbiano rilevanza economica. Ed è così che l’autonomia di una fetta consistente del nostro sport è diventata un ricordo.
Evidentemente, si tratta di un processo che può essere letto sotto molteplici punti di vista. La perdita dell’autonomia dell’ordinamento sportivo non necessariamente è un fatto negativo. Alcune regole tipiche del mondo dello sport collidevano frontalmente con principi cardine del nostro sistema civile e democratico. Per molti anni dopo il 2003 il professionismo è stato riservato al mondo maschile, con l’intero ambito sportivo femminile oggetto di una clamorosa violazione del principio di uguaglianza. Fino a tempi recentissimi è rimasto in vigore il “vincolo sportivo”, che consentiva di vincolare atleti giovani e giovanissimi alle società sportive del primo tesseramento per periodi, talvolta, lunghissimi.
Il tempo occorso per rivedere queste inaccettabili situazioni è stato irragionevolmente lungo, ma lo sport e il legislatore hanno trovato la forza e la dignità per farlo. Oggi sono necessari altri sforzi per ridimensionare lo strapotere dei nuovi padroni del pallone e di altre discipline sportive. Alcuni strumenti adottati in altri contesti sportivi potrebbero essere seriamente presi in considerazione, come l’introduzione di un tetto al monte salari complessivo delle squadre professionistiche. Gli spazi sembrano esserci, ma servono volontà, coraggio e fantasia.
Il mondo del calcio e l’avidità che fagocita lo sport
19 febbraio 2023
Cuneo
Il mondo del calcio continua a dare infelice prova di sé ed è di questi giorni la scoperta che anche i primi della classe britannici hanno le loro gatte da pelare. Sebbene la notizia non possa certo costituire il proverbiale “mezzo gaudio”, il male comune rappresentato dalle voci sulle irregolarità contabili di un noto club inglese fanno riflettere e non poco. Pare, infatti, sempre più evidente che il mondo del pallone abbia troppo a lungo scherzato con la finanza spericolata e che il conto in arrivo per tutto il sistema potrebbe essere decisamente salato.
La posta in gioco definitivamente messa sul tavolo dalle vicende emerse in queste settimane è, infatti, l’autonomia del mondo sportivo e della giustizia sportiva, in passato gelosamente rivendicata.
La linea di confine tra ciò che è oggetto di interesse per l’ordinamento statale e ciò che non lo è, secondo la Legge n. 280 del 2003, è costituita dalla rilevanza dei diritti e degli interessi coinvolti nelle varie vicende.
Così, in ossequio al dettato normativo, si distingue tra questioni tecniche, questioni disciplinari, questioni amministrative e questioni economiche.
Le prime sono, ad esempio, quelle relative al rispetto dei regolamenti e all’omologazione dei risultati, che diventano di interesse per l’ordinamento statale se coinvolgono aspetti e interessi di natura economica. Le questioni disciplinari, invece, riguardano le infrazioni delle norme sportive e le relative sanzioni. Anche in questo caso, la rilevanza per l’ordinamento statale dipende dai profili economici legati alla sanzione. Se, infatti, la squalifica da una competizione dilettantistica di un atleta di livello amatoriale è una vicenda che si esaurisce nell’ambito sportivo, discorso ben diverso vale, ad esempio, per la sospensione di atleti professionisti o di dirigenti che svolgono questo tipo di attività a tempo pieno.
Le questioni di natura economica oppure amministrativa, invece, sin dall’emanazione della legge 280 sono state individuate come di interesse per l’ordinamento statale.
Su questi delicati equilibri sono piombati, con tutta la loro ingombrante mole, gli enormi interessi economici che ruotano (soprattutto) intorno al calcio. Certamente, è nei primi anni Novanta che fecero la loro comparsa sulla scena i diritti TV, con il relativo fiume di soldi, ma è soprattutto dagli anni Duemila in avanti che la bolla degli interessi finanziari ha cominciato a crescere a dismisura. È tra la fine degli anni Novanta e il 2001 che Juventus, Roma e Lazio fanno il loro ingresso nel mercato finanziario, decidendo per la quotazione nei mercati dei propri titoli.
Come talvolta capita, anche la Legge 280 del 2003, che pure aveva una propria ragione di esistere e che senza dubbio perseguiva scopi condivisibili, si è rivelata inadeguata ad affrontare una realtà che stava già cambiando al momento della sua entrata in vigore. Da quando, infatti, il calcio e altre discipline sportive hanno aperto le porte a un certo tipo di interessi economici e finanziari, non sono più esistite questioni tecniche o disciplinari che non abbiano avuto e che non abbiano rilevanza economica. Ed è così che l’autonomia di una fetta consistente del nostro sport è diventata un ricordo.
Evidentemente, si tratta di un processo che può essere letto sotto molteplici punti di vista. La perdita dell’autonomia dell’ordinamento sportivo non necessariamente è un fatto negativo. Alcune regole tipiche del mondo dello sport collidevano frontalmente con principi cardine del nostro sistema civile e democratico. Per molti anni dopo il 2003 il professionismo è stato riservato al mondo maschile, con l’intero ambito sportivo femminile oggetto di una clamorosa violazione del principio di uguaglianza. Fino a tempi recentissimi è rimasto in vigore il “vincolo sportivo”, che consentiva di vincolare atleti giovani e giovanissimi alle società sportive del primo tesseramento per periodi, talvolta, lunghissimi.
Il tempo occorso per rivedere queste inaccettabili situazioni è stato irragionevolmente lungo, ma lo sport e il legislatore hanno trovato la forza e la dignità per farlo. Oggi sono necessari altri sforzi per ridimensionare lo strapotere dei nuovi padroni del pallone e di altre discipline sportive. Alcuni strumenti adottati in altri contesti sportivi potrebbero essere seriamente presi in considerazione, come l’introduzione di un tetto al monte salari complessivo delle squadre professionistiche. Gli spazi sembrano esserci, ma servono volontà, coraggio e fantasia.