L’Europa dei dispetti e dei risentimenti reciproci è servita. Con tanto di mancati inviti a cena, bronci e risposte piccate. È a questo succedersi di scenette adolescenziali che ci è toccato assistere in occasione del tour di Zelensky volto a convincere un’Europa frammentata a supportare quella guerra che ormai, come reso evidente dall’ultimo numero della rivista geo-politica “Limes”, sta assumendo contorni sempre più planetari. Quanto del resto conti davvero in questa partita l’Unione Europea è ben visibile dal fatto che la visita del presidente ucraino sia partita da quella Gran Bretagna che, non senza pagare la sua scelta a caro prezzo, dall’Europa ha scelto di andarsene. E che comunque ha aperto pragmaticamente alla richiesta di Zelensky di ricevere cacciabombardieri e missili, sia pure in una forma che se per un verso ha preso tempo per l’altro ha attivato da subito l’addestramento degli ucraini al loro uso. Ovviamente l’Europa seguirà le orme della Gran Bretagna, ma lo farà dopo. E non senza prima aver mostrato tutte le sue divisioni interne.
Così l’Unione Europea, sebbene abbia adottato rispetto al conflitto russo-ucraino una strategia tutta improntata al “si vis pacem para bellum”, senza peraltro controbilanciarlo con un serio tentativo di attivare una via diplomatica volta a raggiungere perlomeno un cessate il fuoco, nemmeno su questo assenso bellico riesce a mostrare compattezza. Le istituzioni comunitarie appaiono infatti del tutto incapaci non solo di dar corpo a politiche comuni che vadano oltre generiche dichiarazioni di intenti, come peraltro ampiamente dimostrato dai risultati dilatori del recente consiglio straordinario, ma persino di muoversi organicamente sul piano del supporto a una guerra su cui sembra esserci invece un accordo granitico. È proprio all’interno di questo accordo che tuttavia i diversi membri dell’Europa, forse in vista di possibili ruoli di punta in una lontana ricostruzione che in prospettiva sicuramente fa gola a tutti, cercano di ritagliarsi spazi senza esitare a cercare di tener fuori i propri stessi partner.
Certo l’asse franco-tedesco non è cosa di oggi e sarebbe assolutamente ingenuo credere che le due nazioni in questione siano disposte a far sedere al loro stesso tavolo l’Italia senza esservi davvero costrette. Ovviamente nessuno ha mai negato all’Italia il suo ruolo di paese fondatore dell’Unione, ma questo non è mai stato sufficiente a farla considerare da Francia e Germania come un interlocutore con una dignità pari alla loro. Pari dignità che - senza nulla togliere alle qualità dell’uomo - non le è stata riconosciuta nemmeno quando ad essere primo ministro del nostro paese è stato Mario Draghi. Certo tutti ricordiamo ancora la foto di gruppo del suo viaggio in treno verso Kiev insieme a Macron e Scholz. Ma, in tempi di social, dovremmo aver imparato tutti che non basta certo una foto in pullover a cambiare la realtà. Perché stupirsi dunque dello “sgarbo” di Macron alla Meloni, se nemmeno la credibilità internazionale di Draghi è riuscita a sottrarre l’Italia a quel secondo piano che Francia e Germania nei fatti da sempre le attribuiscono?
Questo non significa però che questo asse, nel contesto di un’Unione Europea i cui rapporti di forza interni sono fortemente sbilanciati, non stia ormai trasformandosi in una preminenza destinata a compromettere la tenuta dell’intero sistema comunitario. E a preoccupare non devono essere tanto le posizioni spesso disallineate del cosiddetto “gruppo di Visegrad”, le costanti tensioni tra il rigore nordico e il lassismo mediterraneo, il malcontento di Italia e Spagna nel sentirsi nazioni di serie B. A dover inquietare è invece la disaffezione verso l’Unione Europea registrabile, al di là delle potenzialità che essa potrebbe rappresentare, tra i suoi stessi cittadini. Una disaffezione che alle prossime elezioni europee del 2024, complici anche tensioni inutili come quelle che hanno accompagnato la visita di Zelensky, potrebbe assestare un colpo fatale alla fragilità di un’Unione Europea ancora ben lontana dal sogno originario di chi ne aveva immaginato un futuro ben diverso.
editoriale
L’Europa dei dispetti e dei risentimenti reciproci è servita. Con tanto di mancati inviti a cena, bronci e risposte piccate. È a questo succedersi di scenette adolescenziali che ci è toccato assistere in occasione del tour di Zelensky volto a convincere un’Europa frammentata a supportare quella guerra che ormai, come reso evidente dall’ultimo numero della rivista geo-politica “Limes”, sta assumendo contorni sempre più planetari. Quanto del resto conti davvero in questa partita l’Unione Europea è ben visibile dal fatto che la visita del presidente ucraino sia partita da quella Gran Bretagna che, non senza pagare la sua scelta a caro prezzo, dall’Europa ha scelto di andarsene. E che comunque ha aperto pragmaticamente alla richiesta di Zelensky di ricevere cacciabombardieri e missili, sia pure in una forma che se per un verso ha preso tempo per l’altro ha attivato da subito l’addestramento degli ucraini al loro uso. Ovviamente l’Europa seguirà le orme della Gran Bretagna, ma lo farà dopo. E non senza prima aver mostrato tutte le sue divisioni interne.
Così l’Unione Europea, sebbene abbia adottato rispetto al conflitto russo-ucraino una strategia tutta improntata al “si vis pacem para bellum”, senza peraltro controbilanciarlo con un serio tentativo di attivare una via diplomatica volta a raggiungere perlomeno un cessate il fuoco, nemmeno su questo assenso bellico riesce a mostrare compattezza. Le istituzioni comunitarie appaiono infatti del tutto incapaci non solo di dar corpo a politiche comuni che vadano oltre generiche dichiarazioni di intenti, come peraltro ampiamente dimostrato dai risultati dilatori del recente consiglio straordinario, ma persino di muoversi organicamente sul piano del supporto a una guerra su cui sembra esserci invece un accordo granitico. È proprio all’interno di questo accordo che tuttavia i diversi membri dell’Europa, forse in vista di possibili ruoli di punta in una lontana ricostruzione che in prospettiva sicuramente fa gola a tutti, cercano di ritagliarsi spazi senza esitare a cercare di tener fuori i propri stessi partner.
Certo l’asse franco-tedesco non è cosa di oggi e sarebbe assolutamente ingenuo credere che le due nazioni in questione siano disposte a far sedere al loro stesso tavolo l’Italia senza esservi davvero costrette. Ovviamente nessuno ha mai negato all’Italia il suo ruolo di paese fondatore dell’Unione, ma questo non è mai stato sufficiente a farla considerare da Francia e Germania come un interlocutore con una dignità pari alla loro. Pari dignità che - senza nulla togliere alle qualità dell’uomo - non le è stata riconosciuta nemmeno quando ad essere primo ministro del nostro paese è stato Mario Draghi. Certo tutti ricordiamo ancora la foto di gruppo del suo viaggio in treno verso Kiev insieme a Macron e Scholz. Ma, in tempi di social, dovremmo aver imparato tutti che non basta certo una foto in pullover a cambiare la realtà. Perché stupirsi dunque dello “sgarbo” di Macron alla Meloni, se nemmeno la credibilità internazionale di Draghi è riuscita a sottrarre l’Italia a quel secondo piano che Francia e Germania nei fatti da sempre le attribuiscono?
Questo non significa però che questo asse, nel contesto di un’Unione Europea i cui rapporti di forza interni sono fortemente sbilanciati, non stia ormai trasformandosi in una preminenza destinata a compromettere la tenuta dell’intero sistema comunitario. E a preoccupare non devono essere tanto le posizioni spesso disallineate del cosiddetto “gruppo di Visegrad”, le costanti tensioni tra il rigore nordico e il lassismo mediterraneo, il malcontento di Italia e Spagna nel sentirsi nazioni di serie B. A dover inquietare è invece la disaffezione verso l’Unione Europea registrabile, al di là delle potenzialità che essa potrebbe rappresentare, tra i suoi stessi cittadini. Una disaffezione che alle prossime elezioni europee del 2024, complici anche tensioni inutili come quelle che hanno accompagnato la visita di Zelensky, potrebbe assestare un colpo fatale alla fragilità di un’Unione Europea ancora ben lontana dal sogno originario di chi ne aveva immaginato un futuro ben diverso.
Se nemmeno la guerra riesce a compattare l’Europa
18 febbraio 2023
Cuneo
L’Europa dei dispetti e dei risentimenti reciproci è servita. Con tanto di mancati inviti a cena, bronci e risposte piccate. È a questo succedersi di scenette adolescenziali che ci è toccato assistere in occasione del tour di Zelensky volto a convincere un’Europa frammentata a supportare quella guerra che ormai, come reso evidente dall’ultimo numero della rivista geo-politica “Limes”, sta assumendo contorni sempre più planetari. Quanto del resto conti davvero in questa partita l’Unione Europea è ben visibile dal fatto che la visita del presidente ucraino sia partita da quella Gran Bretagna che, non senza pagare la sua scelta a caro prezzo, dall’Europa ha scelto di andarsene. E che comunque ha aperto pragmaticamente alla richiesta di Zelensky di ricevere cacciabombardieri e missili, sia pure in una forma che se per un verso ha preso tempo per l’altro ha attivato da subito l’addestramento degli ucraini al loro uso. Ovviamente l’Europa seguirà le orme della Gran Bretagna, ma lo farà dopo. E non senza prima aver mostrato tutte le sue divisioni interne.
Così l’Unione Europea, sebbene abbia adottato rispetto al conflitto russo-ucraino una strategia tutta improntata al “si vis pacem para bellum”, senza peraltro controbilanciarlo con un serio tentativo di attivare una via diplomatica volta a raggiungere perlomeno un cessate il fuoco, nemmeno su questo assenso bellico riesce a mostrare compattezza. Le istituzioni comunitarie appaiono infatti del tutto incapaci non solo di dar corpo a politiche comuni che vadano oltre generiche dichiarazioni di intenti, come peraltro ampiamente dimostrato dai risultati dilatori del recente consiglio straordinario, ma persino di muoversi organicamente sul piano del supporto a una guerra su cui sembra esserci invece un accordo granitico. È proprio all’interno di questo accordo che tuttavia i diversi membri dell’Europa, forse in vista di possibili ruoli di punta in una lontana ricostruzione che in prospettiva sicuramente fa gola a tutti, cercano di ritagliarsi spazi senza esitare a cercare di tener fuori i propri stessi partner.
Certo l’asse franco-tedesco non è cosa di oggi e sarebbe assolutamente ingenuo credere che le due nazioni in questione siano disposte a far sedere al loro stesso tavolo l’Italia senza esservi davvero costrette. Ovviamente nessuno ha mai negato all’Italia il suo ruolo di paese fondatore dell’Unione, ma questo non è mai stato sufficiente a farla considerare da Francia e Germania come un interlocutore con una dignità pari alla loro. Pari dignità che - senza nulla togliere alle qualità dell’uomo - non le è stata riconosciuta nemmeno quando ad essere primo ministro del nostro paese è stato Mario Draghi. Certo tutti ricordiamo ancora la foto di gruppo del suo viaggio in treno verso Kiev insieme a Macron e Scholz. Ma, in tempi di social, dovremmo aver imparato tutti che non basta certo una foto in pullover a cambiare la realtà. Perché stupirsi dunque dello “sgarbo” di Macron alla Meloni, se nemmeno la credibilità internazionale di Draghi è riuscita a sottrarre l’Italia a quel secondo piano che Francia e Germania nei fatti da sempre le attribuiscono?
Questo non significa però che questo asse, nel contesto di un’Unione Europea i cui rapporti di forza interni sono fortemente sbilanciati, non stia ormai trasformandosi in una preminenza destinata a compromettere la tenuta dell’intero sistema comunitario. E a preoccupare non devono essere tanto le posizioni spesso disallineate del cosiddetto “gruppo di Visegrad”, le costanti tensioni tra il rigore nordico e il lassismo mediterraneo, il malcontento di Italia e Spagna nel sentirsi nazioni di serie B. A dover inquietare è invece la disaffezione verso l’Unione Europea registrabile, al di là delle potenzialità che essa potrebbe rappresentare, tra i suoi stessi cittadini. Una disaffezione che alle prossime elezioni europee del 2024, complici anche tensioni inutili come quelle che hanno accompagnato la visita di Zelensky, potrebbe assestare un colpo fatale alla fragilità di un’Unione Europea ancora ben lontana dal sogno originario di chi ne aveva immaginato un futuro ben diverso.