Borgata Castello di Dogliani: il piano terra della grande casa-laboratorio di Teresita è dedicato alle acqueforti e contiene i grandi torchi e gli attrezzi per la stampa. Qui lavorava il marito di Teresita, Antonio Liboà (Toni) e oggi opera il fratello di Teresita, Ivan, il grembiule sporco di inchiostro mentre pulisce con gesti rapidi le lastre per togliere l’inchiostro in eccesso. Antonio se n’è andato sei anni fa, dopo una vita insieme: si erano conosciuti sulla corriera che li portava a scuola a Cuneo, lui saliva a Crava e andava all’Itis, lei frequentava l’artistico. Lui, perito elettrotecnico annoiato dal lavoro d’ufficio, imparò l’arte della stampa, comprò e restaurò macchinari antichi.
Oggi saliamo al piano di sopra però: nel regno di Teresita. Un’ampia scala di ferro e subito si scopre l’incanto di mobili antichi, di scaffali colmi di grandi volumi con dorsi di tela colorata, (i molti libri illustrati prodotti dall’ officina Liboà nel corso degli anni), mentre sotto un vecchio banco scolastico dormicchia la cagnolina Serafina. Giacciono intorno a noi, in un’ampia stanza luminosa la cui vetrata si apre sulle montagne, i prodotti di una attività continua, che non si stanca di riprodurre la quotidianità, sia essa farfalle, o mazzi di fiori. Da Dogliani il Monviso si vede vicino, forse più che a Cuneo, o forse è solo l’aria limpida di questa giornata di gennaio che sembra primaverile che avvicina gli oggetti come una lente? Lo studio di Teresita contiene la storia di una vita e i suoi attrezzi amati in un apparente, ma funzionale, disordine.
“Sono sempre stata abbracciata al campanile” dice per spiegare l’attaccamento al suo paese e che questa non è una casa qualsiasi ma un luogo progettato intorno al loro lavoro da lei e da suo marito, la cui piccola fotografia ci guarda dal cavalletto. Toni le realizzò la magnifica vetrata, ma anche il tavolo obliquo per incidere, con la grande lente che le ha permesso le incredibili finezze nel reticolo delle sue acqueforti più belle (una che Teresita definisce “il mio miglior lavoro” si intitola “La ruggine del tempo”, e muove ad ammirazione per la finezza della tessitura).
“Quante morsure ci sono in questa acquaforte?” “Boh? Forse 100!” (le morsure sono i bagni diversi di acido nitrico che a seconda dei tempi producono la profondità dell’incisione e quindi le diverse sfumature di grigio). “Sono un’artigiana” – dice - “non un’artista.” O meglio - spiega - il temine “artista” è presuntuoso, sa di capriccio e creazione arbitraria mentre lei sa di essere maestra di una tecnica che esige pratica, mestiere e tanta, tanta pazienza. “Questo tratteggio ad esempio l’ho ottenuto con una punta di grammofono installato su una penna” (da Toni naturalmente). “Faccio il lavoro più bello del mondo e non mi stanco mai di lavorare. Questa è la mia vita, lavorare è sempre un dono, una gioia infinita.”
L’incisione non è però un’arte per tutti, ormai. Oggi purtroppo è difficile e poco conosciuta. Le persone che vengono qui chiedono “Ma non ha qualcosa di colorato?”
“È anche per questo che abbiamo diversificato, la nostra attività e abbiamo aperto il Bed and Breakfast La Casa del Maestro. Io e mio marito abbiamo stampato per i più grandi incisori piemontesi: eravamo fra i più bravi, ma per l’incisione purtroppo non c’è quasi più mercato. Poche persone sanno apprezzare il grande lavorio che ci sta dietro: la scelta delle morsure, la stampa, le carte speciali.”
“Una tecnica così difficile come hai cominciato a praticarla? L’hai imparata a scuola?”
“No, per conto mio. Io avevo frequentato il liceo artistico e sono entrata nell’insegnamento dopo un concorso che a quei tempi era ancora nazionale. All’esame, a Roma, avevo portato un rotolo di chine e la commissione d’esame mi chiese se fossero incisioni. Mi sembrò un segno del destino. Presi qualche lezione e poi continuai da sola. Si sbaglia e si riprova, si inventano dei trucchi. Io spesso adopero delle “tamponature” realizzate con l’ovatta per rendere il nero più profondo…l’aspetto più affascinante è che non sai mai come può venire il risultato finale: a volte lastre che ti sembrano perfette ti deludono. Ma è anche vero il contrario, la materia ti sorprende. Ho poche persone che vogliono venire a bottega, però. Una mia ex allieva delle medie, qualche amica. Decisamente sono pochi che hanno voglia di cimentarsi in un’arte così difficile ormai.”
Non ci sono rimpianti però nelle parole di Teresita. Se ricorda con un pizzico di nostalgia la “pazzia” che le faceva insegnare alle scuole medie l’incisione e manipolare ai ragazzi il pericoloso acido nitrico, si rende conto che i tempi cambiano e la sua bottega non è forse più il punto di incontro dei migliori acquafortisti piemontesi, ma lei continua a dipingere. La sua cagnolina, i fiori (le orchidee selvatiche della sua zona a cui ha dedicato una serie) le ricette di cucina degli amici Elma Schena e Adriano Ravera. La lasciamo, come se non fosse sufficiente l’averci dedicato un pomeriggio meraviglioso, con due uova delle sue plurirappresentate galline.
(La fotografia di Teresita Terreno è di Giuseppina Peirone)
editoriale
Borgata Castello di Dogliani: il piano terra della grande casa-laboratorio di Teresita è dedicato alle acqueforti e contiene i grandi torchi e gli attrezzi per la stampa. Qui lavorava il marito di Teresita, Antonio Liboà (Toni) e oggi opera il fratello di Teresita, Ivan, il grembiule sporco di inchiostro mentre pulisce con gesti rapidi le lastre per togliere l’inchiostro in eccesso. Antonio se n’è andato sei anni fa, dopo una vita insieme: si erano conosciuti sulla corriera che li portava a scuola a Cuneo, lui saliva a Crava e andava all’Itis, lei frequentava l’artistico. Lui, perito elettrotecnico annoiato dal lavoro d’ufficio, imparò l’arte della stampa, comprò e restaurò macchinari antichi.
Oggi saliamo al piano di sopra però: nel regno di Teresita. Un’ampia scala di ferro e subito si scopre l’incanto di mobili antichi, di scaffali colmi di grandi volumi con dorsi di tela colorata, (i molti libri illustrati prodotti dall’ officina Liboà nel corso degli anni), mentre sotto un vecchio banco scolastico dormicchia la cagnolina Serafina. Giacciono intorno a noi, in un’ampia stanza luminosa la cui vetrata si apre sulle montagne, i prodotti di una attività continua, che non si stanca di riprodurre la quotidianità, sia essa farfalle, o mazzi di fiori. Da Dogliani il Monviso si vede vicino, forse più che a Cuneo, o forse è solo l’aria limpida di questa giornata di gennaio che sembra primaverile che avvicina gli oggetti come una lente? Lo studio di Teresita contiene la storia di una vita e i suoi attrezzi amati in un apparente, ma funzionale, disordine.
“Sono sempre stata abbracciata al campanile” dice per spiegare l’attaccamento al suo paese e che questa non è una casa qualsiasi ma un luogo progettato intorno al loro lavoro da lei e da suo marito, la cui piccola fotografia ci guarda dal cavalletto. Toni le realizzò la magnifica vetrata, ma anche il tavolo obliquo per incidere, con la grande lente che le ha permesso le incredibili finezze nel reticolo delle sue acqueforti più belle (una che Teresita definisce “il mio miglior lavoro” si intitola “La ruggine del tempo”, e muove ad ammirazione per la finezza della tessitura).
“Quante morsure ci sono in questa acquaforte?” “Boh? Forse 100!” (le morsure sono i bagni diversi di acido nitrico che a seconda dei tempi producono la profondità dell’incisione e quindi le diverse sfumature di grigio). “Sono un’artigiana” – dice - “non un’artista.” O meglio - spiega - il temine “artista” è presuntuoso, sa di capriccio e creazione arbitraria mentre lei sa di essere maestra di una tecnica che esige pratica, mestiere e tanta, tanta pazienza. “Questo tratteggio ad esempio l’ho ottenuto con una punta di grammofono installato su una penna” (da Toni naturalmente). “Faccio il lavoro più bello del mondo e non mi stanco mai di lavorare. Questa è la mia vita, lavorare è sempre un dono, una gioia infinita.”
L’incisione non è però un’arte per tutti, ormai. Oggi purtroppo è difficile e poco conosciuta. Le persone che vengono qui chiedono “Ma non ha qualcosa di colorato?”
“È anche per questo che abbiamo diversificato, la nostra attività e abbiamo aperto il Bed and Breakfast La Casa del Maestro. Io e mio marito abbiamo stampato per i più grandi incisori piemontesi: eravamo fra i più bravi, ma per l’incisione purtroppo non c’è quasi più mercato. Poche persone sanno apprezzare il grande lavorio che ci sta dietro: la scelta delle morsure, la stampa, le carte speciali.”
“Una tecnica così difficile come hai cominciato a praticarla? L’hai imparata a scuola?”
“No, per conto mio. Io avevo frequentato il liceo artistico e sono entrata nell’insegnamento dopo un concorso che a quei tempi era ancora nazionale. All’esame, a Roma, avevo portato un rotolo di chine e la commissione d’esame mi chiese se fossero incisioni. Mi sembrò un segno del destino. Presi qualche lezione e poi continuai da sola. Si sbaglia e si riprova, si inventano dei trucchi. Io spesso adopero delle “tamponature” realizzate con l’ovatta per rendere il nero più profondo…l’aspetto più affascinante è che non sai mai come può venire il risultato finale: a volte lastre che ti sembrano perfette ti deludono. Ma è anche vero il contrario, la materia ti sorprende. Ho poche persone che vogliono venire a bottega, però. Una mia ex allieva delle medie, qualche amica. Decisamente sono pochi che hanno voglia di cimentarsi in un’arte così difficile ormai.”
Non ci sono rimpianti però nelle parole di Teresita. Se ricorda con un pizzico di nostalgia la “pazzia” che le faceva insegnare alle scuole medie l’incisione e manipolare ai ragazzi il pericoloso acido nitrico, si rende conto che i tempi cambiano e la sua bottega non è forse più il punto di incontro dei migliori acquafortisti piemontesi, ma lei continua a dipingere. La sua cagnolina, i fiori (le orchidee selvatiche della sua zona a cui ha dedicato una serie) le ricette di cucina degli amici Elma Schena e Adriano Ravera. La lasciamo, come se non fosse sufficiente l’averci dedicato un pomeriggio meraviglioso, con due uova delle sue plurirappresentate galline.
(La fotografia di Teresita Terreno è di Giuseppina Peirone)
Un pomeriggio con Teresita Terreno
03 febbraio 2023
Cuneo
Borgata Castello di Dogliani: il piano terra della grande casa-laboratorio di Teresita è dedicato alle acqueforti e contiene i grandi torchi e gli attrezzi per la stampa. Qui lavorava il marito di Teresita, Antonio Liboà (Toni) e oggi opera il fratello di Teresita, Ivan, il grembiule sporco di inchiostro mentre pulisce con gesti rapidi le lastre per togliere l’inchiostro in eccesso. Antonio se n’è andato sei anni fa, dopo una vita insieme: si erano conosciuti sulla corriera che li portava a scuola a Cuneo, lui saliva a Crava e andava all’Itis, lei frequentava l’artistico. Lui, perito elettrotecnico annoiato dal lavoro d’ufficio, imparò l’arte della stampa, comprò e restaurò macchinari antichi.
Oggi saliamo al piano di sopra però: nel regno di Teresita. Un’ampia scala di ferro e subito si scopre l’incanto di mobili antichi, di scaffali colmi di grandi volumi con dorsi di tela colorata, (i molti libri illustrati prodotti dall’ officina Liboà nel corso degli anni), mentre sotto un vecchio banco scolastico dormicchia la cagnolina Serafina. Giacciono intorno a noi, in un’ampia stanza luminosa la cui vetrata si apre sulle montagne, i prodotti di una attività continua, che non si stanca di riprodurre la quotidianità, sia essa farfalle, o mazzi di fiori. Da Dogliani il Monviso si vede vicino, forse più che a Cuneo, o forse è solo l’aria limpida di questa giornata di gennaio che sembra primaverile che avvicina gli oggetti come una lente? Lo studio di Teresita contiene la storia di una vita e i suoi attrezzi amati in un apparente, ma funzionale, disordine.
“Sono sempre stata abbracciata al campanile” dice per spiegare l’attaccamento al suo paese e che questa non è una casa qualsiasi ma un luogo progettato intorno al loro lavoro da lei e da suo marito, la cui piccola fotografia ci guarda dal cavalletto. Toni le realizzò la magnifica vetrata, ma anche il tavolo obliquo per incidere, con la grande lente che le ha permesso le incredibili finezze nel reticolo delle sue acqueforti più belle (una che Teresita definisce “il mio miglior lavoro” si intitola “La ruggine del tempo”, e muove ad ammirazione per la finezza della tessitura).
“Quante morsure ci sono in questa acquaforte?” “Boh? Forse 100!” (le morsure sono i bagni diversi di acido nitrico che a seconda dei tempi producono la profondità dell’incisione e quindi le diverse sfumature di grigio). “Sono un’artigiana” – dice - “non un’artista.” O meglio - spiega - il temine “artista” è presuntuoso, sa di capriccio e creazione arbitraria mentre lei sa di essere maestra di una tecnica che esige pratica, mestiere e tanta, tanta pazienza. “Questo tratteggio ad esempio l’ho ottenuto con una punta di grammofono installato su una penna” (da Toni naturalmente). “Faccio il lavoro più bello del mondo e non mi stanco mai di lavorare. Questa è la mia vita, lavorare è sempre un dono, una gioia infinita.”
L’incisione non è però un’arte per tutti, ormai. Oggi purtroppo è difficile e poco conosciuta. Le persone che vengono qui chiedono “Ma non ha qualcosa di colorato?”
“È anche per questo che abbiamo diversificato, la nostra attività e abbiamo aperto il Bed and Breakfast La Casa del Maestro. Io e mio marito abbiamo stampato per i più grandi incisori piemontesi: eravamo fra i più bravi, ma per l’incisione purtroppo non c’è quasi più mercato. Poche persone sanno apprezzare il grande lavorio che ci sta dietro: la scelta delle morsure, la stampa, le carte speciali.”
“Una tecnica così difficile come hai cominciato a praticarla? L’hai imparata a scuola?”
“No, per conto mio. Io avevo frequentato il liceo artistico e sono entrata nell’insegnamento dopo un concorso che a quei tempi era ancora nazionale. All’esame, a Roma, avevo portato un rotolo di chine e la commissione d’esame mi chiese se fossero incisioni. Mi sembrò un segno del destino. Presi qualche lezione e poi continuai da sola. Si sbaglia e si riprova, si inventano dei trucchi. Io spesso adopero delle “tamponature” realizzate con l’ovatta per rendere il nero più profondo…l’aspetto più affascinante è che non sai mai come può venire il risultato finale: a volte lastre che ti sembrano perfette ti deludono. Ma è anche vero il contrario, la materia ti sorprende. Ho poche persone che vogliono venire a bottega, però. Una mia ex allieva delle medie, qualche amica. Decisamente sono pochi che hanno voglia di cimentarsi in un’arte così difficile ormai.”
Non ci sono rimpianti però nelle parole di Teresita. Se ricorda con un pizzico di nostalgia la “pazzia” che le faceva insegnare alle scuole medie l’incisione e manipolare ai ragazzi il pericoloso acido nitrico, si rende conto che i tempi cambiano e la sua bottega non è forse più il punto di incontro dei migliori acquafortisti piemontesi, ma lei continua a dipingere. La sua cagnolina, i fiori (le orchidee selvatiche della sua zona a cui ha dedicato una serie) le ricette di cucina degli amici Elma Schena e Adriano Ravera. La lasciamo, come se non fosse sufficiente l’averci dedicato un pomeriggio meraviglioso, con due uova delle sue plurirappresentate galline.
(La fotografia di Teresita Terreno è di Giuseppina Peirone)