“Domenico, fondatore e padre illustre dell’Ordine dei Predicatori, nacque secondo la carne in una città della Spagna di nome Calaruega, nella provincia di Osman. I suoi genitori avevano nome Felice e Giovanna. Sua madre, prima che lui nascesse, sognò di avere nel suo grembo un cagnetto, che portava in bocca una fiaccola accesa. E il cagnetto, appena partorito, incendiava l’intero universo”. E del fatto che questo misterioso figlio fosse destinato a diffondere nel mondo la luce di Cristo– sempre secondo la
Legenda aurea – si avrebbe avuto la riprova nel giorno del suo battesimo, quando “alla donna che lo tenne al fonte battesimale parve che Domenico avesse in fronte una stella risplendente che illuminava il mondo intero”. Questo incendio metaforico sarebbe stato in seguito scatenato da san Domenico di Guzman sia con la sua vita improntata ai dettami del vangelo, ma soprattutto con la sua parola, capace di convincere persino gli eretici dell’epoca dei loro errori, orientandoli contemporaneamente a una corretta comprensione della fede cristiana. E proprio questa sua capacità di parlare lo avrebbe ben presto indotto “a pensare di fondare un ordine la cui finalità doveva essere di muoversi per il mondo predicando e cercando di difendere la fede cattolica dagli attacchi dell’eresia”. Nacquero così nel 2018, con l’approvazione di Onorio III, i
Fratres Ordinis Praedicatorum. Quei frati cioè che sono comunemente conosciuti come Domenicani.
L’opera di san Domenico e dei suoi compagni aveva però preso il via molti anni prima del riconoscimento ufficiale, sotto il papato di Innocenzo III. Quest’ultimo, di fronte alla richiesta del predicatore spagnolo di veder riconosciuto un proprio ordine specificamente dedicato a questa attività, sulle prime si mostrò piuttosto esitante. Una notte, però, “sognò che la Chiesa lateranense stava per crollare e, mentre atterrito guardava, ecco che vide accorrere l’uomo del Signore Domenico, che si appoggiò la Chiesa sulle spalle, sostenendola proprio nel momento in cui stava per crollare”. Non è dunque da escludere che l’affresco quattrocentesco dedicato proprio a san Domenico, attribuito a Giovanni Mazzucco e dipinto nella cappella di san Domenico a Peveragno (
Fig. 1), alluda proprio a questo sogno del papa. Ad esservi rappresentato è infatti lo stesso santo spagnolo, vestito con la tonaca bianca e la cappa scura dalle quali è costituito ancora oggi il consueto abito dei Domenicani, con alle spalle proprio una imponente chiesa. Pur non essendo possibile procedere a una lettura complessiva dell’affresco, a causa del degrado che ne ha colpito una parte piuttosto cospicua, appare del tutto plausibile interpretare il gesto attraverso cui egli indica con la mano destra proprio la chiesa posta alle sue spalle, come il richiamo alla necessità di sostenere e difendere la chiesa stessa di Cristo, come peraltro previsto proprio dall’intento per cui i Domenicani erano nati.

Fig. 1
Ed è una visione – sempre narrata dalla
Legenda aurea – a porre i presupposti per l’incontro tra san Domenico e san Francesco, definiti da Dante nell’XI canto del
Paradiso come i “due campioni” mandati da Dio per soccorrere la sua chiesa. Mentre infatti il primo dei due era in preghiera a Roma vide Cristo e venne presentato a lui dalla Vergine, sentendosi poi elogiare da Cristo stesso come “un pugile valido e robusto”. Subito dopo di lui però – nella stessa visione – la Vergine presentò anche Francesco a Cristo, che “lo elogiò come aveva fatto” con san Domenico. Fu così che san Domenico stesso, “che non aveva mai visto il suo compagno, ma solo avuto modo di considerarlo attentamente nella visione, l’indomani lo riconobbe in chiesa e, abbracciatolo e baciatolo, gli disse: «tu sei il mio compagno e corri a mio fianco; stiamo insieme e nessun avversario riuscirà a batterci»”. Ora, proprio questo incontro viene rappresentato dall’affresco dipinto nella seconda metà del XV secolo da un pittore ignoto nella chiesa di san Domenico ad Alba (
Fig. 2). Protagonisti di quest’opera – e ben identificabili per i loro specifici abiti – sono infatti proprio i “due campioni”, rappresentati mentre si abbracciano fraternamente. Mentre san Francesco è raffigurato come un giovane frate, san Domenico appare connotato da tratti che ne evidenziano l’età matura. E a imprimersi sulla sua cappa nera è un bianco giglio, simbolo della sua radicale castità.

Fig. 2
Proprio su questo aspetto della castità sembra invece insistere l’affresco dedicato a San Domenico e dipinto, da un pittore ignoto e a cavallo tra Trecento e Quattrocento, nella cappella di san Martino a Saliceto, nella frazione di Lignera (
Fig. 3). In questo affresco il santo spagnolo appare in una forma convenzionale, e dunque con l’abito tipico del suo ordine, ma connotato da due particolari di fatto correlati tra loro. Egli infatti tiene nella mano destra uno stelo di giglio alla cui sommità trovano posto cinque fiori bianchi, mentre nella mano sinistra ad essere sorretto ed aperto,
in modo che chi guarda all’immagine possa leggerne il contenuto, sono due pagine di un volume che riportano in latino le prime parole rivolte dall’arcangelo Gabriele a Maria nell’annunciazione: «Ave Maria, piena di grazia». Ora è proprio questa pienezza della grazia, unita al simbolo del giglio, a rimarcare con forza la castità con cui san Domenico viveva la propria vita. Una castità ribadita anche in un episodio miracoloso riportato dalla
Legenda aurea, che racconta come un giovane studente, sempre pronto ad abbandonarsi alle tentazioni della carne, dopo aver baciato la mano a san Domenico si sarebbe sentito avvolgere da un profumo del tutto inconsueto, avendo poi modo di constatare come “da quel momento in poi le vampate di libidine in lui si acquietarono così tanto che, quanto era stato in passato smodato e lascivo, tanto divenne poi continente e casto”.

Fig. 3
Un tratto fortemente sintetico dei diversi aspetti via via rilevabili nel racconto che a riguardo della vita di san Domenico viene fatto dalla
Legenda aurea appare nella fisionomia impressa alla figura del fondatore dell’Ordine dei frati predicatori dall’affresco inserito, nella prima metà del XVI secolo, nella Chiesa del convento di san Giovanni a Saluzzo (
Fig. 4). In quest’opera san Domenico viene rappresentato in piedi, anche in questo caso abbigliato col tipico vestito dell’Ordine dei frati predicatori, mentre con la mano destra sostiene l’evidente modellino di una chiesa e nella sinistra tiene un volume chiuso. E, mentre il modellino richiama il suo ruolo di difensore della fede e di “campione” impegnato nel sostenere la chiesa in una fase estremamente difficile della sua vicenda, il volume indica quel riferimento alla parola di Dio il cui annuncio in forma di predicazione costituiva e costituisce la peculiarità stessa dell’azione ecclesiale svolta da san Domenico e dai domenicani. Non va però trascurato un altro dettaglio dell’affresco in questione, e cioè quello che a prima vista potrebbe apparire come il fermaglio finalizzato a chiudere la cappa nera sovrastante la sua tunica bianca. Ad essere decisiva, per comprenderne il significato autentico, è però la sua luminosità. Evocazione lampante di quel costituirsi di san Domenico come fiaccola destinata ad “incendiare il mondo intero”.

Fig. 4
(XIII - continua)