I tempi della chiesa sono notoriamente lunghi. Che fretta può esserci del resto per una “societas perfecta” - come per secoli essa stessa si è autodefinita - destinata ad attraversare i millenni? E non solo perché la sua stessa storia l’ha vista superare evidenti fasi di decadimento e crisi, ma anche perché essa non ha mai dubitato della promessa di Cristo: “…le porte degli Inferi non prevarranno contro di essa”. Non è affatto strano, in questo senso, che la chiesa non abbia mai mostrato premura nell’elevare qualcuno all’onore degli altari. E tuttavia, a partire dal papato di Giovanni Paolo II, si è assistito a un’accelerazione dei processi di canonizzazione, tradottasi in un notevole incremento del numero dei santi e beati. Basti pensare che le quasi 1300 beatificazioni e le oltre 450 santificazioni avvenute sotto il suo pontificato hanno di fatto raddoppiato il numero dei santi e dei beati proclamati dalla fine del Cinquecento al momento della sua salita al soglio di Pietro.
Certamente questa scelta di Giovanni Paolo II intendeva mostrare come la santità non fosse qualcosa di esclusivo, ma piuttosto uno status raggiungibile da ogni cristiano. E tuttavia nemmeno essa appare estranea a quel tendere al “tutto subito” e a quella propensione al culto della personalità che connotano in modo sempre più pervasivo la nostra epoca. Come non è estranea ad essi l’inconsueta richiesta da parte di un gruppo di fedeli, proprio nel corso dei funerali di papa Woytila, di vederlo “santo subito”. Una richiesta reiterata anche in occasione dei funerali di Benedetto XVI, con un grido corale, visibilmente espresso anche attraverso uno striscione. E non è da escludere che, nonostante la posizione attendista registratasi in Germania, il processo di canonizzazione di papa Ratzinger possa essere avviato prima del previsto, non fosse altro che per evitare di favorire una lettura del suo pontificato in contrapposizione a quello di papa Francesco.
Questa singolare tendenza a voler “santificare” rapidamente coloro che muoiono non riguarda però esclusivamente il papato. Essa al contrario coinvolge, e forse ancor più marcatamente, anche altri contesti sociali come, ad esempio, quello sportivo e politico. Certo qui la “santificazione” assume la forma laica di un’idealizzazione sostanziale dei personaggi defunti. Di essi, infatti, vengono esaltati con forza i tratti positivi, dissimulando invece quelli negativi che, in quanto esseri umani, non possono certo non avere. Emblematica in questo senso è la “santificazione mediatica” messa in atto a riguardo di due grandi figure del calcio recentemente scomparse: Gianluca Vialli, stroncato a 58 anni da una malattia contro la quale ha lottato fino alla fine, e Pelè, morto a 82 anni dopo una carriera che lo ha visto trasformarsi da grande goleador in ministro dello Sport del Brasile. Due figure, ciascuna a suo modo, decisamente carismatiche, ma la cui morte è divenuta l’occasione per una straordinaria ed enfatizzante mitizzazione collettiva.
Se però sia per papa Ratzinger che per i due calciatori succitati si è assistito ad una sorta di “santificazione dal basso”, quella che ha riguardato l’ex-presidente dell’Europarlamento David Sassoli è apparsa invece come un’autentica “santificazione dall’alto”. A enfatizzarne la persona, in questo caso, non sono stati infatti fedeli o tifosi, ma le stesse élite politiche nazionali ed europee. Élite che attraverso la mitizzazione di un proprio esponente - le cui effettive qualità non sono qui affatto in discussione - nel primo anniversario della sua morte hanno semplicemente tentato, servendosi del suo nome, di rifarsi una verginità perduta e di contrastare un’impopolarità crescente. In questo non differendo molto dagli antichi romani, che avevano addirittura creato un solenne rito col quale assurgere gli imperatori defunti a divinità. E tuttavia, nella prospettiva di un culto della personalità sfruttato a fini meramente politici, superandoli ampiamente.
editoriale
I tempi della chiesa sono notoriamente lunghi. Che fretta può esserci del resto per una “societas perfecta” - come per secoli essa stessa si è autodefinita - destinata ad attraversare i millenni? E non solo perché la sua stessa storia l’ha vista superare evidenti fasi di decadimento e crisi, ma anche perché essa non ha mai dubitato della promessa di Cristo: “…le porte degli Inferi non prevarranno contro di essa”. Non è affatto strano, in questo senso, che la chiesa non abbia mai mostrato premura nell’elevare qualcuno all’onore degli altari. E tuttavia, a partire dal papato di Giovanni Paolo II, si è assistito a un’accelerazione dei processi di canonizzazione, tradottasi in un notevole incremento del numero dei santi e beati. Basti pensare che le quasi 1300 beatificazioni e le oltre 450 santificazioni avvenute sotto il suo pontificato hanno di fatto raddoppiato il numero dei santi e dei beati proclamati dalla fine del Cinquecento al momento della sua salita al soglio di Pietro.
Certamente questa scelta di Giovanni Paolo II intendeva mostrare come la santità non fosse qualcosa di esclusivo, ma piuttosto uno status raggiungibile da ogni cristiano. E tuttavia nemmeno essa appare estranea a quel tendere al “tutto subito” e a quella propensione al culto della personalità che connotano in modo sempre più pervasivo la nostra epoca. Come non è estranea ad essi l’inconsueta richiesta da parte di un gruppo di fedeli, proprio nel corso dei funerali di papa Woytila, di vederlo “santo subito”. Una richiesta reiterata anche in occasione dei funerali di Benedetto XVI, con un grido corale, visibilmente espresso anche attraverso uno striscione. E non è da escludere che, nonostante la posizione attendista registratasi in Germania, il processo di canonizzazione di papa Ratzinger possa essere avviato prima del previsto, non fosse altro che per evitare di favorire una lettura del suo pontificato in contrapposizione a quello di papa Francesco.
Questa singolare tendenza a voler “santificare” rapidamente coloro che muoiono non riguarda però esclusivamente il papato. Essa al contrario coinvolge, e forse ancor più marcatamente, anche altri contesti sociali come, ad esempio, quello sportivo e politico. Certo qui la “santificazione” assume la forma laica di un’idealizzazione sostanziale dei personaggi defunti. Di essi, infatti, vengono esaltati con forza i tratti positivi, dissimulando invece quelli negativi che, in quanto esseri umani, non possono certo non avere. Emblematica in questo senso è la “santificazione mediatica” messa in atto a riguardo di due grandi figure del calcio recentemente scomparse: Gianluca Vialli, stroncato a 58 anni da una malattia contro la quale ha lottato fino alla fine, e Pelè, morto a 82 anni dopo una carriera che lo ha visto trasformarsi da grande goleador in ministro dello Sport del Brasile. Due figure, ciascuna a suo modo, decisamente carismatiche, ma la cui morte è divenuta l’occasione per una straordinaria ed enfatizzante mitizzazione collettiva.
Se però sia per papa Ratzinger che per i due calciatori succitati si è assistito ad una sorta di “santificazione dal basso”, quella che ha riguardato l’ex-presidente dell’Europarlamento David Sassoli è apparsa invece come un’autentica “santificazione dall’alto”. A enfatizzarne la persona, in questo caso, non sono stati infatti fedeli o tifosi, ma le stesse élite politiche nazionali ed europee. Élite che attraverso la mitizzazione di un proprio esponente - le cui effettive qualità non sono qui affatto in discussione - nel primo anniversario della sua morte hanno semplicemente tentato, servendosi del suo nome, di rifarsi una verginità perduta e di contrastare un’impopolarità crescente. In questo non differendo molto dagli antichi romani, che avevano addirittura creato un solenne rito col quale assurgere gli imperatori defunti a divinità. E tuttavia, nella prospettiva di un culto della personalità sfruttato a fini meramente politici, superandoli ampiamente.
Nel tempo dei “santi subito” e della laica santificazione mediatica di sportivi e politici
21 gennaio 2023
Cuneo
I tempi della chiesa sono notoriamente lunghi. Che fretta può esserci del resto per una “societas perfecta” - come per secoli essa stessa si è autodefinita - destinata ad attraversare i millenni? E non solo perché la sua stessa storia l’ha vista superare evidenti fasi di decadimento e crisi, ma anche perché essa non ha mai dubitato della promessa di Cristo: “…le porte degli Inferi non prevarranno contro di essa”. Non è affatto strano, in questo senso, che la chiesa non abbia mai mostrato premura nell’elevare qualcuno all’onore degli altari. E tuttavia, a partire dal papato di Giovanni Paolo II, si è assistito a un’accelerazione dei processi di canonizzazione, tradottasi in un notevole incremento del numero dei santi e beati. Basti pensare che le quasi 1300 beatificazioni e le oltre 450 santificazioni avvenute sotto il suo pontificato hanno di fatto raddoppiato il numero dei santi e dei beati proclamati dalla fine del Cinquecento al momento della sua salita al soglio di Pietro.
Certamente questa scelta di Giovanni Paolo II intendeva mostrare come la santità non fosse qualcosa di esclusivo, ma piuttosto uno status raggiungibile da ogni cristiano. E tuttavia nemmeno essa appare estranea a quel tendere al “tutto subito” e a quella propensione al culto della personalità che connotano in modo sempre più pervasivo la nostra epoca. Come non è estranea ad essi l’inconsueta richiesta da parte di un gruppo di fedeli, proprio nel corso dei funerali di papa Woytila, di vederlo “santo subito”. Una richiesta reiterata anche in occasione dei funerali di Benedetto XVI, con un grido corale, visibilmente espresso anche attraverso uno striscione. E non è da escludere che, nonostante la posizione attendista registratasi in Germania, il processo di canonizzazione di papa Ratzinger possa essere avviato prima del previsto, non fosse altro che per evitare di favorire una lettura del suo pontificato in contrapposizione a quello di papa Francesco.
Questa singolare tendenza a voler “santificare” rapidamente coloro che muoiono non riguarda però esclusivamente il papato. Essa al contrario coinvolge, e forse ancor più marcatamente, anche altri contesti sociali come, ad esempio, quello sportivo e politico. Certo qui la “santificazione” assume la forma laica di un’idealizzazione sostanziale dei personaggi defunti. Di essi, infatti, vengono esaltati con forza i tratti positivi, dissimulando invece quelli negativi che, in quanto esseri umani, non possono certo non avere. Emblematica in questo senso è la “santificazione mediatica” messa in atto a riguardo di due grandi figure del calcio recentemente scomparse: Gianluca Vialli, stroncato a 58 anni da una malattia contro la quale ha lottato fino alla fine, e Pelè, morto a 82 anni dopo una carriera che lo ha visto trasformarsi da grande goleador in ministro dello Sport del Brasile. Due figure, ciascuna a suo modo, decisamente carismatiche, ma la cui morte è divenuta l’occasione per una straordinaria ed enfatizzante mitizzazione collettiva.
Se però sia per papa Ratzinger che per i due calciatori succitati si è assistito ad una sorta di “santificazione dal basso”, quella che ha riguardato l’ex-presidente dell’Europarlamento David Sassoli è apparsa invece come un’autentica “santificazione dall’alto”. A enfatizzarne la persona, in questo caso, non sono stati infatti fedeli o tifosi, ma le stesse élite politiche nazionali ed europee. Élite che attraverso la mitizzazione di un proprio esponente - le cui effettive qualità non sono qui affatto in discussione - nel primo anniversario della sua morte hanno semplicemente tentato, servendosi del suo nome, di rifarsi una verginità perduta e di contrastare un’impopolarità crescente. In questo non differendo molto dagli antichi romani, che avevano addirittura creato un solenne rito col quale assurgere gli imperatori defunti a divinità. E tuttavia, nella prospettiva di un culto della personalità sfruttato a fini meramente politici, superandoli ampiamente.