cuneo

Cosa possiamo imparare da questi due anni di Covid, crisi economica e guerra

06 gennaio 2023

Cuneo

L’emergenza sanitaria, la conseguente crisi economica e la guerra nell’Est europeo che hanno travolto il mondo negli ultimi due anni mostrano le fragilità della persona umana, del sistema socioeconomico e dell’attuale governo mondiale. Oggi occorre la consapevolezza che ci vuole un cambiamento radicale a molteplici livelli. Possiamo intravedere questo cambiamento radicale se abbiamo e ci diamo un preciso orizzonte. “Chi non ha un orizzonte sopravvaluta ed esagera ciò che gli è più vicino” (Hans Georg Gadamer) e rischia di perdere il treno della vita. Vorrei delineare alcuni elementi di questo orizzonte. Lo faccio non da politico, né da economista, né da operatore sociale e ancor meno da sociologo, tutte responsabilità e competenze che non ho. Lo faccio dal mio punto di vista ed esperienza di responsabile e sofferta solidarietà con la vita altrui, senza pretese di dire cose nuove o di assoluta evidenza.

La crisi generata dal Covid-19

Il Covid-19 ci ha messo in crisi anzitutto come persone, individui. “Le persone si sono rivelate per quello che sono - racconta la responsabile di una residenza per anziani -: gran- di umanamente e professionalmente, oppure niente. Ho ripercorso dentro di me tutta la formazione, soprattutto quella valoriale, che avevo ricevuto e ne sono rimasta delusa, come se l’emergenza che stavamo vivendo richiedesse una misura molto più profonda: vivevamo una situazione che non ci lasciava possibilità di agire né speranza. Per molti anziani non c’era niente da fare e molti sono morti in solitudine, senza che ci fosse il tempo per un accompagnamento spirituale, affettivo”.

L’esperienza della fragilità e dell’eroismo

È emersa la fragilità: nelle famiglie, negli operatori sa- nitari. Ed è emerso anche l’eroismo di cui gli esseri umani sono capaci e che ha portato molti - non tutti - a una dedizione senza misura, dentro e fuori dagli ospedali. E questi ‘molti’ sono coloro che hanno riscoperto la propria professione come una vocazione, cioè una chiamata alla quale hanno scelto di rispondere; ciò che dà senso alla vita è la decisione di rispondere alla chiamata di colui che è fragile. Non è detto che colui che risponde riesca realmente a soccorrere il fragile nel suo bisogno di cura, come l’esperienza della pandemia ha dimostrato, ma certamente risponde al suo bi- sogno di relazione, di condividere con qualcuno il peso della propria fragilità. La responsabile della residenza per gli anziani era addolorata, come molte altre volte in passato, perché tante persone morivano; ma il suo turbamento profondo - il suo dolore vocazionale - era dovuto al fatto che sentiva come suo dovere accompagnarli: non poteva ‘curarli’, ma doveva ‘custodirli’.

La riscoperta della vulnerabilità umana

Un secondo elemento che credo debba integrare il nostro futuro orizzonte valoriale è il ripensamento della vulnerabilità umana. Fino ad oggi siamo stati orientati piuttosto dai miti della potenza progressi- va dell’uomo sulle forze della natura, capace di produrre benessere e sicurezza di livelli sempre più alti: fino ad immaginare di poter vincere con successo anche le debolezze della natura, mediante l’invenzione di tecniche capaci di oltrepassarne i limiti e di correggerne i difetti. La rivalutazione della vulnerabilità umana ha incominciato anni fa con la posizione critica nei confronti della manipolazione ambientale. Per molti, la natura è vulnerabile non tanto perché fragile e corruttibile, ma piuttosto perché suscettibile di essere stravolta dalla prepotenza dell’azione umana. La vulnerabilità riconosciuta alla natura non-umana richiede responsabilità e cura verso di essa. Ciò emerge in modo drammatico nell’attuale aggressione armata all’Ucraina, con distruzioni massicce di vite umane anzitutto, e anche dell’ecosistema, delle infrastrutture e dell’habitat. In questo contesto emergono oggi, anche se con fatica, l’urgenza di riconoscere la vulnerabilità che è propria dell’essere umano e il conseguente dovere di protezione della sua dignità personale e di cura delle modalità relazionali di una convivenza all’altezza di tale dignità.
La tecnica e il denaro, l’amministrazione e l’organizzazione, sono apparse chiaramente risorse necessarie, ma in alcun modo sufficienti. E di fronte alla clamorosa emergenza di una vulnerabilità generale, sono apparse anche obsolete: legate ad una società del benessere selettivo, del desiderio individuale, della potenza competitiva. Questa società, pur con tutti i suoi innegabili progressi, fallisce la sfida della vulnerabilità: non solo perché non riesce a generare risorse di senso per una vita che appare imperfetta e fallibile, ma anche perché si manifesta inadeguata anche per la cura e la protezione delle persone più fragili e più deboli: come se fossero fatalmente più povere di dignità e più ragionevolmente sacrificabili. La riscoperta della vulnerabilità umana, avviata prima dalla preoccupazione ambientale e imposta oggi dalla destabilizzazione della pandemia e della guerra, deve giocare un ruolo centrale, e non marginale o accidentale, nella ricomposizione di un progetto umanistico e civile, a tutti i livelli: economico, sociale, politico, culturale e anche religioso.

La stretta connessione tra pandemia e infodemia

Un terzo elemento che credo debba integrare il nostro orizzonte valoriale per il presente e il futuro lo traggo dalla stretta connessione che abbiamo vissuto tra pandemìa e infodemiìa, cioè la capillarità istantanea di informazioni e notizie di cui disponiamo sui nostri molteplici schermi.
L’isolamento delle persone, delle famiglie e delle comunità lavorative sarebbe stata ancora più crudele di quanto non lo sia stata senza videochiamate, senza zoom familiari, continui messaggini rassicuranti (o terrorizzanti), senza l’istantaneità del vivere assieme il dramma della pandemia, senza lavoro da casa e didattica a distanza. Nel periodo del lockdown, i social media sono entrati in una vera e propria infodemia. La loro invasiva e crescente importanza ha avuto una funzione notevole, direi una funzione sostitutiva delle relazioni umane rispetto a quelle dirette, dal vivo. Ma non per questo possono arrogarsi il diritto di diventare il modo privilegiato o addirittura unico di relazione tra gli uomini e le donne di questo iniziale XXI secolo. L’iper-connessione infatti, finora, non si è rivelata sempre capace di elevare l’uomo, di farlo comunicare coi suoi simili. Si è verificata spesso una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti e ha sviluppato talora una cultura del muro contro muro, finendo per favorire l’incontro tra persone che la pensano allo stesso modo, ostacolando il confronto tra le differenze e fomentando pregiudizi e odio (Papa Francesco, Fratelli tutti nn.27 e 45). Sarebbe inutile e pericoloso fare gli struzzi, rifiutare queste nuove modalità di comunicazione, rese possibili dalla rivoluzione digitale: vanno invece conosciute, abitate e curate. Solo con una cura umana sarà possibile renderle più umane, e perciò atte a rispondere alle enormi sfide che affrontiamo ai giorni nostri. È l’umano - e non il sub-umano e forse nemmeno il transumano - che può aprire la strada agli uomini e alle donne di questo nuovo millennio a inventare una nuova semplicità della vita comune. Anche per essere pronti alle eventuali pandemie e sfide sociali e geopolitiche del futuro.

Una nuova condizione di prossimità globale

In conclusione, se l’impatto della pandemia e delle nuove guerre, in particolare quella nell’Est europeo, si tradurrà in un processo di civilizzazione riflessiva, cioè in una riconsiderazione su scala mondiale dei parametri che reggono la nostra vita sociale, produttiva e valoriale, allora la crisi non sarà passata invano. In ogni caso, essa lascia in tutti, specie tra gli abitanti più poveri e indifesi di questo pianeta, ma anche presso i cosiddetti grandi della terra, una sensazione fondata di un’accresciuta fragilità. Abbiamo sperimentato, in effetti, una nuova condizione di prossimità ben al di là dei dati geografici della vicinanza o lontananza, non per scelta, ma a causa di un agente naturale, un virus, e/o di un evento bellico come quello in Ucraina, che ci hanno costretti, al di là delle loro conseguenze drammatiche, a riumanizzare le nostre esistenze contro tutte le illusioni del transumano. Fare di questa prossimità, di questa comunanza, una scelta e non una fatalità, trasformandola in prossimità globale, è la sfida per ognuno di noi e anche l’auspicabile progetto di una politica mondiale a servizio delle persone più che non degli interessi nazionali. Celestino Migliore (Nunzio apostolico a Parigi - Il testo è tratto dal suo intervento alle Giornate Piemontesi di Medicina Clinica svoltesi a Cuneo il 24 novem- bre 2022)
Guerra Covid Pllitica Ucraina