Il proposito, pronunciato durante un comizio a Milano, era netto: “Dicono che in Europa siano preoccupati per la Meloni. Che succederà? Che è finita la pacchia e anche l’Italia difenderà i suoi interessi nazionali”. Quel che ci si sarebbe aspettato è dunque un cambio di rotta netto del rapporto con l’Europa. Tuttavia, e la cosa vale anche per molti rilievi attualmente mossi dalle forze di minoranza al governo, ben diverso è fare opposizione o ritrovarsi a dover guidare un paese. Ovviamente, ad appena un mese dall’insediamento del nuovo esecutivo, un giudizio sul suo operato sarebbe del tutto prematuro. Ciò che tuttavia impone di essere registrato, osservando contenuto ed evoluzione dei primi provvedimenti assunti dal governo Meloni, è un evidente ammorbidimento di posizioni nei confronti dell’Europa. Alla quale - in nome di una riscoperta “responsabilità” - si abbaia con sempre più cautela, rimarcando come l’intenzione di mordere davvero sia del tutto tramontata.
Trascurando i decreti del titolare del ministero degli Interni su sbarchi e rave party, il cui apparente carattere di rottura rispetto al passato si sta via via rivelando assai meno dirompente del previsto, ad essere stupefacente è la recente dichiarazione del ministro dell’Istruzione. Fatto oggetto di polemiche roventi per una misura contenuta nella manovra di bilancio e destinata a provocare la riduzione di 700 scuole in due anni, Valditara non ha trovato di meglio che replicare sottolineando come la decisione fosse dettata dall’osservanza dei “vincoli dell’Europa in attuazione del PNRR”, non senza rimarcare come “non si può essere europeisti a corrente alterna, solo quando non costa alcuno sforzo”. Legittima spiegazione e comprensibile rimbrotto, se a farlo però non fosse l’esponente di un esecutivo sovranista. A meno che il sovranismo, alle prese con la gestione dell’esistente, si sia già avviato - e così pare! - sulla via del reiterato ritornello: “Ce lo chiede l’Europa”.
L’atlantismo della Meloni è invece acclarato. Anche lo scorso giugno, pur auspicando la caduta del governo Draghi, la leader di FdI si era nettamente schierata per l’invio di armi all’Ucraina per non mettere in gioco “la credibilità dell’Italia sul piano internazionale e la sua capacità di difendere i suoi interessi”. Nulla di strano dunque nel fatto che oggi, nei panni di presidente del consiglio, Meloni confermi la necessità di procedere su questa strada. A stupire tuttavia è la dichiarazione fatta al riguardo da Crosetto, titolare del ministero della Difesa: “Ogni cosa che partirà nelle prossime settimane e mesi dall’Italia, per essere consegnata all’Ucraina, viene fatta da questo governo in esecuzione di scelte prese dal precedente governo”. Ma perché un governo che non ha mai fatto mistero del suo atlantismo sente il bisogno di affermare in modo così plateale la sua continuità con il governo precedente? Forse per rassicurare l’Europa sul nuovo corso del suo presunto sovranismo?
Il dubbio che in fondo sorge, e che i prossimi mesi potranno aiutare a dissipare, è che il dichiarato sovranismo del governo Meloni stia cedendo il passo ad un più prosaico pragmatismo. L’avviata azione di accreditamento nei confronti dell’Unione Europea, il rafforzamento senza se e senza ma del riferimento atlantista, l’affidamento del ministero delle Finanze a un “draghiano” di ferro come Giorgetti, la corsa in atto per rispettare modi e tempi del PNRR e infine l’apertura dei porti alle navi ONG in precedenza ostacolate con durezza sembrano mostrare come la strategia complessiva del presidente del consiglio vada nella direzione di una graduale disattesa del sovranismo. E, sebbene Meloni continui a dichiararsi paladina degli interessi degli italiani, i fatti sembrano dire un’altra cosa: gli esecutivi nostrani, nati in provetta o votati dai cittadini, si muovono ormai lungo itinerari prefissati altrove. Che, in entrambi i casi, vedono i cittadini esclusi dai processi decisionali.
editoriale
Il proposito, pronunciato durante un comizio a Milano, era netto: “Dicono che in Europa siano preoccupati per la Meloni. Che succederà? Che è finita la pacchia e anche l’Italia difenderà i suoi interessi nazionali”. Quel che ci si sarebbe aspettato è dunque un cambio di rotta netto del rapporto con l’Europa. Tuttavia, e la cosa vale anche per molti rilievi attualmente mossi dalle forze di minoranza al governo, ben diverso è fare opposizione o ritrovarsi a dover guidare un paese. Ovviamente, ad appena un mese dall’insediamento del nuovo esecutivo, un giudizio sul suo operato sarebbe del tutto prematuro. Ciò che tuttavia impone di essere registrato, osservando contenuto ed evoluzione dei primi provvedimenti assunti dal governo Meloni, è un evidente ammorbidimento di posizioni nei confronti dell’Europa. Alla quale - in nome di una riscoperta “responsabilità” - si abbaia con sempre più cautela, rimarcando come l’intenzione di mordere davvero sia del tutto tramontata.
Trascurando i decreti del titolare del ministero degli Interni su sbarchi e rave party, il cui apparente carattere di rottura rispetto al passato si sta via via rivelando assai meno dirompente del previsto, ad essere stupefacente è la recente dichiarazione del ministro dell’Istruzione. Fatto oggetto di polemiche roventi per una misura contenuta nella manovra di bilancio e destinata a provocare la riduzione di 700 scuole in due anni, Valditara non ha trovato di meglio che replicare sottolineando come la decisione fosse dettata dall’osservanza dei “vincoli dell’Europa in attuazione del PNRR”, non senza rimarcare come “non si può essere europeisti a corrente alterna, solo quando non costa alcuno sforzo”. Legittima spiegazione e comprensibile rimbrotto, se a farlo però non fosse l’esponente di un esecutivo sovranista. A meno che il sovranismo, alle prese con la gestione dell’esistente, si sia già avviato - e così pare! - sulla via del reiterato ritornello: “Ce lo chiede l’Europa”.
L’atlantismo della Meloni è invece acclarato. Anche lo scorso giugno, pur auspicando la caduta del governo Draghi, la leader di FdI si era nettamente schierata per l’invio di armi all’Ucraina per non mettere in gioco “la credibilità dell’Italia sul piano internazionale e la sua capacità di difendere i suoi interessi”. Nulla di strano dunque nel fatto che oggi, nei panni di presidente del consiglio, Meloni confermi la necessità di procedere su questa strada. A stupire tuttavia è la dichiarazione fatta al riguardo da Crosetto, titolare del ministero della Difesa: “Ogni cosa che partirà nelle prossime settimane e mesi dall’Italia, per essere consegnata all’Ucraina, viene fatta da questo governo in esecuzione di scelte prese dal precedente governo”. Ma perché un governo che non ha mai fatto mistero del suo atlantismo sente il bisogno di affermare in modo così plateale la sua continuità con il governo precedente? Forse per rassicurare l’Europa sul nuovo corso del suo presunto sovranismo?
Il dubbio che in fondo sorge, e che i prossimi mesi potranno aiutare a dissipare, è che il dichiarato sovranismo del governo Meloni stia cedendo il passo ad un più prosaico pragmatismo. L’avviata azione di accreditamento nei confronti dell’Unione Europea, il rafforzamento senza se e senza ma del riferimento atlantista, l’affidamento del ministero delle Finanze a un “draghiano” di ferro come Giorgetti, la corsa in atto per rispettare modi e tempi del PNRR e infine l’apertura dei porti alle navi ONG in precedenza ostacolate con durezza sembrano mostrare come la strategia complessiva del presidente del consiglio vada nella direzione di una graduale disattesa del sovranismo. E, sebbene Meloni continui a dichiararsi paladina degli interessi degli italiani, i fatti sembrano dire un’altra cosa: gli esecutivi nostrani, nati in provetta o votati dai cittadini, si muovono ormai lungo itinerari prefissati altrove. Che, in entrambi i casi, vedono i cittadini esclusi dai processi decisionali.
Il sovranismo fragile del governo Meloni
17 dicembre 2022
Cuneo
Il proposito, pronunciato durante un comizio a Milano, era netto: “Dicono che in Europa siano preoccupati per la Meloni. Che succederà? Che è finita la pacchia e anche l’Italia difenderà i suoi interessi nazionali”. Quel che ci si sarebbe aspettato è dunque un cambio di rotta netto del rapporto con l’Europa. Tuttavia, e la cosa vale anche per molti rilievi attualmente mossi dalle forze di minoranza al governo, ben diverso è fare opposizione o ritrovarsi a dover guidare un paese. Ovviamente, ad appena un mese dall’insediamento del nuovo esecutivo, un giudizio sul suo operato sarebbe del tutto prematuro. Ciò che tuttavia impone di essere registrato, osservando contenuto ed evoluzione dei primi provvedimenti assunti dal governo Meloni, è un evidente ammorbidimento di posizioni nei confronti dell’Europa. Alla quale - in nome di una riscoperta “responsabilità” - si abbaia con sempre più cautela, rimarcando come l’intenzione di mordere davvero sia del tutto tramontata.
Trascurando i decreti del titolare del ministero degli Interni su sbarchi e rave party, il cui apparente carattere di rottura rispetto al passato si sta via via rivelando assai meno dirompente del previsto, ad essere stupefacente è la recente dichiarazione del ministro dell’Istruzione. Fatto oggetto di polemiche roventi per una misura contenuta nella manovra di bilancio e destinata a provocare la riduzione di 700 scuole in due anni, Valditara non ha trovato di meglio che replicare sottolineando come la decisione fosse dettata dall’osservanza dei “vincoli dell’Europa in attuazione del PNRR”, non senza rimarcare come “non si può essere europeisti a corrente alterna, solo quando non costa alcuno sforzo”. Legittima spiegazione e comprensibile rimbrotto, se a farlo però non fosse l’esponente di un esecutivo sovranista. A meno che il sovranismo, alle prese con la gestione dell’esistente, si sia già avviato - e così pare! - sulla via del reiterato ritornello: “Ce lo chiede l’Europa”.
L’atlantismo della Meloni è invece acclarato. Anche lo scorso giugno, pur auspicando la caduta del governo Draghi, la leader di FdI si era nettamente schierata per l’invio di armi all’Ucraina per non mettere in gioco “la credibilità dell’Italia sul piano internazionale e la sua capacità di difendere i suoi interessi”. Nulla di strano dunque nel fatto che oggi, nei panni di presidente del consiglio, Meloni confermi la necessità di procedere su questa strada. A stupire tuttavia è la dichiarazione fatta al riguardo da Crosetto, titolare del ministero della Difesa: “Ogni cosa che partirà nelle prossime settimane e mesi dall’Italia, per essere consegnata all’Ucraina, viene fatta da questo governo in esecuzione di scelte prese dal precedente governo”. Ma perché un governo che non ha mai fatto mistero del suo atlantismo sente il bisogno di affermare in modo così plateale la sua continuità con il governo precedente? Forse per rassicurare l’Europa sul nuovo corso del suo presunto sovranismo?
Il dubbio che in fondo sorge, e che i prossimi mesi potranno aiutare a dissipare, è che il dichiarato sovranismo del governo Meloni stia cedendo il passo ad un più prosaico pragmatismo. L’avviata azione di accreditamento nei confronti dell’Unione Europea, il rafforzamento senza se e senza ma del riferimento atlantista, l’affidamento del ministero delle Finanze a un “draghiano” di ferro come Giorgetti, la corsa in atto per rispettare modi e tempi del PNRR e infine l’apertura dei porti alle navi ONG in precedenza ostacolate con durezza sembrano mostrare come la strategia complessiva del presidente del consiglio vada nella direzione di una graduale disattesa del sovranismo. E, sebbene Meloni continui a dichiararsi paladina degli interessi degli italiani, i fatti sembrano dire un’altra cosa: gli esecutivi nostrani, nati in provetta o votati dai cittadini, si muovono ormai lungo itinerari prefissati altrove. Che, in entrambi i casi, vedono i cittadini esclusi dai processi decisionali.