Nell’anno educativo 2020/2021, a fronte della media nazionale di 909 euro di investimento per bambino in servizi per la prima infanzia da parte dei Comuni italiani, la provincia di Cuneo si piazza nell’ultima fascia, quella compresa tra i 14 e i 364 euro di investimento per bambino residente.
È questo il dato che risulta dall’Atlante dell’infanzia a rischio 2022 di Save the Children, recentemente pubblicato e diffuso. Le altre province del nord Italia a rientrare nell’ultima fascia sono quelle di Treviso, Lecco, Como e Sondrio.
Nell’ipotesi più ottimistica, e dunque in quella con una spesa più vicina possibile ai 364 Euro, risulterebbe in ogni caso un dato pari a circa un terzo della media nazionale. Le Province virtuose come le solite Aosta, Bolzano e Trento, ma anche Bologna, Ferrara, Firenze, Reggio Emilia e Roma destinano a servizi per i nuovi nati tra 1.893 e i 3.089 Euro per bambino.
Si tratta di una fotografia probabilmente ingiusta del nostro territorio e che non tiene conto di altre risorse, che potremmo chiamare di natura sociale, che possono essere destinate alla cura della maternità e dei più piccoli. Altrettanto verosimilmente, inoltre, il dato provinciale dovrebbe essere scorporato per singoli comuni, perché non è escluso che la carenza di servizi per la prima infanzia possa essere collocata solamente in alcuni contesti territoriali.
L’autorevolezza della fonte, però, deve indurre ad alzare il livello di attenzione verso un modo di vivere e di pensare alla maternità e all’infanzia che non genera futuro.
Prendendo per buono il dato a livello provinciale, infatti, queste scelte di spesa pubblica sono sintomo di qualcosa che non funziona. Non ci si riferisce solo ai temi che più evidentemente vengono in mente, come quelli dell’uguaglianza o della possibile relazione con il fatto che la Provincia di Cuneo è la seconda in Piemonte (dopo Torino) per numero di interruzioni volontarie della gravidanza. È infatti, evidente che di fronte alle carenze del servizio pubblico devono sopperire le famiglie con risorse proprie, ma non tutte sono in grado di farlo e, certamente, non ogni famiglia è in grado di fare fronte ai bisogni allo stesso modo.
Il grande tema culturale è quello legato alla concezione di alcuni fondamentali passaggi della vita come fatti puramente privati, negandone la grande valenza e dignità collettiva e comunitaria.
Un servizio pubblico che arretra di fronte a una vita nascente o appena nata, o a una vita ferita, implicitamente colloca questi fatti nella sfera di ciò che è privato, con ciò alimentando una deriva intellettuale e culturale non solo pericolosissima ma anche dissociante e dissociata rispetto alla realtà.
Un bambino che nasce è una risorsa preziosissima (letteralmente, vitale) per tutta la comunità che lo accoglie. Anche senza scomodare questioni di natura etica, già solo sotto il ben più arido profilo economico il mancato sostegno alla vita neo-nata è una scelta senza futuro. Non esiste una società che non abbia bisogno di insegnanti, medici, infermieri, ingegneri, avvocati, magistrati, giornalisti, impiegati, badanti, operai, impiegati e via discorrendo. Se, poi, si vuole essere cinici fino in fondo, allora bisognerebbe evidenziare che la stessa società dei consumi, che tanti guasti ha provocato, ha bisogno di alimentare se stessa attraverso la domanda e, dunque, attraverso i consumatori. Paradossalmente, gli stessi mortificanti meccanismi del capitalismo esasperato dovrebbero indurre a fare quello di cui l’operatore pubblico locale pare abbia smesso di occuparsi e cioè alimentare se stesso e le comunità che governa.
Quello che dovrebbe contraddistinguere le buone scelte politiche dovrebbe essere il respiro e l’orizzonte temporale di valutazione degli effetti delle azioni. Le grandi opere e le grandi iniziative che ci sono state consegnate dalle passate generazioni sono state intraprese da chi ha pensato e agito oltre se stesso. Oggi più che mai, c’è bisogno di decisioni di ampio respiro che sappiano collocare le azioni in un orizzonte più ampio del riscontro immediato e, molto spesso, effimero. Non si tratta di un pio desiderio, ma della condizione imprescindibile anche per poter solo pensare al futuro
editoriale
Nell’anno educativo 2020/2021, a fronte della media nazionale di 909 euro di investimento per bambino in servizi per la prima infanzia da parte dei Comuni italiani, la provincia di Cuneo si piazza nell’ultima fascia, quella compresa tra i 14 e i 364 euro di investimento per bambino residente.
È questo il dato che risulta dall’Atlante dell’infanzia a rischio 2022 di Save the Children, recentemente pubblicato e diffuso. Le altre province del nord Italia a rientrare nell’ultima fascia sono quelle di Treviso, Lecco, Como e Sondrio.
Nell’ipotesi più ottimistica, e dunque in quella con una spesa più vicina possibile ai 364 Euro, risulterebbe in ogni caso un dato pari a circa un terzo della media nazionale. Le Province virtuose come le solite Aosta, Bolzano e Trento, ma anche Bologna, Ferrara, Firenze, Reggio Emilia e Roma destinano a servizi per i nuovi nati tra 1.893 e i 3.089 Euro per bambino.
Si tratta di una fotografia probabilmente ingiusta del nostro territorio e che non tiene conto di altre risorse, che potremmo chiamare di natura sociale, che possono essere destinate alla cura della maternità e dei più piccoli. Altrettanto verosimilmente, inoltre, il dato provinciale dovrebbe essere scorporato per singoli comuni, perché non è escluso che la carenza di servizi per la prima infanzia possa essere collocata solamente in alcuni contesti territoriali.
L’autorevolezza della fonte, però, deve indurre ad alzare il livello di attenzione verso un modo di vivere e di pensare alla maternità e all’infanzia che non genera futuro.
Prendendo per buono il dato a livello provinciale, infatti, queste scelte di spesa pubblica sono sintomo di qualcosa che non funziona. Non ci si riferisce solo ai temi che più evidentemente vengono in mente, come quelli dell’uguaglianza o della possibile relazione con il fatto che la Provincia di Cuneo è la seconda in Piemonte (dopo Torino) per numero di interruzioni volontarie della gravidanza. È infatti, evidente che di fronte alle carenze del servizio pubblico devono sopperire le famiglie con risorse proprie, ma non tutte sono in grado di farlo e, certamente, non ogni famiglia è in grado di fare fronte ai bisogni allo stesso modo.
Il grande tema culturale è quello legato alla concezione di alcuni fondamentali passaggi della vita come fatti puramente privati, negandone la grande valenza e dignità collettiva e comunitaria.
Un servizio pubblico che arretra di fronte a una vita nascente o appena nata, o a una vita ferita, implicitamente colloca questi fatti nella sfera di ciò che è privato, con ciò alimentando una deriva intellettuale e culturale non solo pericolosissima ma anche dissociante e dissociata rispetto alla realtà.
Un bambino che nasce è una risorsa preziosissima (letteralmente, vitale) per tutta la comunità che lo accoglie. Anche senza scomodare questioni di natura etica, già solo sotto il ben più arido profilo economico il mancato sostegno alla vita neo-nata è una scelta senza futuro. Non esiste una società che non abbia bisogno di insegnanti, medici, infermieri, ingegneri, avvocati, magistrati, giornalisti, impiegati, badanti, operai, impiegati e via discorrendo. Se, poi, si vuole essere cinici fino in fondo, allora bisognerebbe evidenziare che la stessa società dei consumi, che tanti guasti ha provocato, ha bisogno di alimentare se stessa attraverso la domanda e, dunque, attraverso i consumatori. Paradossalmente, gli stessi mortificanti meccanismi del capitalismo esasperato dovrebbero indurre a fare quello di cui l’operatore pubblico locale pare abbia smesso di occuparsi e cioè alimentare se stesso e le comunità che governa.
Quello che dovrebbe contraddistinguere le buone scelte politiche dovrebbe essere il respiro e l’orizzonte temporale di valutazione degli effetti delle azioni. Le grandi opere e le grandi iniziative che ci sono state consegnate dalle passate generazioni sono state intraprese da chi ha pensato e agito oltre se stesso. Oggi più che mai, c’è bisogno di decisioni di ampio respiro che sappiano collocare le azioni in un orizzonte più ampio del riscontro immediato e, molto spesso, effimero. Non si tratta di un pio desiderio, ma della condizione imprescindibile anche per poter solo pensare al futuro
Servizi alla prima infanzia: dove a Cuneo si investe troppo poco
26 novembre 2022
Cuneo
Nell’anno educativo 2020/2021, a fronte della media nazionale di 909 euro di investimento per bambino in servizi per la prima infanzia da parte dei Comuni italiani, la provincia di Cuneo si piazza nell’ultima fascia, quella compresa tra i 14 e i 364 euro di investimento per bambino residente.
È questo il dato che risulta dall’Atlante dell’infanzia a rischio 2022 di Save the Children, recentemente pubblicato e diffuso. Le altre province del nord Italia a rientrare nell’ultima fascia sono quelle di Treviso, Lecco, Como e Sondrio.
Nell’ipotesi più ottimistica, e dunque in quella con una spesa più vicina possibile ai 364 Euro, risulterebbe in ogni caso un dato pari a circa un terzo della media nazionale. Le Province virtuose come le solite Aosta, Bolzano e Trento, ma anche Bologna, Ferrara, Firenze, Reggio Emilia e Roma destinano a servizi per i nuovi nati tra 1.893 e i 3.089 Euro per bambino.
Si tratta di una fotografia probabilmente ingiusta del nostro territorio e che non tiene conto di altre risorse, che potremmo chiamare di natura sociale, che possono essere destinate alla cura della maternità e dei più piccoli. Altrettanto verosimilmente, inoltre, il dato provinciale dovrebbe essere scorporato per singoli comuni, perché non è escluso che la carenza di servizi per la prima infanzia possa essere collocata solamente in alcuni contesti territoriali.
L’autorevolezza della fonte, però, deve indurre ad alzare il livello di attenzione verso un modo di vivere e di pensare alla maternità e all’infanzia che non genera futuro.
Prendendo per buono il dato a livello provinciale, infatti, queste scelte di spesa pubblica sono sintomo di qualcosa che non funziona. Non ci si riferisce solo ai temi che più evidentemente vengono in mente, come quelli dell’uguaglianza o della possibile relazione con il fatto che la Provincia di Cuneo è la seconda in Piemonte (dopo Torino) per numero di interruzioni volontarie della gravidanza. È infatti, evidente che di fronte alle carenze del servizio pubblico devono sopperire le famiglie con risorse proprie, ma non tutte sono in grado di farlo e, certamente, non ogni famiglia è in grado di fare fronte ai bisogni allo stesso modo.
Il grande tema culturale è quello legato alla concezione di alcuni fondamentali passaggi della vita come fatti puramente privati, negandone la grande valenza e dignità collettiva e comunitaria.
Un servizio pubblico che arretra di fronte a una vita nascente o appena nata, o a una vita ferita, implicitamente colloca questi fatti nella sfera di ciò che è privato, con ciò alimentando una deriva intellettuale e culturale non solo pericolosissima ma anche dissociante e dissociata rispetto alla realtà.
Un bambino che nasce è una risorsa preziosissima (letteralmente, vitale) per tutta la comunità che lo accoglie. Anche senza scomodare questioni di natura etica, già solo sotto il ben più arido profilo economico il mancato sostegno alla vita neo-nata è una scelta senza futuro. Non esiste una società che non abbia bisogno di insegnanti, medici, infermieri, ingegneri, avvocati, magistrati, giornalisti, impiegati, badanti, operai, impiegati e via discorrendo. Se, poi, si vuole essere cinici fino in fondo, allora bisognerebbe evidenziare che la stessa società dei consumi, che tanti guasti ha provocato, ha bisogno di alimentare se stessa attraverso la domanda e, dunque, attraverso i consumatori. Paradossalmente, gli stessi mortificanti meccanismi del capitalismo esasperato dovrebbero indurre a fare quello di cui l’operatore pubblico locale pare abbia smesso di occuparsi e cioè alimentare se stesso e le comunità che governa.
Quello che dovrebbe contraddistinguere le buone scelte politiche dovrebbe essere il respiro e l’orizzonte temporale di valutazione degli effetti delle azioni. Le grandi opere e le grandi iniziative che ci sono state consegnate dalle passate generazioni sono state intraprese da chi ha pensato e agito oltre se stesso. Oggi più che mai, c’è bisogno di decisioni di ampio respiro che sappiano collocare le azioni in un orizzonte più ampio del riscontro immediato e, molto spesso, effimero. Non si tratta di un pio desiderio, ma della condizione imprescindibile anche per poter solo pensare al futuro