Demonte, chiesa di San Donato: l’immagine di San Vincenzo Ferrer sul pulpito di un tempo, a ricordo del suo passaggio in valle Stura.
Dopo la carrellata lungo le strade antiche delle valli cuneesi, appare evidente che l’oggetto specifico di questi appunti non sia la storia delle strade per se stesse, né un invito di tipo turistico per qualche passeggiata nei suggestivi paesaggi autunnali sulle belle Alpi Marittime. La presentazione del ruolo della rete stradale è fondamentale per lo sviluppo socio-economico del territorio, ma è anche stato basilare per la diffusione del cristianesimo e, per oltre mille anni, è stato uno elemento decisivo per la formazione delle comunità locali.
Dato che Gesù Cristo non è nato né vissuto all’ombra di qualche nostro campanile, il suo messaggio per giungere fino a noi ha dovuto fare molta strada. Si può affermare che per oltre mille anni le strade sono state più importanti dei campanili per la vita dei cristiani. Gli stessi monasteri e priorati medievali, che appaiono come emblema di stabilità, sorsero per lo più in rapporto con le strade, con gli itinerari di pellegrini e come punti di ospitalità in luoghi difficili di passi alpini, di guadi di fiumi e di crocevia locali verso santuari lontani.
Questo dinamismo non è riscontrabile solo per i tempi di diffusione del cristianesimo, ma è stato una costante per la vitalità di molte generazioni, che, pur dopo periodi di strutturazione ecclesiale nei nostri territori, hanno ritrovato slancio grazie all’apporto di nuove esperienze evangeliche, rinnovatrici rispetto a sclerotizzazioni o decadenze dal clima di fede in Cristo e di rinnovata coerenza col suo messaggio.
Quali le strade degli evangelizzatori locali?
Per giungere nel territorio delle Alpi Marittime il testimone della proposta cristiana è passato lentamente attraverso una catena di trasmissione di cui spesso ignoriamo gli anelli e le tappe. Così sono praticamente sconosciute le vie e gli evangelizzatori delle nostre valli. Le tradizioni sabaude darebbero per scontato che l’evangelizzazione di tutto il Piemonte avesse seguito i nodi politicamente importanti da Vercelli a Torino per estendersi alle periferie montane.
Tuttavia si deve tener presente che mentre a Vercelli la serie dei vescovi inizia con Sant’Eusebio nel 350, sul lato opposto della Alpi, in Provenza, ad Arles vi era un vescovo da oltre cent’anni, con San Trofimo ricordato nel 250, ed in quella città si era tenuto un concilio di vescovi nel 314 a cui erano presenti un diacono ed un esorcista rappresentanti della chiesa di Nizza. La stessa Liguria vanta un’evangelizzazione già nel terzo secolo in collegamento con Milano. In Piemonte la diocesi che vanta una cronotassi episcopale più antica è Tortona, con vescovi nel III secolo, come a Milano. E Tortona era l’inizio della via Iulia Augusta, verso Savona e Nizza, fino ad Arles; si tratta del collegamento che era stato fatto costruire da Augusto e che passava anche attraverso la strada del colle di Tenda tra Pollenzo e Trofeo delle Alpi, sopra Monaco.
Come già accennato in precedente articolo, i racconti delle missioni e dei miracoli operati da San Dalmazzo, evangelizzatore itinerante, si sono sviluppati proprio lungo questa via imperiale, da Pedona a Pavia. Le tradizioni sul suo conto furono troppo esuberanti fino ad ipotizzare più luoghi del suo martirio, rendendo meno credibile la sua morte nel 254. Solo la recente indagine archeologica sotto la chiesa di Borgo San Dalmazzo ha dato ragione alla tradizione locale, attestando la continuità di culto dalla necropoli romana al monastero a lui dedicato.
I santi tebei, testimoni cristiani sulle Alpi occidentali
Altro capitolo ricco di fantasia per la predicazione cristiana del Piemonte riguarda la Legione tebea. Per la mentalità attuale può stupire che tra i personaggi che hanno collaborato maggiormente alla diffusione del cristianesimo ci siano stati i militari. Erano soggetti a spostamenti anche su grandi distanze e spesso erano confusi come funzionari dell’impero. Basti ricordare che due importantissimi vescovi del quarto secolo, Ambrogio a Milano e Martino a Tours, provenivano dai ranghi dei pubblici funzionari e dei militari.
Su una linea simile si colloca la popolarità che nelle Alpi occidentali ebbero i martiri della legione tebea. La critica storica ne dibatte da tempo l’autenticità, soprattutto con il passaggio dal racconto di quattro nomi riportati da Eucherio di Lione verso il 440 alle decine di martiri locali arruolati dal canonico Guglielmo Baldesano nella sua “Sacra histoira thebea” pubblicata a Torino nel 1588, ripubblicata nel 1604, con un elenco aumentato e con le centinaia di altri martiri tebei venerati anche nella ragione del Reno. I martiri tebei sono numerosi e dispersi e forse non è stata fatta una verifica del loro culto in rapporto ai resti di vie romane o di percorsi medievali. Emblematico è il santuario di San Magno a Castelmagno, per il quale non vi sono nemmeno racconti medievali; eppure presso il santuario vi sono reperti di epoca romana ed il culto, a lui reso in questi ultimi secoli, si è così radicato, che nemmeno si accetta l’ipotesi che non sia stato sui nostri monti, ma possa essere confuso con il più noto San Magno, apostolo delle Alpi svizzere e bavaresi.
L’Europa medievale dei pellegrini in cammino e delle reti monastiche di accoglienza
L’idea corrente sul medioevo richiama invasioni di barbari e scorrerie di saraceni, lotte tra feudatari e tra papi ed imperatori, con servi della gleba e nobili sfruttatori, in un paesaggio chiuso sotto l’arcigno controllo di castelli. Eppure sono stati i secoli in cui sul vecchio continente è circolata una cultura unificante incredibile, favorita dalla comune lingua latina, dalla teorica unità politica sotto il sacro romano impero, in cui circolavano molti pellegrini. Non erano folle di migranti per necessità, ma piccoli nuclei di liberi camminatori, alla ricerca di una metà che andava oltre le logiche di commercio e di calcoli politici. Avevano tempo per guardarsi attorno, sostare dove trovavano accoglienza, ascoltare e raccontare, diffondendo una comune cultura. In contrasto apparente con questo movimento, il monachesimo, sorto da persone che sceglievano la stabilità di vita, con un ritmo quotidiano di preghiera e lavoro, divenne il supporto più sicuro per le tappe dei pellegrini. Nel 1992, in occasione del congegno “Cristianesimo ed Europa” era stata allestita una mostra in San Francesco in cui si era illustrata la rete di abbazie e priorati che, nel territorio corrispondente alla provincia di Cuneo, formavano il supporto ad alcuni percorsi per flussi di pellegrini verso le grandi mete religiose: Terra Santa, Roma, Santiago, per citarne alcune delle più note.
Va considerato un fenomeno interessante: molte di queste strutture monastiche, che formavano il supporto per i pellegrini, hanno avuto consistenza solo per il tempo dei pellegrinaggi, tra il X e XIV secolo; gli antichi priorati ed ospizi sono scomparsi con la fine dell’ondata dei pellegrini, lasciando talora le loro chiese come future sedi parrocchiali.
Gli ordini mendicanti: instancabili camminatori e grandi predicatori
Il capovolgimento della vita religiosa operata con gli ordini mendicanti, rispetto al monachesimo benedettino, ha rimesso in cammino anche i frati, che volevano imitare i primi apostoli inviati dal Signore Gesù. I loro conventi non erano più case per restare stabili ed accogliere pellegrini, ma strutture di formazione per prepararsi ai viaggi di predicazione o costituivano avamposti a servizio delle predicazione in paesi compresi in ampi raggi attorno ai conventi. Un esempio s nel nostro territorio, nel sei-settecento, sono stati i conventi dei cappuccini a Caraglio, Demonte e Limone Piemonte, da cui i frati partivano per predicare sulle piazze e confessare nelle chiese delle rispettive valli.
La cronaca di Cuneo del Rebaccini ricorda tra vari predicatori passati a Cuneo il beato Vincenzo di Valencia, nei primi anni del quattrocento. Si tratta di San Vincenzo Ferrer, un domenicano soprannominato la “tromba di Dio”, perché minacciava l’ira del giudizio divino su prepotenti e sfruttatori dei poveri; si può ritenere con una certa attendibilità che percorse la valle Stura, dove in molte parrocchie la sua immagine era presente presso i pulpiti; a Cuneo è contitolare della chiesa di Sant’Ambrogio e la sua statua è nella nicchia della facciata della chiesa.
Ma sono stati soprattutto i francescani a predicare nel cuneese. Il più moto è San Bernardino da Siena, grande apostolo dell’infanzia di Gesù e del suo nome, che era raffigurato con le lettere IHS racchiuse in un disco solare radioso; di questo emblema sono rimaste scolpiti o dipinti vari esempi da Cuneo a Limone, nel suo probabile itinerario tra Piemonte e Liguria, verso il 1417-1420.
Illusioni di comunità cristiane autarchiche ed autoreferenziali
Questi cenni sul servizio delle strade a favore del vangelo non sono pure memorie storiche, da ricordare per mera curiosità, rispetto a delle comunità che si dicono cristiane e pensano di essere ormai autonome, perché sono ben attrezzate di campanile, parroco e strutture pastorali collaudate. L’asfissia recente delle nostre comunità in parte è anche collegata con l’autarchia delle ultime generazioni, in cui le diocesi e le parrocchie sono state il recinto ben coltivato, senza più bisogno di apporti esterni.
Le ultime ondate di contatti esterni per la nostra diocesi sono state quelle dei movimenti ecclesiali del tempo conciliare, sopportati per qualche anno dalle strutture locali. Il deperimento di carica spirituale si è manifestato vistosamente tra i laici, in particolari nei giovani, senza che il clero si rendesse molto conto della mancanza di ossigeno in una pastorale fatta di strutture ed iniziative autoreferenziali, distaccata da dialogo con la cultura, la scienza, i costumi in rapido cambiamento. D’altronde la chiusura nella difesa delle prerogative locali non è una novità. Ad inizio settecento fra Benigno Dalmazzo era stato chiamato a Vinadio dagli amministratori a predicare il quaresimale; presentatosi al parroco questi non lo accolse, anzi chiuse le porte della chiesa per evitare l’accesso dei fedeli. L’umile frate si dispose a riprendere la via del ritorno, soffermandosi a pregare sui gradini del protiro; con stupore, la porta della chiesa si aprì, tanto che lo stesso parroco riconobbe l’evento come invito divino ad aprire il cuore suo e dei suoi fedeli al frate intruso!
(fine prima serie dei percorsi d’autunno)
editoriale
Demonte, chiesa di San Donato: l’immagine di San Vincenzo Ferrer sul pulpito di un tempo, a ricordo del suo passaggio in valle Stura.
Dopo la carrellata lungo le strade antiche delle valli cuneesi, appare evidente che l’oggetto specifico di questi appunti non sia la storia delle strade per se stesse, né un invito di tipo turistico per qualche passeggiata nei suggestivi paesaggi autunnali sulle belle Alpi Marittime. La presentazione del ruolo della rete stradale è fondamentale per lo sviluppo socio-economico del territorio, ma è anche stato basilare per la diffusione del cristianesimo e, per oltre mille anni, è stato uno elemento decisivo per la formazione delle comunità locali.
Dato che Gesù Cristo non è nato né vissuto all’ombra di qualche nostro campanile, il suo messaggio per giungere fino a noi ha dovuto fare molta strada. Si può affermare che per oltre mille anni le strade sono state più importanti dei campanili per la vita dei cristiani. Gli stessi monasteri e priorati medievali, che appaiono come emblema di stabilità, sorsero per lo più in rapporto con le strade, con gli itinerari di pellegrini e come punti di ospitalità in luoghi difficili di passi alpini, di guadi di fiumi e di crocevia locali verso santuari lontani.
Questo dinamismo non è riscontrabile solo per i tempi di diffusione del cristianesimo, ma è stato una costante per la vitalità di molte generazioni, che, pur dopo periodi di strutturazione ecclesiale nei nostri territori, hanno ritrovato slancio grazie all’apporto di nuove esperienze evangeliche, rinnovatrici rispetto a sclerotizzazioni o decadenze dal clima di fede in Cristo e di rinnovata coerenza col suo messaggio.
Quali le strade degli evangelizzatori locali?
Per giungere nel territorio delle Alpi Marittime il testimone della proposta cristiana è passato lentamente attraverso una catena di trasmissione di cui spesso ignoriamo gli anelli e le tappe. Così sono praticamente sconosciute le vie e gli evangelizzatori delle nostre valli. Le tradizioni sabaude darebbero per scontato che l’evangelizzazione di tutto il Piemonte avesse seguito i nodi politicamente importanti da Vercelli a Torino per estendersi alle periferie montane.
Tuttavia si deve tener presente che mentre a Vercelli la serie dei vescovi inizia con Sant’Eusebio nel 350, sul lato opposto della Alpi, in Provenza, ad Arles vi era un vescovo da oltre cent’anni, con San Trofimo ricordato nel 250, ed in quella città si era tenuto un concilio di vescovi nel 314 a cui erano presenti un diacono ed un esorcista rappresentanti della chiesa di Nizza. La stessa Liguria vanta un’evangelizzazione già nel terzo secolo in collegamento con Milano. In Piemonte la diocesi che vanta una cronotassi episcopale più antica è Tortona, con vescovi nel III secolo, come a Milano. E Tortona era l’inizio della via Iulia Augusta, verso Savona e Nizza, fino ad Arles; si tratta del collegamento che era stato fatto costruire da Augusto e che passava anche attraverso la strada del colle di Tenda tra Pollenzo e Trofeo delle Alpi, sopra Monaco.
Come già accennato in precedente articolo, i racconti delle missioni e dei miracoli operati da San Dalmazzo, evangelizzatore itinerante, si sono sviluppati proprio lungo questa via imperiale, da Pedona a Pavia. Le tradizioni sul suo conto furono troppo esuberanti fino ad ipotizzare più luoghi del suo martirio, rendendo meno credibile la sua morte nel 254. Solo la recente indagine archeologica sotto la chiesa di Borgo San Dalmazzo ha dato ragione alla tradizione locale, attestando la continuità di culto dalla necropoli romana al monastero a lui dedicato.
I santi tebei, testimoni cristiani sulle Alpi occidentali
Altro capitolo ricco di fantasia per la predicazione cristiana del Piemonte riguarda la Legione tebea. Per la mentalità attuale può stupire che tra i personaggi che hanno collaborato maggiormente alla diffusione del cristianesimo ci siano stati i militari. Erano soggetti a spostamenti anche su grandi distanze e spesso erano confusi come funzionari dell’impero. Basti ricordare che due importantissimi vescovi del quarto secolo, Ambrogio a Milano e Martino a Tours, provenivano dai ranghi dei pubblici funzionari e dei militari.
Su una linea simile si colloca la popolarità che nelle Alpi occidentali ebbero i martiri della legione tebea. La critica storica ne dibatte da tempo l’autenticità, soprattutto con il passaggio dal racconto di quattro nomi riportati da Eucherio di Lione verso il 440 alle decine di martiri locali arruolati dal canonico Guglielmo Baldesano nella sua “Sacra histoira thebea” pubblicata a Torino nel 1588, ripubblicata nel 1604, con un elenco aumentato e con le centinaia di altri martiri tebei venerati anche nella ragione del Reno. I martiri tebei sono numerosi e dispersi e forse non è stata fatta una verifica del loro culto in rapporto ai resti di vie romane o di percorsi medievali. Emblematico è il santuario di San Magno a Castelmagno, per il quale non vi sono nemmeno racconti medievali; eppure presso il santuario vi sono reperti di epoca romana ed il culto, a lui reso in questi ultimi secoli, si è così radicato, che nemmeno si accetta l’ipotesi che non sia stato sui nostri monti, ma possa essere confuso con il più noto San Magno, apostolo delle Alpi svizzere e bavaresi.
L’Europa medievale dei pellegrini in cammino e delle reti monastiche di accoglienza
L’idea corrente sul medioevo richiama invasioni di barbari e scorrerie di saraceni, lotte tra feudatari e tra papi ed imperatori, con servi della gleba e nobili sfruttatori, in un paesaggio chiuso sotto l’arcigno controllo di castelli. Eppure sono stati i secoli in cui sul vecchio continente è circolata una cultura unificante incredibile, favorita dalla comune lingua latina, dalla teorica unità politica sotto il sacro romano impero, in cui circolavano molti pellegrini. Non erano folle di migranti per necessità, ma piccoli nuclei di liberi camminatori, alla ricerca di una metà che andava oltre le logiche di commercio e di calcoli politici. Avevano tempo per guardarsi attorno, sostare dove trovavano accoglienza, ascoltare e raccontare, diffondendo una comune cultura. In contrasto apparente con questo movimento, il monachesimo, sorto da persone che sceglievano la stabilità di vita, con un ritmo quotidiano di preghiera e lavoro, divenne il supporto più sicuro per le tappe dei pellegrini. Nel 1992, in occasione del congegno “Cristianesimo ed Europa” era stata allestita una mostra in San Francesco in cui si era illustrata la rete di abbazie e priorati che, nel territorio corrispondente alla provincia di Cuneo, formavano il supporto ad alcuni percorsi per flussi di pellegrini verso le grandi mete religiose: Terra Santa, Roma, Santiago, per citarne alcune delle più note.
Va considerato un fenomeno interessante: molte di queste strutture monastiche, che formavano il supporto per i pellegrini, hanno avuto consistenza solo per il tempo dei pellegrinaggi, tra il X e XIV secolo; gli antichi priorati ed ospizi sono scomparsi con la fine dell’ondata dei pellegrini, lasciando talora le loro chiese come future sedi parrocchiali.
Gli ordini mendicanti: instancabili camminatori e grandi predicatori
Il capovolgimento della vita religiosa operata con gli ordini mendicanti, rispetto al monachesimo benedettino, ha rimesso in cammino anche i frati, che volevano imitare i primi apostoli inviati dal Signore Gesù. I loro conventi non erano più case per restare stabili ed accogliere pellegrini, ma strutture di formazione per prepararsi ai viaggi di predicazione o costituivano avamposti a servizio delle predicazione in paesi compresi in ampi raggi attorno ai conventi. Un esempio s nel nostro territorio, nel sei-settecento, sono stati i conventi dei cappuccini a Caraglio, Demonte e Limone Piemonte, da cui i frati partivano per predicare sulle piazze e confessare nelle chiese delle rispettive valli.
La cronaca di Cuneo del Rebaccini ricorda tra vari predicatori passati a Cuneo il beato Vincenzo di Valencia, nei primi anni del quattrocento. Si tratta di San Vincenzo Ferrer, un domenicano soprannominato la “tromba di Dio”, perché minacciava l’ira del giudizio divino su prepotenti e sfruttatori dei poveri; si può ritenere con una certa attendibilità che percorse la valle Stura, dove in molte parrocchie la sua immagine era presente presso i pulpiti; a Cuneo è contitolare della chiesa di Sant’Ambrogio e la sua statua è nella nicchia della facciata della chiesa.
Ma sono stati soprattutto i francescani a predicare nel cuneese. Il più moto è San Bernardino da Siena, grande apostolo dell’infanzia di Gesù e del suo nome, che era raffigurato con le lettere IHS racchiuse in un disco solare radioso; di questo emblema sono rimaste scolpiti o dipinti vari esempi da Cuneo a Limone, nel suo probabile itinerario tra Piemonte e Liguria, verso il 1417-1420.
Illusioni di comunità cristiane autarchiche ed autoreferenziali
Questi cenni sul servizio delle strade a favore del vangelo non sono pure memorie storiche, da ricordare per mera curiosità, rispetto a delle comunità che si dicono cristiane e pensano di essere ormai autonome, perché sono ben attrezzate di campanile, parroco e strutture pastorali collaudate. L’asfissia recente delle nostre comunità in parte è anche collegata con l’autarchia delle ultime generazioni, in cui le diocesi e le parrocchie sono state il recinto ben coltivato, senza più bisogno di apporti esterni.
Le ultime ondate di contatti esterni per la nostra diocesi sono state quelle dei movimenti ecclesiali del tempo conciliare, sopportati per qualche anno dalle strutture locali. Il deperimento di carica spirituale si è manifestato vistosamente tra i laici, in particolari nei giovani, senza che il clero si rendesse molto conto della mancanza di ossigeno in una pastorale fatta di strutture ed iniziative autoreferenziali, distaccata da dialogo con la cultura, la scienza, i costumi in rapido cambiamento. D’altronde la chiusura nella difesa delle prerogative locali non è una novità. Ad inizio settecento fra Benigno Dalmazzo era stato chiamato a Vinadio dagli amministratori a predicare il quaresimale; presentatosi al parroco questi non lo accolse, anzi chiuse le porte della chiesa per evitare l’accesso dei fedeli. L’umile frate si dispose a riprendere la via del ritorno, soffermandosi a pregare sui gradini del protiro; con stupore, la porta della chiesa si aprì, tanto che lo stesso parroco riconobbe l’evento come invito divino ad aprire il cuore suo e dei suoi fedeli al frate intruso!
(fine prima serie dei percorsi d’autunno)
Quando le strade contavano più dei campanili
19 novembre 2022
Cuneo
Demonte, chiesa di San Donato: l’immagine di San Vincenzo Ferrer sul pulpito di un tempo, a ricordo del suo passaggio in valle Stura.
Dopo la carrellata lungo le strade antiche delle valli cuneesi, appare evidente che l’oggetto specifico di questi appunti non sia la storia delle strade per se stesse, né un invito di tipo turistico per qualche passeggiata nei suggestivi paesaggi autunnali sulle belle Alpi Marittime. La presentazione del ruolo della rete stradale è fondamentale per lo sviluppo socio-economico del territorio, ma è anche stato basilare per la diffusione del cristianesimo e, per oltre mille anni, è stato uno elemento decisivo per la formazione delle comunità locali.
Dato che Gesù Cristo non è nato né vissuto all’ombra di qualche nostro campanile, il suo messaggio per giungere fino a noi ha dovuto fare molta strada. Si può affermare che per oltre mille anni le strade sono state più importanti dei campanili per la vita dei cristiani. Gli stessi monasteri e priorati medievali, che appaiono come emblema di stabilità, sorsero per lo più in rapporto con le strade, con gli itinerari di pellegrini e come punti di ospitalità in luoghi difficili di passi alpini, di guadi di fiumi e di crocevia locali verso santuari lontani.
Questo dinamismo non è riscontrabile solo per i tempi di diffusione del cristianesimo, ma è stato una costante per la vitalità di molte generazioni, che, pur dopo periodi di strutturazione ecclesiale nei nostri territori, hanno ritrovato slancio grazie all’apporto di nuove esperienze evangeliche, rinnovatrici rispetto a sclerotizzazioni o decadenze dal clima di fede in Cristo e di rinnovata coerenza col suo messaggio.
Quali le strade degli evangelizzatori locali?
Per giungere nel territorio delle Alpi Marittime il testimone della proposta cristiana è passato lentamente attraverso una catena di trasmissione di cui spesso ignoriamo gli anelli e le tappe. Così sono praticamente sconosciute le vie e gli evangelizzatori delle nostre valli. Le tradizioni sabaude darebbero per scontato che l’evangelizzazione di tutto il Piemonte avesse seguito i nodi politicamente importanti da Vercelli a Torino per estendersi alle periferie montane.
Tuttavia si deve tener presente che mentre a Vercelli la serie dei vescovi inizia con Sant’Eusebio nel 350, sul lato opposto della Alpi, in Provenza, ad Arles vi era un vescovo da oltre cent’anni, con San Trofimo ricordato nel 250, ed in quella città si era tenuto un concilio di vescovi nel 314 a cui erano presenti un diacono ed un esorcista rappresentanti della chiesa di Nizza. La stessa Liguria vanta un’evangelizzazione già nel terzo secolo in collegamento con Milano. In Piemonte la diocesi che vanta una cronotassi episcopale più antica è Tortona, con vescovi nel III secolo, come a Milano. E Tortona era l’inizio della via Iulia Augusta, verso Savona e Nizza, fino ad Arles; si tratta del collegamento che era stato fatto costruire da Augusto e che passava anche attraverso la strada del colle di Tenda tra Pollenzo e Trofeo delle Alpi, sopra Monaco.
Come già accennato in precedente articolo, i racconti delle missioni e dei miracoli operati da San Dalmazzo, evangelizzatore itinerante, si sono sviluppati proprio lungo questa via imperiale, da Pedona a Pavia. Le tradizioni sul suo conto furono troppo esuberanti fino ad ipotizzare più luoghi del suo martirio, rendendo meno credibile la sua morte nel 254. Solo la recente indagine archeologica sotto la chiesa di Borgo San Dalmazzo ha dato ragione alla tradizione locale, attestando la continuità di culto dalla necropoli romana al monastero a lui dedicato.
I santi tebei, testimoni cristiani sulle Alpi occidentali
Altro capitolo ricco di fantasia per la predicazione cristiana del Piemonte riguarda la Legione tebea. Per la mentalità attuale può stupire che tra i personaggi che hanno collaborato maggiormente alla diffusione del cristianesimo ci siano stati i militari. Erano soggetti a spostamenti anche su grandi distanze e spesso erano confusi come funzionari dell’impero. Basti ricordare che due importantissimi vescovi del quarto secolo, Ambrogio a Milano e Martino a Tours, provenivano dai ranghi dei pubblici funzionari e dei militari.
Su una linea simile si colloca la popolarità che nelle Alpi occidentali ebbero i martiri della legione tebea. La critica storica ne dibatte da tempo l’autenticità, soprattutto con il passaggio dal racconto di quattro nomi riportati da Eucherio di Lione verso il 440 alle decine di martiri locali arruolati dal canonico Guglielmo Baldesano nella sua “Sacra histoira thebea” pubblicata a Torino nel 1588, ripubblicata nel 1604, con un elenco aumentato e con le centinaia di altri martiri tebei venerati anche nella ragione del Reno. I martiri tebei sono numerosi e dispersi e forse non è stata fatta una verifica del loro culto in rapporto ai resti di vie romane o di percorsi medievali. Emblematico è il santuario di San Magno a Castelmagno, per il quale non vi sono nemmeno racconti medievali; eppure presso il santuario vi sono reperti di epoca romana ed il culto, a lui reso in questi ultimi secoli, si è così radicato, che nemmeno si accetta l’ipotesi che non sia stato sui nostri monti, ma possa essere confuso con il più noto San Magno, apostolo delle Alpi svizzere e bavaresi.
L’Europa medievale dei pellegrini in cammino e delle reti monastiche di accoglienza
L’idea corrente sul medioevo richiama invasioni di barbari e scorrerie di saraceni, lotte tra feudatari e tra papi ed imperatori, con servi della gleba e nobili sfruttatori, in un paesaggio chiuso sotto l’arcigno controllo di castelli. Eppure sono stati i secoli in cui sul vecchio continente è circolata una cultura unificante incredibile, favorita dalla comune lingua latina, dalla teorica unità politica sotto il sacro romano impero, in cui circolavano molti pellegrini. Non erano folle di migranti per necessità, ma piccoli nuclei di liberi camminatori, alla ricerca di una metà che andava oltre le logiche di commercio e di calcoli politici. Avevano tempo per guardarsi attorno, sostare dove trovavano accoglienza, ascoltare e raccontare, diffondendo una comune cultura. In contrasto apparente con questo movimento, il monachesimo, sorto da persone che sceglievano la stabilità di vita, con un ritmo quotidiano di preghiera e lavoro, divenne il supporto più sicuro per le tappe dei pellegrini. Nel 1992, in occasione del congegno “Cristianesimo ed Europa” era stata allestita una mostra in San Francesco in cui si era illustrata la rete di abbazie e priorati che, nel territorio corrispondente alla provincia di Cuneo, formavano il supporto ad alcuni percorsi per flussi di pellegrini verso le grandi mete religiose: Terra Santa, Roma, Santiago, per citarne alcune delle più note.
Va considerato un fenomeno interessante: molte di queste strutture monastiche, che formavano il supporto per i pellegrini, hanno avuto consistenza solo per il tempo dei pellegrinaggi, tra il X e XIV secolo; gli antichi priorati ed ospizi sono scomparsi con la fine dell’ondata dei pellegrini, lasciando talora le loro chiese come future sedi parrocchiali.
Gli ordini mendicanti: instancabili camminatori e grandi predicatori
Il capovolgimento della vita religiosa operata con gli ordini mendicanti, rispetto al monachesimo benedettino, ha rimesso in cammino anche i frati, che volevano imitare i primi apostoli inviati dal Signore Gesù. I loro conventi non erano più case per restare stabili ed accogliere pellegrini, ma strutture di formazione per prepararsi ai viaggi di predicazione o costituivano avamposti a servizio delle predicazione in paesi compresi in ampi raggi attorno ai conventi. Un esempio s nel nostro territorio, nel sei-settecento, sono stati i conventi dei cappuccini a Caraglio, Demonte e Limone Piemonte, da cui i frati partivano per predicare sulle piazze e confessare nelle chiese delle rispettive valli.
La cronaca di Cuneo del Rebaccini ricorda tra vari predicatori passati a Cuneo il beato Vincenzo di Valencia, nei primi anni del quattrocento. Si tratta di San Vincenzo Ferrer, un domenicano soprannominato la “tromba di Dio”, perché minacciava l’ira del giudizio divino su prepotenti e sfruttatori dei poveri; si può ritenere con una certa attendibilità che percorse la valle Stura, dove in molte parrocchie la sua immagine era presente presso i pulpiti; a Cuneo è contitolare della chiesa di Sant’Ambrogio e la sua statua è nella nicchia della facciata della chiesa.
Ma sono stati soprattutto i francescani a predicare nel cuneese. Il più moto è San Bernardino da Siena, grande apostolo dell’infanzia di Gesù e del suo nome, che era raffigurato con le lettere IHS racchiuse in un disco solare radioso; di questo emblema sono rimaste scolpiti o dipinti vari esempi da Cuneo a Limone, nel suo probabile itinerario tra Piemonte e Liguria, verso il 1417-1420.
Illusioni di comunità cristiane autarchiche ed autoreferenziali
Questi cenni sul servizio delle strade a favore del vangelo non sono pure memorie storiche, da ricordare per mera curiosità, rispetto a delle comunità che si dicono cristiane e pensano di essere ormai autonome, perché sono ben attrezzate di campanile, parroco e strutture pastorali collaudate. L’asfissia recente delle nostre comunità in parte è anche collegata con l’autarchia delle ultime generazioni, in cui le diocesi e le parrocchie sono state il recinto ben coltivato, senza più bisogno di apporti esterni.
Le ultime ondate di contatti esterni per la nostra diocesi sono state quelle dei movimenti ecclesiali del tempo conciliare, sopportati per qualche anno dalle strutture locali. Il deperimento di carica spirituale si è manifestato vistosamente tra i laici, in particolari nei giovani, senza che il clero si rendesse molto conto della mancanza di ossigeno in una pastorale fatta di strutture ed iniziative autoreferenziali, distaccata da dialogo con la cultura, la scienza, i costumi in rapido cambiamento. D’altronde la chiusura nella difesa delle prerogative locali non è una novità. Ad inizio settecento fra Benigno Dalmazzo era stato chiamato a Vinadio dagli amministratori a predicare il quaresimale; presentatosi al parroco questi non lo accolse, anzi chiuse le porte della chiesa per evitare l’accesso dei fedeli. L’umile frate si dispose a riprendere la via del ritorno, soffermandosi a pregare sui gradini del protiro; con stupore, la porta della chiesa si aprì, tanto che lo stesso parroco riconobbe l’evento come invito divino ad aprire il cuore suo e dei suoi fedeli al frate intruso!
(fine prima serie dei percorsi d’autunno)