Dal “do ut des”, do perché tu dia, al “do ut sis”, do perché tu sia. Così Vito Mancuso sul tema del dono. Dalla scelta di dare per vincolare l’altro alla restituzione; dall’idea di dare come ostentazione di potere personale; all’idea del dono svincolato dall’aspettativa di un risultato, il donare gratis, etimologicamente inteso come “per grazia”. Ma anche chi dona gratuitamente lo fa davvero senza attese? Di solito, umanamente, un’attesa c’è: quella che il dono allieti l’altro, gli strappi un sorriso, un moto di fiducia nella vita e nella misteriosa danza “del dare e del ricevere”. Può accadere tuttavia che il destinatario del dono non sorrida, non ringrazi, non provi alcun moto di fiducia, ma anzi resti bloccato dentro uno scomodo imbarazzo. In qualcuno sarà la preoccupazione di sdebitarsi, in altri il sentirsi immeritevoli. Nel romanzo di J.D. Salinger, “Il giovane Holden”, c’è un passaggio commovente che descrive bene questa seconda opzione: “Quando qualcuno mi fa un regalo, quasi sempre finisce che mi intristisco”. Holden è un adolescente, espulso dal college per la seconda volta, che non osa tornare a casa dai genitori. Aveva un fratello di due anni più giovane, Allie, morto di leucemia, un ragazzino eccezionale a cui lui è “colpevolmente” sopravvissuto. Così si sente. Ne conserva il guantone da baseball, le poesie, il ricordo della risata. Ecco: la risata di Allie appartiene a quelli che Vito Mancuso chiama i doni “psichici”, quelli che non puoi comprare, perché vengono dall’anima, in greco “psyché”. Ne abbiamo più bisogno di quanto immaginiamo, perché non siamo solo corpo ma anche anima, e non ci sono doni materiali in grado di farla vibrare, se non quelli che originano dalla dimensione cui essa appartiene. E questa dimensione ha a che fare con un desiderio di donare che scaturisce nel donatore dal senso di gratitudine, compiutezza, pienezza, che la consapevolezza di tutto quello che c’è (e dunque in realtà non manca) chiede di manifestare. È quel miracoloso sentirsi “pieni di grazia” che non può che tradursi, senza calcolo, nell’entusiasmo del dono.
editoriale
Dal “do ut des”, do perché tu dia, al “do ut sis”, do perché tu sia. Così Vito Mancuso sul tema del dono. Dalla scelta di dare per vincolare l’altro alla restituzione; dall’idea di dare come ostentazione di potere personale; all’idea del dono svincolato dall’aspettativa di un risultato, il donare gratis, etimologicamente inteso come “per grazia”. Ma anche chi dona gratuitamente lo fa davvero senza attese? Di solito, umanamente, un’attesa c’è: quella che il dono allieti l’altro, gli strappi un sorriso, un moto di fiducia nella vita e nella misteriosa danza “del dare e del ricevere”. Può accadere tuttavia che il destinatario del dono non sorrida, non ringrazi, non provi alcun moto di fiducia, ma anzi resti bloccato dentro uno scomodo imbarazzo. In qualcuno sarà la preoccupazione di sdebitarsi, in altri il sentirsi immeritevoli. Nel romanzo di J.D. Salinger, “Il giovane Holden”, c’è un passaggio commovente che descrive bene questa seconda opzione: “Quando qualcuno mi fa un regalo, quasi sempre finisce che mi intristisco”. Holden è un adolescente, espulso dal college per la seconda volta, che non osa tornare a casa dai genitori. Aveva un fratello di due anni più giovane, Allie, morto di leucemia, un ragazzino eccezionale a cui lui è “colpevolmente” sopravvissuto. Così si sente. Ne conserva il guantone da baseball, le poesie, il ricordo della risata. Ecco: la risata di Allie appartiene a quelli che Vito Mancuso chiama i doni “psichici”, quelli che non puoi comprare, perché vengono dall’anima, in greco “psyché”. Ne abbiamo più bisogno di quanto immaginiamo, perché non siamo solo corpo ma anche anima, e non ci sono doni materiali in grado di farla vibrare, se non quelli che originano dalla dimensione cui essa appartiene. E questa dimensione ha a che fare con un desiderio di donare che scaturisce nel donatore dal senso di gratitudine, compiutezza, pienezza, che la consapevolezza di tutto quello che c’è (e dunque in realtà non manca) chiede di manifestare. È quel miracoloso sentirsi “pieni di grazia” che non può che tradursi, senza calcolo, nell’entusiasmo del dono.
L’entusiamo del dono
04 novembre 2022
Cuneo
Dal “do ut des”, do perché tu dia, al “do ut sis”, do perché tu sia. Così Vito Mancuso sul tema del dono. Dalla scelta di dare per vincolare l’altro alla restituzione; dall’idea di dare come ostentazione di potere personale; all’idea del dono svincolato dall’aspettativa di un risultato, il donare gratis, etimologicamente inteso come “per grazia”. Ma anche chi dona gratuitamente lo fa davvero senza attese? Di solito, umanamente, un’attesa c’è: quella che il dono allieti l’altro, gli strappi un sorriso, un moto di fiducia nella vita e nella misteriosa danza “del dare e del ricevere”. Può accadere tuttavia che il destinatario del dono non sorrida, non ringrazi, non provi alcun moto di fiducia, ma anzi resti bloccato dentro uno scomodo imbarazzo. In qualcuno sarà la preoccupazione di sdebitarsi, in altri il sentirsi immeritevoli. Nel romanzo di J.D. Salinger, “Il giovane Holden”, c’è un passaggio commovente che descrive bene questa seconda opzione: “Quando qualcuno mi fa un regalo, quasi sempre finisce che mi intristisco”. Holden è un adolescente, espulso dal college per la seconda volta, che non osa tornare a casa dai genitori. Aveva un fratello di due anni più giovane, Allie, morto di leucemia, un ragazzino eccezionale a cui lui è “colpevolmente” sopravvissuto. Così si sente. Ne conserva il guantone da baseball, le poesie, il ricordo della risata. Ecco: la risata di Allie appartiene a quelli che Vito Mancuso chiama i doni “psichici”, quelli che non puoi comprare, perché vengono dall’anima, in greco “psyché”. Ne abbiamo più bisogno di quanto immaginiamo, perché non siamo solo corpo ma anche anima, e non ci sono doni materiali in grado di farla vibrare, se non quelli che originano dalla dimensione cui essa appartiene. E questa dimensione ha a che fare con un desiderio di donare che scaturisce nel donatore dal senso di gratitudine, compiutezza, pienezza, che la consapevolezza di tutto quello che c’è (e dunque in realtà non manca) chiede di manifestare. È quel miracoloso sentirsi “pieni di grazia” che non può che tradursi, senza calcolo, nell’entusiasmo del dono.