Tra i temi intorno ai quali il confronto è stato più acceso in questo inizio di legislatura c’è quello della tutela della vita nascente che, invece, meriterebbe tutta la delicatezza, la tenerezza e l’onestà intellettuale possibili.
Basterebbe leggere i dati sulle interruzioni volontarie della gravidanza in Italia per constatare come potrebbe esserci ampio margine per trovare spazi per percorsi condivisi per la tutela delle donne maggiormente in difficoltà e per proteggere la vita di chi è più indifeso.
Secondo i dati raccolti dall’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2020 (l’anno più recente per il quale è stato effettuato il rilevamento), le interruzioni volontarie della gravidanza nel nostro paese sono state 65.757. I dati disponibili online rivelano molto delle circostanze in cui l’interruzione è avvenuta.
L’età delle donne che maggiormente sono ricorse all’interruzione volontaria è nella fascia compresa tra i 25 e i 39 anni, mentre le giovani o giovanissime (fino ai 19 anni) incidono per il 6,50% circa del totale, con un’età media superiore ai trent’anni. Nonostante questo tipo di riferimenti anagrafici, risulta che oltre il 41% degli aborti volontari provenga da donne in possesso del solo titolo di licenza media, o licenza di scuola elementare oppure che non dichiarano il proprio titolo di studio. Meno di una donna su due che abortisce (il 45% circa) possiede un lavoro.
Se questi sono i numeri, le informazioni che se ne possano ricavare portano a tracciare un quadro fortemente segnato dalla scarsa istruzione e dall’assenza di certezze occupazionali.
Per quanto riguarda i dati locali e a noi più vicini, si scopre che la Provincia di Cuneo è la seconda in Piemonte per interruzioni volontarie della gravidanza, ovviamente dopo Torino. Nel 2020, le interruzioni volontarie in Piemonte sono state 5.620, delle quali 3.501 in Provincia di Torino, 596 nella Provincia di Cuneo, 512 in quella di Alessandria; seguono, distaccate, Novara con 252, Vercelli con 219, Asti con 210, Verbano-Cusio-Ossola con 173, e Biella con 157.
Per quel che riguarda la Provincia di Cuneo si tratta di un dato consolidato, seppure in calo in termini di valori assoluti, poiché anche nel 2019 e nel 2018 la nostra Provincia, sempre dopo quella di Torino, è stata quella con maggiori interruzioni volontarie della gravidanza in regione.
Volendo entrare ulteriormente nel dettaglio della nostra provincia, si scopre che, nel 2020, a fronte delle 596 interruzioni volontarie della gravidanza praticate in provincia, sono state 616 le donne residenti nella nostra provincia a ricorrervi (dunque, alcune di loro si sono recate in altre province) e, soprattutto, che di queste 616 donne, solamente 318 sono nate nella Provincia di Cuneo.
Numeri di questo tipo possono contribuire ad aprire gli occhi su una realtà che sfugge alle semplificazioni di un dibattito politico troppo spesso strumentale e su un certo modo di parlare che sa molto di ideologia.
Temi come quelli della vita sono altamente sensibili, ed è quasi inevitabile che le diverse posizioni siano distanti tra loro. Se c’è, però, un’urgenza che dovrebbe accomunare i difensori della vita del nascituro e quelli della libertà di scelta della madre, questa è o dovrebbe essere la necessità di intervenire in modo serio, strutturale e duraturo sullo stato di abbandono nel quale vengono a trovarsi troppe donne in gravidanza.
Le radici economiche della decisione di interrompere la gravidanza sono talmente evidenti da rendere non più differibile l’introduzione di misure a sostegno di una maternità che viene sempre più ridotta a un fatto privato, come se la nascita di un bambino non riguardasse l’intera comunità. Fa una certa specie vedere e constatare come sia stato più semplice arrivare al contestatissimo reddito di cittadinanza di quanto non sia addirittura parlare di un reddito di maternità.
Quando si parla di legge sull’aborto, il pensiero corre inevitabilmente alla legge n. 194 del 1978. In realtà, il quadro normativo da riferire a questo tema è ben più ampio e comprende, ad esempio, le norme sul diritto all’istruzione e contro la dispersione scolastica, quelle sull’accesso al lavoro, quelle sul sostegno ai redditi delle giovani famiglie o anche quelle sull’immigrazione.
Si tratta di questioni fondamentali, molto più vicine a noi di quanto non ci piaccia pensare, (come dimostrano i dati relativi alla Provincia di Cuneo) e, soprattutto, troppo importanti per continuare a voler ragionare per appartenenze.
editoriale
Tra i temi intorno ai quali il confronto è stato più acceso in questo inizio di legislatura c’è quello della tutela della vita nascente che, invece, meriterebbe tutta la delicatezza, la tenerezza e l’onestà intellettuale possibili.
Basterebbe leggere i dati sulle interruzioni volontarie della gravidanza in Italia per constatare come potrebbe esserci ampio margine per trovare spazi per percorsi condivisi per la tutela delle donne maggiormente in difficoltà e per proteggere la vita di chi è più indifeso.
Secondo i dati raccolti dall’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2020 (l’anno più recente per il quale è stato effettuato il rilevamento), le interruzioni volontarie della gravidanza nel nostro paese sono state 65.757. I dati disponibili online rivelano molto delle circostanze in cui l’interruzione è avvenuta.
L’età delle donne che maggiormente sono ricorse all’interruzione volontaria è nella fascia compresa tra i 25 e i 39 anni, mentre le giovani o giovanissime (fino ai 19 anni) incidono per il 6,50% circa del totale, con un’età media superiore ai trent’anni. Nonostante questo tipo di riferimenti anagrafici, risulta che oltre il 41% degli aborti volontari provenga da donne in possesso del solo titolo di licenza media, o licenza di scuola elementare oppure che non dichiarano il proprio titolo di studio. Meno di una donna su due che abortisce (il 45% circa) possiede un lavoro.
Se questi sono i numeri, le informazioni che se ne possano ricavare portano a tracciare un quadro fortemente segnato dalla scarsa istruzione e dall’assenza di certezze occupazionali.
Per quanto riguarda i dati locali e a noi più vicini, si scopre che la Provincia di Cuneo è la seconda in Piemonte per interruzioni volontarie della gravidanza, ovviamente dopo Torino. Nel 2020, le interruzioni volontarie in Piemonte sono state 5.620, delle quali 3.501 in Provincia di Torino, 596 nella Provincia di Cuneo, 512 in quella di Alessandria; seguono, distaccate, Novara con 252, Vercelli con 219, Asti con 210, Verbano-Cusio-Ossola con 173, e Biella con 157.
Per quel che riguarda la Provincia di Cuneo si tratta di un dato consolidato, seppure in calo in termini di valori assoluti, poiché anche nel 2019 e nel 2018 la nostra Provincia, sempre dopo quella di Torino, è stata quella con maggiori interruzioni volontarie della gravidanza in regione.
Volendo entrare ulteriormente nel dettaglio della nostra provincia, si scopre che, nel 2020, a fronte delle 596 interruzioni volontarie della gravidanza praticate in provincia, sono state 616 le donne residenti nella nostra provincia a ricorrervi (dunque, alcune di loro si sono recate in altre province) e, soprattutto, che di queste 616 donne, solamente 318 sono nate nella Provincia di Cuneo.
Numeri di questo tipo possono contribuire ad aprire gli occhi su una realtà che sfugge alle semplificazioni di un dibattito politico troppo spesso strumentale e su un certo modo di parlare che sa molto di ideologia.
Temi come quelli della vita sono altamente sensibili, ed è quasi inevitabile che le diverse posizioni siano distanti tra loro. Se c’è, però, un’urgenza che dovrebbe accomunare i difensori della vita del nascituro e quelli della libertà di scelta della madre, questa è o dovrebbe essere la necessità di intervenire in modo serio, strutturale e duraturo sullo stato di abbandono nel quale vengono a trovarsi troppe donne in gravidanza.
Le radici economiche della decisione di interrompere la gravidanza sono talmente evidenti da rendere non più differibile l’introduzione di misure a sostegno di una maternità che viene sempre più ridotta a un fatto privato, come se la nascita di un bambino non riguardasse l’intera comunità. Fa una certa specie vedere e constatare come sia stato più semplice arrivare al contestatissimo reddito di cittadinanza di quanto non sia addirittura parlare di un reddito di maternità.
Quando si parla di legge sull’aborto, il pensiero corre inevitabilmente alla legge n. 194 del 1978. In realtà, il quadro normativo da riferire a questo tema è ben più ampio e comprende, ad esempio, le norme sul diritto all’istruzione e contro la dispersione scolastica, quelle sull’accesso al lavoro, quelle sul sostegno ai redditi delle giovani famiglie o anche quelle sull’immigrazione.
Si tratta di questioni fondamentali, molto più vicine a noi di quanto non ci piaccia pensare, (come dimostrano i dati relativi alla Provincia di Cuneo) e, soprattutto, troppo importanti per continuare a voler ragionare per appartenenze.
Aborto e legge 194
30 ottobre 2022
Cuneo
Tra i temi intorno ai quali il confronto è stato più acceso in questo inizio di legislatura c’è quello della tutela della vita nascente che, invece, meriterebbe tutta la delicatezza, la tenerezza e l’onestà intellettuale possibili.
Basterebbe leggere i dati sulle interruzioni volontarie della gravidanza in Italia per constatare come potrebbe esserci ampio margine per trovare spazi per percorsi condivisi per la tutela delle donne maggiormente in difficoltà e per proteggere la vita di chi è più indifeso.
Secondo i dati raccolti dall’Istituto Nazionale di Statistica, nel 2020 (l’anno più recente per il quale è stato effettuato il rilevamento), le interruzioni volontarie della gravidanza nel nostro paese sono state 65.757. I dati disponibili online rivelano molto delle circostanze in cui l’interruzione è avvenuta.
L’età delle donne che maggiormente sono ricorse all’interruzione volontaria è nella fascia compresa tra i 25 e i 39 anni, mentre le giovani o giovanissime (fino ai 19 anni) incidono per il 6,50% circa del totale, con un’età media superiore ai trent’anni. Nonostante questo tipo di riferimenti anagrafici, risulta che oltre il 41% degli aborti volontari provenga da donne in possesso del solo titolo di licenza media, o licenza di scuola elementare oppure che non dichiarano il proprio titolo di studio. Meno di una donna su due che abortisce (il 45% circa) possiede un lavoro.
Se questi sono i numeri, le informazioni che se ne possano ricavare portano a tracciare un quadro fortemente segnato dalla scarsa istruzione e dall’assenza di certezze occupazionali.
Per quanto riguarda i dati locali e a noi più vicini, si scopre che la Provincia di Cuneo è la seconda in Piemonte per interruzioni volontarie della gravidanza, ovviamente dopo Torino. Nel 2020, le interruzioni volontarie in Piemonte sono state 5.620, delle quali 3.501 in Provincia di Torino, 596 nella Provincia di Cuneo, 512 in quella di Alessandria; seguono, distaccate, Novara con 252, Vercelli con 219, Asti con 210, Verbano-Cusio-Ossola con 173, e Biella con 157.
Per quel che riguarda la Provincia di Cuneo si tratta di un dato consolidato, seppure in calo in termini di valori assoluti, poiché anche nel 2019 e nel 2018 la nostra Provincia, sempre dopo quella di Torino, è stata quella con maggiori interruzioni volontarie della gravidanza in regione.
Volendo entrare ulteriormente nel dettaglio della nostra provincia, si scopre che, nel 2020, a fronte delle 596 interruzioni volontarie della gravidanza praticate in provincia, sono state 616 le donne residenti nella nostra provincia a ricorrervi (dunque, alcune di loro si sono recate in altre province) e, soprattutto, che di queste 616 donne, solamente 318 sono nate nella Provincia di Cuneo.
Numeri di questo tipo possono contribuire ad aprire gli occhi su una realtà che sfugge alle semplificazioni di un dibattito politico troppo spesso strumentale e su un certo modo di parlare che sa molto di ideologia.
Temi come quelli della vita sono altamente sensibili, ed è quasi inevitabile che le diverse posizioni siano distanti tra loro. Se c’è, però, un’urgenza che dovrebbe accomunare i difensori della vita del nascituro e quelli della libertà di scelta della madre, questa è o dovrebbe essere la necessità di intervenire in modo serio, strutturale e duraturo sullo stato di abbandono nel quale vengono a trovarsi troppe donne in gravidanza.
Le radici economiche della decisione di interrompere la gravidanza sono talmente evidenti da rendere non più differibile l’introduzione di misure a sostegno di una maternità che viene sempre più ridotta a un fatto privato, come se la nascita di un bambino non riguardasse l’intera comunità. Fa una certa specie vedere e constatare come sia stato più semplice arrivare al contestatissimo reddito di cittadinanza di quanto non sia addirittura parlare di un reddito di maternità.
Quando si parla di legge sull’aborto, il pensiero corre inevitabilmente alla legge n. 194 del 1978. In realtà, il quadro normativo da riferire a questo tema è ben più ampio e comprende, ad esempio, le norme sul diritto all’istruzione e contro la dispersione scolastica, quelle sull’accesso al lavoro, quelle sul sostegno ai redditi delle giovani famiglie o anche quelle sull’immigrazione.
Si tratta di questioni fondamentali, molto più vicine a noi di quanto non ci piaccia pensare, (come dimostrano i dati relativi alla Provincia di Cuneo) e, soprattutto, troppo importanti per continuare a voler ragionare per appartenenze.