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Letizia e la vita d’un tempo a Ferriere

14 ottobre 2022

Cuneo

“Sono nata qui a Ferriere, in alta Valle Stura, nella stalla: era il 19 ottobre 1935. Il mio era stato un parto difficile, mia madre non sentiva le voci di chi c’era ad aiutarla a farmi nascere e riprese a sentire solo quando arrivò il prete!”: sorride Letizia Giavelli, che ha una lucidità invidiabile e ricorda tutto. Ferriere (“balcone sul mondo” l’ha definita Franco Rovere) si trova a 1.890 metri di quota, fra panorami incantevoli, e nei mesi invernali non è raggiungibile con la strada, che resta chiusa.  I suoi genitori? Mio padre e mia madre coltivavano la terra: segala, orzo e frumento per fare le tagliatelle, con due mucche, un asino e una trentina di pecore. La povertà non l’ho conosciuta, mangiavo sempre pane di segala e burro, ma non ero una mangiona. Finite le veglie nelle stalle, mia mamma mi obbligava a bere un po’ di latte. Avevo tre sorelle, c’è ancora Severina, che è del 1934. Lei dove vive? Io abito a Lurisia con mio figlio Valter, quest’anno siamo saliti a Ferriere a metà giugno, per il matrimonio della mia nipote Greta Magnaldi. Poi torneremo a Lurisia. Le scuole? Ricordo che qui in prima elementare avevamo un maestro molto severo, che dava le bacchettate! Io imparavo, una mia cugina no e il maestro un giorno le ha dato una bacchettata che le aveva fatto venire l’occhio gonfio! Eravamo sei bambini. Nel 1947 sono scesa con la mia famiglia a Lurisia, dove il maestro ci trattava bene. Quante persone vivevano a Ferriere? Nel periodo della guerra, le case erano piene e c’erano 300 montanari. Io a 7 anni andavo già al pascolo con le mucche, ma non era facile: un giorno una mucca stava male, io ho strofinato il suo stomaco con dell’erba, lei era scivolata nel prato ed era morta. Aveva mangiato del veleno destinato alle volpi! Altri ricordi? Tanti! Ricordo bene il soldato siciliano che dopo la guerra si era fermato in canonica: faceva il sarto, mia mamma lo aiutava e lui dalle coperte militari abbandonati faceva dei cappotti, che mia madre tingeva di verde. Un giorno aveva buttato delle bucce di arance dalla finestra: non sapevo cosa erano, amare ma le ho mangiate lo stesso! E il pane? Era di segala e veniva cotto nel forno comunitario una volta all’anno. Il forno poteva contenere una quarantina di grossi pani: l’ordine del suo uso da parte delle famiglie della borgata avveniva per sorteggio. E suo padre? Era una persona buona, così come era buona mia madre. Mai hanno alzato le mani contro di noi. Noi però eravamo abbastanza ubbidienti. Che ricordi ha della guerra? Ricordo quel giorno in cui sono arrivate le SS e ci hanno messi tutti davanti al muro, davanti alla chiesa. Avevamo paura! Mio padre quando li aveva visti arrivare era scappato in un nascondiglio, portando via le galline. I soldati avevano fame e ad allora siamo andati nelle case a raccogliere le uova per le SS e mia mamma le ha fatte cuocere per tutti. Quando non c’era la strada, come facevate? Salivamo a piedi, portando su quanto era necessario. Mio padre faceva il falegname e costruiva anche le casse da morto. Una volta scendevano metri di neve ma le case erano pensate per poterci vivere dentro senza dover uscire all’aperto, con tutti i collegamenti necessari fra i vari locali. Quando moriva qualcuno, se c’era tanta neve, il morto veniva custodito in una cassa, sul balcone di casa, fino all’arrivo della primavera, quando la terra del cimitero sgelava. Le strada da Argentera a qui è stata fatta negli anni Settanta. Vivere quassù era difficile? Mio padre, che suonava anche la fisarmonica, ci diceva sempre: ‘Meglio vivere a Lurisia e avere niente, che vivere a Ferriere, con tanta terra!’. Qui la vita era troppo dura. Le veglie le facevate? Sì, certamente! Io facevo la maglia, le altre cucivano. I ragazzi giocavano al “Sergente buscattiere, a ognuno il suo mestiere”. C’era una nostra vicina di casa, sepolta qui vicino nel cimitero, che raccontava sempre le storie strane delle masche, che facevano paura: ma io non ci ho mai creduto! Come ha conosciuto suo marito? Giuseppe Magnaldi arrivava quassù nella borgata per tagliare la legna: legna che veniva accatastata e poi portata a valle con le slitte, sui prati innevati. Era un bel ragazzo. Ci siamo spostati qui, in chiesa, davanti a don Lerda, il 10 febbraio1954. I parenti sono arrivati in taxi e per loro e per il prete mia madre aveva preparato il bollito e il brodo, prima della funzione. Le donne erano vestire di nero: avevano fatto la ‘barriera’ con i foulard e mio marito aveva dato a loro degli spilli, per poter passare… Al pranzo di nozze, eravamo in sei. Il viaggio di nozze? L’ho fatto a Lurisia, a casa! E quando siamo scesi di qui con l’auto, per via del taxista che aveva alzato il gomito ed era allegro, abbiamo rischiato di finire fuori strada! Cosa è cambiato da allora ad oggi? Tutto! I giocattoli non c’erano e le bambole le facevo con una pianta. Si facevano i lavori comunitari nella borgata, quando c’era bisogno tutti i montanari si prestavano: la solidarietà c’era. Oggi invece ci sono tanti soldi e tante comodità (io non sopporto quelle ‘diavolerie’ dei cellulari!) ma la gente è diventata indifferente. Signora Letizia, lei in cosa crede? Io penso che Dio c’è e credo nei miracoli. Sono soddisfatta della vita che ho fatto. E ricordo quanto ho tribolato a far venire al mondo mio figlio Valter, che pesava 4 chili e tre etti!
Valle Stura Intervista Over45 Letizia Giavelli