Certo non sono maghi e fattucchiere, visto che ciò che prospettano nasce da analisi statistiche la cui puntualità e precisione è venuta via via affinandosi nel corso degli anni. Eppure l’atteggiamento con cui ad essi si affidano giornalisti e lettori, commentatori e telespettatori, evoca quell’atavico desiderio di conoscere in anticipo il futuro che appartiene alla specie umana fin dalla notte dei tempi. Ovviamente non stiamo parlando dell’oracolo di Delfi o delle antiche Sibille, ma più semplicemente di quelle figure che, non certo limitandosi a questi momenti del vivere sociale, ormai accompagnano irriducibilmente le più diverse consultazioni elettorali nelle molteplici fasi del loro svolgersi: i sondaggisti. Sono loro a sfornare continuamente dati che assumono i toni del vaticinio e che, via via aggiornati, consentono di prefigurare sia il gradimento dei diversi partiti e/o coalizioni da parte degli elettori sia i travasi di voti tra le diverse forze politiche. Con una precisione che, pur non senza limiti e abbagli, finisce col rendere quasi secondari quelli che sono i cosiddetti “dati reali”.
A confermare questa crescente centralità assunta dai sondaggi nel dominio del politico è proprio l’appena concluso appuntamento elettorale. Anche in questo caso la loro articolata liturgia, ormai trasformatasi in un rituale tanto consolidato da subire addirittura una regolamentazione destinata a sancirne una sorta di recepimento istituzionale, si è svolta in modo – almeno formalmente – inappuntabile. E questo sia nella fase della breve campagna elettorale strettamente intesa, sia nella fase immediatamente posteriore alla conclusione delle operazioni di voto, senza peraltro venir meno al periodo di “quaresima” imposto dalla legge che, come è noto, vieta la loro diffusione pubblica nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni. Una sospensione che, volta a evitare il condizionamento degli elettori attraverso la divulgazione dei potenziali esiti delle consultazioni, è stata non di rado aggirata in forme più o meno esplicite. E in modo che non ha mai smesso di lasciar trapelare quello che sarebbe stato l’esito finale delle elezioni stesse.
Così quello uscito dalle urne è stato un risultato non solo già scritto, ma largamente anticipato nelle prime settimane di campagna elettorale, rigorosamente affinato nella fase in cui la diffusione dei risultati dei sondaggi era vietata, divenuto via via più preciso negli exit-poll ed infine ritoccato nei particolari grazie alle proiezioni messe a punto durante lo scrutinio prima di alcune sezioni campione e poi della tendenza dei “dati reali” emersi dalle urne. A passare del tutto in secondo piano sono così stati proprio questi ultimi, destinati di fatto a mantenere una rilevanza esclusivamente in funzione della determinazione istituzionali di eletti ed esclusi, oltre che per riconteggi finali. Di contro essi, sul piano della comunicazione, sono risultati del tutto insignificanti. Né potrebbe essere diversamente visto che la pubblica presa d’atto della vittoria e sconfitta delle diverse forze politiche, come ormai di consueto, è ormai avvenuta ben prima che le operazioni di scrutinio si fossero concluse. Come del resto provano le dichiarazioni dei leader di partito, fatte ad appena poche ore dalla chiusura delle urne, quando i risultati definitivi non sarebbero arrivati che nei giorni successivi.
Sarebbe ovviamente ingenuo pensare che tutto questo rappresenti una sorta di novità assoluta o, peggio, sia il frutto di una degenerazione della politica attuale. In realtà, chi come me ha qualche anno in più ed ha vissuto fasi del recente passato nelle quali la digitalizzazione non era ancora stata assurta a parametro quasi esclusivo del vivere individuale e sociale, ben ricorda come questo avvenisse, pur diversamente declinato, già in passato. Al termine delle elezioni, nelle sedi dei diversi partiti, si procedeva a un’analisi dettagliatissima del voto che consentiva, man mano che pervenivano informalmente i risultati delle diverse sezioni, non solo di cogliere in generale gli indirizzi di voto degli elettori, ma anche di stabilire perlomeno orientativamente qual era l’entità del consenso raccolto dalle varie forze politiche in campo. Eppure la relativa approssimazione di quell’anticipazione del risultato finale, forse perché gestita in modo artigianale e non “scientifico”, consentiva alle competizioni elettorali di rimanere, quasi fino alla fine, avvolte in un’atmosfera di attesa che riusciva a farle percepire come più umane.
editoriale
Certo non sono maghi e fattucchiere, visto che ciò che prospettano nasce da analisi statistiche la cui puntualità e precisione è venuta via via affinandosi nel corso degli anni. Eppure l’atteggiamento con cui ad essi si affidano giornalisti e lettori, commentatori e telespettatori, evoca quell’atavico desiderio di conoscere in anticipo il futuro che appartiene alla specie umana fin dalla notte dei tempi. Ovviamente non stiamo parlando dell’oracolo di Delfi o delle antiche Sibille, ma più semplicemente di quelle figure che, non certo limitandosi a questi momenti del vivere sociale, ormai accompagnano irriducibilmente le più diverse consultazioni elettorali nelle molteplici fasi del loro svolgersi: i sondaggisti. Sono loro a sfornare continuamente dati che assumono i toni del vaticinio e che, via via aggiornati, consentono di prefigurare sia il gradimento dei diversi partiti e/o coalizioni da parte degli elettori sia i travasi di voti tra le diverse forze politiche. Con una precisione che, pur non senza limiti e abbagli, finisce col rendere quasi secondari quelli che sono i cosiddetti “dati reali”.
A confermare questa crescente centralità assunta dai sondaggi nel dominio del politico è proprio l’appena concluso appuntamento elettorale. Anche in questo caso la loro articolata liturgia, ormai trasformatasi in un rituale tanto consolidato da subire addirittura una regolamentazione destinata a sancirne una sorta di recepimento istituzionale, si è svolta in modo – almeno formalmente – inappuntabile. E questo sia nella fase della breve campagna elettorale strettamente intesa, sia nella fase immediatamente posteriore alla conclusione delle operazioni di voto, senza peraltro venir meno al periodo di “quaresima” imposto dalla legge che, come è noto, vieta la loro diffusione pubblica nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni. Una sospensione che, volta a evitare il condizionamento degli elettori attraverso la divulgazione dei potenziali esiti delle consultazioni, è stata non di rado aggirata in forme più o meno esplicite. E in modo che non ha mai smesso di lasciar trapelare quello che sarebbe stato l’esito finale delle elezioni stesse.
Così quello uscito dalle urne è stato un risultato non solo già scritto, ma largamente anticipato nelle prime settimane di campagna elettorale, rigorosamente affinato nella fase in cui la diffusione dei risultati dei sondaggi era vietata, divenuto via via più preciso negli exit-poll ed infine ritoccato nei particolari grazie alle proiezioni messe a punto durante lo scrutinio prima di alcune sezioni campione e poi della tendenza dei “dati reali” emersi dalle urne. A passare del tutto in secondo piano sono così stati proprio questi ultimi, destinati di fatto a mantenere una rilevanza esclusivamente in funzione della determinazione istituzionali di eletti ed esclusi, oltre che per riconteggi finali. Di contro essi, sul piano della comunicazione, sono risultati del tutto insignificanti. Né potrebbe essere diversamente visto che la pubblica presa d’atto della vittoria e sconfitta delle diverse forze politiche, come ormai di consueto, è ormai avvenuta ben prima che le operazioni di scrutinio si fossero concluse. Come del resto provano le dichiarazioni dei leader di partito, fatte ad appena poche ore dalla chiusura delle urne, quando i risultati definitivi non sarebbero arrivati che nei giorni successivi.
Sarebbe ovviamente ingenuo pensare che tutto questo rappresenti una sorta di novità assoluta o, peggio, sia il frutto di una degenerazione della politica attuale. In realtà, chi come me ha qualche anno in più ed ha vissuto fasi del recente passato nelle quali la digitalizzazione non era ancora stata assurta a parametro quasi esclusivo del vivere individuale e sociale, ben ricorda come questo avvenisse, pur diversamente declinato, già in passato. Al termine delle elezioni, nelle sedi dei diversi partiti, si procedeva a un’analisi dettagliatissima del voto che consentiva, man mano che pervenivano informalmente i risultati delle diverse sezioni, non solo di cogliere in generale gli indirizzi di voto degli elettori, ma anche di stabilire perlomeno orientativamente qual era l’entità del consenso raccolto dalle varie forze politiche in campo. Eppure la relativa approssimazione di quell’anticipazione del risultato finale, forse perché gestita in modo artigianale e non “scientifico”, consentiva alle competizioni elettorali di rimanere, quasi fino alla fine, avvolte in un’atmosfera di attesa che riusciva a farle percepire come più umane.
Elezioni e utilizzo dei sondaggi
09 ottobre 2022
Cuneo
Certo non sono maghi e fattucchiere, visto che ciò che prospettano nasce da analisi statistiche la cui puntualità e precisione è venuta via via affinandosi nel corso degli anni. Eppure l’atteggiamento con cui ad essi si affidano giornalisti e lettori, commentatori e telespettatori, evoca quell’atavico desiderio di conoscere in anticipo il futuro che appartiene alla specie umana fin dalla notte dei tempi. Ovviamente non stiamo parlando dell’oracolo di Delfi o delle antiche Sibille, ma più semplicemente di quelle figure che, non certo limitandosi a questi momenti del vivere sociale, ormai accompagnano irriducibilmente le più diverse consultazioni elettorali nelle molteplici fasi del loro svolgersi: i sondaggisti. Sono loro a sfornare continuamente dati che assumono i toni del vaticinio e che, via via aggiornati, consentono di prefigurare sia il gradimento dei diversi partiti e/o coalizioni da parte degli elettori sia i travasi di voti tra le diverse forze politiche. Con una precisione che, pur non senza limiti e abbagli, finisce col rendere quasi secondari quelli che sono i cosiddetti “dati reali”.
A confermare questa crescente centralità assunta dai sondaggi nel dominio del politico è proprio l’appena concluso appuntamento elettorale. Anche in questo caso la loro articolata liturgia, ormai trasformatasi in un rituale tanto consolidato da subire addirittura una regolamentazione destinata a sancirne una sorta di recepimento istituzionale, si è svolta in modo – almeno formalmente – inappuntabile. E questo sia nella fase della breve campagna elettorale strettamente intesa, sia nella fase immediatamente posteriore alla conclusione delle operazioni di voto, senza peraltro venir meno al periodo di “quaresima” imposto dalla legge che, come è noto, vieta la loro diffusione pubblica nei quindici giorni precedenti la data delle votazioni. Una sospensione che, volta a evitare il condizionamento degli elettori attraverso la divulgazione dei potenziali esiti delle consultazioni, è stata non di rado aggirata in forme più o meno esplicite. E in modo che non ha mai smesso di lasciar trapelare quello che sarebbe stato l’esito finale delle elezioni stesse.
Così quello uscito dalle urne è stato un risultato non solo già scritto, ma largamente anticipato nelle prime settimane di campagna elettorale, rigorosamente affinato nella fase in cui la diffusione dei risultati dei sondaggi era vietata, divenuto via via più preciso negli exit-poll ed infine ritoccato nei particolari grazie alle proiezioni messe a punto durante lo scrutinio prima di alcune sezioni campione e poi della tendenza dei “dati reali” emersi dalle urne. A passare del tutto in secondo piano sono così stati proprio questi ultimi, destinati di fatto a mantenere una rilevanza esclusivamente in funzione della determinazione istituzionali di eletti ed esclusi, oltre che per riconteggi finali. Di contro essi, sul piano della comunicazione, sono risultati del tutto insignificanti. Né potrebbe essere diversamente visto che la pubblica presa d’atto della vittoria e sconfitta delle diverse forze politiche, come ormai di consueto, è ormai avvenuta ben prima che le operazioni di scrutinio si fossero concluse. Come del resto provano le dichiarazioni dei leader di partito, fatte ad appena poche ore dalla chiusura delle urne, quando i risultati definitivi non sarebbero arrivati che nei giorni successivi.
Sarebbe ovviamente ingenuo pensare che tutto questo rappresenti una sorta di novità assoluta o, peggio, sia il frutto di una degenerazione della politica attuale. In realtà, chi come me ha qualche anno in più ed ha vissuto fasi del recente passato nelle quali la digitalizzazione non era ancora stata assurta a parametro quasi esclusivo del vivere individuale e sociale, ben ricorda come questo avvenisse, pur diversamente declinato, già in passato. Al termine delle elezioni, nelle sedi dei diversi partiti, si procedeva a un’analisi dettagliatissima del voto che consentiva, man mano che pervenivano informalmente i risultati delle diverse sezioni, non solo di cogliere in generale gli indirizzi di voto degli elettori, ma anche di stabilire perlomeno orientativamente qual era l’entità del consenso raccolto dalle varie forze politiche in campo. Eppure la relativa approssimazione di quell’anticipazione del risultato finale, forse perché gestita in modo artigianale e non “scientifico”, consentiva alle competizioni elettorali di rimanere, quasi fino alla fine, avvolte in un’atmosfera di attesa che riusciva a farle percepire come più umane.