editoriale
Elezioni, i vincitori e il “nuovo” che portano
29 settembre 2022
Cuneo
Le elezioni politiche del 25 settembre assegnano una vittoria netta al centrodestra che ottiene il 43,7% dei voti e la maggioranza assoluta dei seggi nei due rami del parlamento: 237 su 400 alla Camera dei deputati, 115 su 200 al Senato. E all’interno del centrodestra è netta l’affermazione della destra di Fratelli d’Italia (26%) e della sua leader Giorgia Meloni, che riducono a comprimari gli alleati, Lega (8,9) e Forza Italia (8,1).
Un risultato che scrive una pagina inedita nella storia repubblicana, non solo perché per la prima volta proietta una donna verso la presidenza del consiglio ma anche perché assegna il primato ad un partito che ha radici conclamate nel postfascismo, sulla scia del Movimento sociale prima e di Alleanza nazionale poi.
Berlusconi e Salvini mantengono tuttavia un potere di interdizione, perché senza i loro voti il centrodestra non avrebbe maggioranza. Ma se il Cavaliere ha quasi dimezzato i consensi rispetto a cinque anni fa (era al 14%), ben più pesante è la sconfitta interna di Salvini. Il capitano, riporta il Carroccio al di sotto dei massimi storici toccati con Bossi, e vive il paradosso di aver voluto costruire un partito nazionale e non più padano (coronato da successo alle Europee 2019) per finire a consegnare il governo ai nazional-sovranisti di Meloni.
La sconfitta più pesante è però della la mini coalizione di centrosinistra e del Pd (19%). Letta non ha saputo costruire la rete di alleanze del ‘campo largo’. E il partito si è lasciato immobilizzare dai veti incrociati che lo riportano per la seconda volta di seguito sotto al 20%, a un passo dal risultato del 2018. Una sequela di risultati negativi che denuncia l’esistenza di nodi di fondo da sciogliere, sulla natura stessa del partito. In aggiunta, il Pd si ritrova ora alla sua sinistra un partito – il M5s – che si autodefinisce “progressista” e dopo quasi dieci anni di vita, dopo i risultati di oggi, rappresenta una realtà stabile destinata a durare.
Un po’ magro il risultato ottenuto dal polo di centro Calenda-Renzi, (7,8%). La loro percentuale tuttavia non è trascurabile perché quel polo risponde alle attese di un’area che non trova rappresentanza negli altri tre schieramenti. Tutto da vedere se nel prossimo futuro saprà diventare una proposta politica compiuta o se, incassato il gruzzoletto di parlamentari, si scioglierà in altre prospettive.
Il Movimento 5 Stelle a guida Giuseppe Conte ottengono un buon risultato (15,6%), seppure localizzato al sud grazie alla strenua difesa del reddito di cittadinanza. Lontano dall’affermazione (32%) che nel 2018 ne fece la prima forza in parlamento, ma in sensibile recupero rispetto al previsto tracollo.
Di qui in avanti, la partita si sposta sulla formazione del nuovo governo. Dalla scelta dei ministri, che dovranno avere l’avallo del presidente della Repubblica, e dalla definizione del programma di governo si capirà quanto e che cosa di realmente “nuovo” e di “diverso” dai precedenti, questo governo metterà davvero in campo sia nelle politiche interne che europee e internazionali. In particolare come verrà declinato l’alto tasso di nazional-sovranismo che lo caratterizza. L’Italia repubblicana non è mai stata così a destra e questo accade in un momento storico confuso e delicato, in un quadro internazionale da brividi. Meloni e i suoi, se hanno assicurato l’adesione convinta al fronte atlantista, dovranno però chiarire molte posizioni equivoche, prime fra tutte la collocazione in Europa e il rilancio del Pnrr, dal quale dipende molto del futuro anche economico del Paese.
Nonostante l’ulteriore, grave calo dell’affluenza alle urne (il 36% degli italiani non ha votato) e un sistema elettorale assurdo che di fatto non consente la libera espressione del voto popolare, l’Italia resta una democrazia con salde istituzioni di garanzia, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica retta da Sergio Mattarella. La cui saggezza sarà messa all’ennesima dura prova fin dai prossimi giorni, a cominciare proprio dalla formazione del novo governo. Che si preannuncia rapida ma non indolore.
Una garanzia per chi teme modifiche unilaterali della Costituzione, viene anche dal fatto che la maggioranza seppur netta, è lontana dai due terzi del parlamento, percentuale necessaria per qualsiasi modifica della Costituzione senza passare da accordi con le opposizioni o da un referendum popolare di conferma.