Sul fatto che l’attuale fase della guerra in corso ai confini dell’Europa abbia il suo fattore scatenante nella decisione di Putin di invadere l’Ucraina non ci sono dubbi. Al di là tuttavia della complessità del contesto nel quale questa infausta decisione è maturata, a far riflettere è l’assenza pressoché totale di un reale sforzo diplomatico volto, se non a creare le condizioni per una riappacificazione, perlomeno ad attutire l’asprezza del conflitto. Questo sforzo del resto, se mai c’è stato, non ha dato frutti, lasciando emergere col tempo quanto marginale e inconsistente fosse l’effettiva volontà di porre perlomeno le premesse per avviare un qualche negoziato complessivo degno di questo nome. In un quadro di questo genere, lungi dall’aprirsi qualche spiraglio alla pace, a emergere è stato invece l’incancrenirsi della guerra. Certo determinata dalla concreta indisponibilità di Putin ad avviare una trattativa con l’Ucraina, ma anche dal crescendo inarrestabile impresso alle ostilità dalle pressanti e perentorie richieste di Zelenskij. Cui nessuno, tentando perlomeno di orientare il conflitto verso una diversa soluzione, ha saputo porre freno.
Ad imprimere alla guerra il ritmo crescente che essa è venuta assumendo sono certamente stati i suoi protagonisti. Entrambi: da una parte Putin che, non senza poter contare sulla neutralità politica di Cina e India, con la sua propaganda ha finito col trasformare il conflitto bellico in uno scontro di civiltà; dall’altra Zelenskij che, supportato dall’appoggio degli Stati Uniti, ha di fatto saputo imporre la sua agenda non solo alla Nato, ma anche all’Unione Europea e alle singole nazioni che la compongono. L’inasprimento radicale della politica delle sanzioni alla Russia, sia pure perseguito non senza frizioni tra i diversi paesi europei, è stato così rapidamente integrato da un crescente invio all’Ucraina di armi che, reclamate in funzione difensiva, non potevano che finire con l’essere utilizzate anche in un’ottica esplicitamente offensiva. Questo supporto militare, continuamente richiesto all’Europa dal presidente ucraino tra gratitudine e pressioni, ammonimenti e rimproveri, ha di fatto sterilizzato non solo ogni tentativo di soluzione diplomatica della guerra, ma anche la stessa capacità decisionale dell’Unione al riguardo.
Che l’esercizio di questa capacità decisionale sia venuto meno è reso evidente non solo dai risultati concreti ottenuti dall’agenda Zelenskij, ora impegnato ad alzare di giorno in giorno l’asticella delle condizioni per sedersi a un tavolo delle trattative, ma anche dall’incapacità dei leader europei di far giocare alle loro nazioni un qualche ruolo attivo. Ad essere richiesta, cioè, non sarebbe necessariamente stata un’azione di contrasto a questa agenda, ma perlomeno la forza lungimirante di introdurre in essa dei correttivi capaci di indurre all’apertura di un tavolo diplomatico sul quale esplorare concretamente le possibili piste di soluzione al conflitto in atto. L’Europa in questo modo, anziché giocare un ruolo pacificatore in un contesto internazionale nel quale le tensioni tra blocchi sono in evidente crescita, ha finito con l’appiattirsi sulle posizioni di Zelenskij senza riuscire a condizionarne, né in tutto né in parte, la strategia comprensibilmente volta a trovare appoggi in grado di fare assumere alla nazione da lui guidata una posizione di sempre maggior forza. Strategia di fronte alla quale l’Europa è apparsa e appare muta, incapace di dire una parola propria su quanto sta accadendo ai suoi stessi confini.
L’unica voce che si è levata e continua a levarsi in favore della trattativa e della pace, in un contesto politico europeo che ad un tempo plaude ad essa e la ignora, è quella di papa Francesco. La sua attenzione per l’Ucraina, del tutto evidente in molti dei suoi discorsi recenti, non è però bastata ad evitare una dura presa di posizione del governo guidato da Zelenskij non appena una parola di compassione del pontefice è stata rivolta, anziché alle sofferenze del popolo aggredito dalla Russia, ad una “povera ragazza volata in aria a Mosca per una bomba che era sotto il sedile della macchina”, anche lei vittima della “pazzia della guerra”. Certo Darya Duginada, figlia del più radicale filosofo russo filoputiniano e lei stessa attivista ultranazionalista russa, non poteva che essere invisa ai vertici ucraini. Il fatto però che sia bastato questo inciso di papa Francesco – peraltro decontestualizzato – a far convocare il nunzio apostolico in Ucraina dal ministro degli esteri dello stesso paese, la dice lunga su come Zelenskij non accetti alcuna messa in discussione della sua agenda. Agenda che finora l’Europa, con la sua inanità politica, non ha fatto altro che assecondare senza obiezioni.
editoriale
Sul fatto che l’attuale fase della guerra in corso ai confini dell’Europa abbia il suo fattore scatenante nella decisione di Putin di invadere l’Ucraina non ci sono dubbi. Al di là tuttavia della complessità del contesto nel quale questa infausta decisione è maturata, a far riflettere è l’assenza pressoché totale di un reale sforzo diplomatico volto, se non a creare le condizioni per una riappacificazione, perlomeno ad attutire l’asprezza del conflitto. Questo sforzo del resto, se mai c’è stato, non ha dato frutti, lasciando emergere col tempo quanto marginale e inconsistente fosse l’effettiva volontà di porre perlomeno le premesse per avviare un qualche negoziato complessivo degno di questo nome. In un quadro di questo genere, lungi dall’aprirsi qualche spiraglio alla pace, a emergere è stato invece l’incancrenirsi della guerra. Certo determinata dalla concreta indisponibilità di Putin ad avviare una trattativa con l’Ucraina, ma anche dal crescendo inarrestabile impresso alle ostilità dalle pressanti e perentorie richieste di Zelenskij. Cui nessuno, tentando perlomeno di orientare il conflitto verso una diversa soluzione, ha saputo porre freno.
Ad imprimere alla guerra il ritmo crescente che essa è venuta assumendo sono certamente stati i suoi protagonisti. Entrambi: da una parte Putin che, non senza poter contare sulla neutralità politica di Cina e India, con la sua propaganda ha finito col trasformare il conflitto bellico in uno scontro di civiltà; dall’altra Zelenskij che, supportato dall’appoggio degli Stati Uniti, ha di fatto saputo imporre la sua agenda non solo alla Nato, ma anche all’Unione Europea e alle singole nazioni che la compongono. L’inasprimento radicale della politica delle sanzioni alla Russia, sia pure perseguito non senza frizioni tra i diversi paesi europei, è stato così rapidamente integrato da un crescente invio all’Ucraina di armi che, reclamate in funzione difensiva, non potevano che finire con l’essere utilizzate anche in un’ottica esplicitamente offensiva. Questo supporto militare, continuamente richiesto all’Europa dal presidente ucraino tra gratitudine e pressioni, ammonimenti e rimproveri, ha di fatto sterilizzato non solo ogni tentativo di soluzione diplomatica della guerra, ma anche la stessa capacità decisionale dell’Unione al riguardo.
Che l’esercizio di questa capacità decisionale sia venuto meno è reso evidente non solo dai risultati concreti ottenuti dall’agenda Zelenskij, ora impegnato ad alzare di giorno in giorno l’asticella delle condizioni per sedersi a un tavolo delle trattative, ma anche dall’incapacità dei leader europei di far giocare alle loro nazioni un qualche ruolo attivo. Ad essere richiesta, cioè, non sarebbe necessariamente stata un’azione di contrasto a questa agenda, ma perlomeno la forza lungimirante di introdurre in essa dei correttivi capaci di indurre all’apertura di un tavolo diplomatico sul quale esplorare concretamente le possibili piste di soluzione al conflitto in atto. L’Europa in questo modo, anziché giocare un ruolo pacificatore in un contesto internazionale nel quale le tensioni tra blocchi sono in evidente crescita, ha finito con l’appiattirsi sulle posizioni di Zelenskij senza riuscire a condizionarne, né in tutto né in parte, la strategia comprensibilmente volta a trovare appoggi in grado di fare assumere alla nazione da lui guidata una posizione di sempre maggior forza. Strategia di fronte alla quale l’Europa è apparsa e appare muta, incapace di dire una parola propria su quanto sta accadendo ai suoi stessi confini.
L’unica voce che si è levata e continua a levarsi in favore della trattativa e della pace, in un contesto politico europeo che ad un tempo plaude ad essa e la ignora, è quella di papa Francesco. La sua attenzione per l’Ucraina, del tutto evidente in molti dei suoi discorsi recenti, non è però bastata ad evitare una dura presa di posizione del governo guidato da Zelenskij non appena una parola di compassione del pontefice è stata rivolta, anziché alle sofferenze del popolo aggredito dalla Russia, ad una “povera ragazza volata in aria a Mosca per una bomba che era sotto il sedile della macchina”, anche lei vittima della “pazzia della guerra”. Certo Darya Duginada, figlia del più radicale filosofo russo filoputiniano e lei stessa attivista ultranazionalista russa, non poteva che essere invisa ai vertici ucraini. Il fatto però che sia bastato questo inciso di papa Francesco – peraltro decontestualizzato – a far convocare il nunzio apostolico in Ucraina dal ministro degli esteri dello stesso paese, la dice lunga su come Zelenskij non accetti alcuna messa in discussione della sua agenda. Agenda che finora l’Europa, con la sua inanità politica, non ha fatto altro che assecondare senza obiezioni.
L’agenda Zelenskij e la voce del Papa mentre L’Europa resta muta
03 settembre 2022
Cuneo
Sul fatto che l’attuale fase della guerra in corso ai confini dell’Europa abbia il suo fattore scatenante nella decisione di Putin di invadere l’Ucraina non ci sono dubbi. Al di là tuttavia della complessità del contesto nel quale questa infausta decisione è maturata, a far riflettere è l’assenza pressoché totale di un reale sforzo diplomatico volto, se non a creare le condizioni per una riappacificazione, perlomeno ad attutire l’asprezza del conflitto. Questo sforzo del resto, se mai c’è stato, non ha dato frutti, lasciando emergere col tempo quanto marginale e inconsistente fosse l’effettiva volontà di porre perlomeno le premesse per avviare un qualche negoziato complessivo degno di questo nome. In un quadro di questo genere, lungi dall’aprirsi qualche spiraglio alla pace, a emergere è stato invece l’incancrenirsi della guerra. Certo determinata dalla concreta indisponibilità di Putin ad avviare una trattativa con l’Ucraina, ma anche dal crescendo inarrestabile impresso alle ostilità dalle pressanti e perentorie richieste di Zelenskij. Cui nessuno, tentando perlomeno di orientare il conflitto verso una diversa soluzione, ha saputo porre freno.
Ad imprimere alla guerra il ritmo crescente che essa è venuta assumendo sono certamente stati i suoi protagonisti. Entrambi: da una parte Putin che, non senza poter contare sulla neutralità politica di Cina e India, con la sua propaganda ha finito col trasformare il conflitto bellico in uno scontro di civiltà; dall’altra Zelenskij che, supportato dall’appoggio degli Stati Uniti, ha di fatto saputo imporre la sua agenda non solo alla Nato, ma anche all’Unione Europea e alle singole nazioni che la compongono. L’inasprimento radicale della politica delle sanzioni alla Russia, sia pure perseguito non senza frizioni tra i diversi paesi europei, è stato così rapidamente integrato da un crescente invio all’Ucraina di armi che, reclamate in funzione difensiva, non potevano che finire con l’essere utilizzate anche in un’ottica esplicitamente offensiva. Questo supporto militare, continuamente richiesto all’Europa dal presidente ucraino tra gratitudine e pressioni, ammonimenti e rimproveri, ha di fatto sterilizzato non solo ogni tentativo di soluzione diplomatica della guerra, ma anche la stessa capacità decisionale dell’Unione al riguardo.
Che l’esercizio di questa capacità decisionale sia venuto meno è reso evidente non solo dai risultati concreti ottenuti dall’agenda Zelenskij, ora impegnato ad alzare di giorno in giorno l’asticella delle condizioni per sedersi a un tavolo delle trattative, ma anche dall’incapacità dei leader europei di far giocare alle loro nazioni un qualche ruolo attivo. Ad essere richiesta, cioè, non sarebbe necessariamente stata un’azione di contrasto a questa agenda, ma perlomeno la forza lungimirante di introdurre in essa dei correttivi capaci di indurre all’apertura di un tavolo diplomatico sul quale esplorare concretamente le possibili piste di soluzione al conflitto in atto. L’Europa in questo modo, anziché giocare un ruolo pacificatore in un contesto internazionale nel quale le tensioni tra blocchi sono in evidente crescita, ha finito con l’appiattirsi sulle posizioni di Zelenskij senza riuscire a condizionarne, né in tutto né in parte, la strategia comprensibilmente volta a trovare appoggi in grado di fare assumere alla nazione da lui guidata una posizione di sempre maggior forza. Strategia di fronte alla quale l’Europa è apparsa e appare muta, incapace di dire una parola propria su quanto sta accadendo ai suoi stessi confini.
L’unica voce che si è levata e continua a levarsi in favore della trattativa e della pace, in un contesto politico europeo che ad un tempo plaude ad essa e la ignora, è quella di papa Francesco. La sua attenzione per l’Ucraina, del tutto evidente in molti dei suoi discorsi recenti, non è però bastata ad evitare una dura presa di posizione del governo guidato da Zelenskij non appena una parola di compassione del pontefice è stata rivolta, anziché alle sofferenze del popolo aggredito dalla Russia, ad una “povera ragazza volata in aria a Mosca per una bomba che era sotto il sedile della macchina”, anche lei vittima della “pazzia della guerra”. Certo Darya Duginada, figlia del più radicale filosofo russo filoputiniano e lei stessa attivista ultranazionalista russa, non poteva che essere invisa ai vertici ucraini. Il fatto però che sia bastato questo inciso di papa Francesco – peraltro decontestualizzato – a far convocare il nunzio apostolico in Ucraina dal ministro degli esteri dello stesso paese, la dice lunga su come Zelenskij non accetti alcuna messa in discussione della sua agenda. Agenda che finora l’Europa, con la sua inanità politica, non ha fatto altro che assecondare senza obiezioni.