sanità
Fuga di medici dal Santa Croce
07 luglio 2022
Cuneo
Cuneo - L’assessore regionale alla sanità Icardi annuncia al convegno Cisl che il progetto prelimiare del nuovo ospedale di Cuneo è in fase avanzata e scarica le responsabilità dell’immobilismo di questi mesi sull’Ires, il cui parere non è ancora arrivato. Ma sull’ospedale nuovo nulla si sta muovendo e nulla si è mosso né prima né dopo le elezioni. Gli unici a muoversi sono i medici che hanno deciso di lasciare Cuneo per altri ospedali pubblici e privati.
Chi è cuneese quasi sempre sceglie gli altri ospedali della provincia e chi non lo è sceglie di riavviciarsi a casa o comunque di abbandonare Cuneo. Le motivazioni sempre le stesse: troppo lavoro, mal organizzato, pochi incentivi per rimanere e una prospettiva di un ospedale sempre più marginale. Altroché eccellenza da difendere. C’è chi sceglie Verduno, dove roboanti promesse di crescita danno prospettive maggiori, c’è chi sceglie il privato più remunerato, ma anche chi semplicemente sceglie una vita lavorativa più “normale” negli ospedali di Savigliano e Mondovì.
La medicina d’urgenza con il pronto soccorso sono il caso emblematico: Cuneo è l’unico ospedale con un Dea di secondo livello e dunque la stragrande maggioranza dei casi afferiscono al Santa Croce. Anche negli incidenti che capitano a un tiro di scoppio dallo stesso Verduno, il 118 preferisce fare riferimento a Cuneo. Ma il personale diminuisce: cinque i medici che se ne sono andati negli ultimi mesi e altri cinque stanno aspettando gli esiti dei concorsi degli altri ospedali in provincia (una concorrenza a strapparsi il personale giustificata dall’essere aziende diverse ma insensata nell’ottica provinciale). Ma così vale per l’anestesia e la cardiologia su tutti.
A Cuneo si lavora troppo e chi lavora non viene premiato.
E ci si mette di mezzo anche la Regione che non solo non guarda con favore Cuneo, ma stabilisce che le aziende ospedaliere ritornino ai volumi di ricoveri e prestazioni ambulatoriali del 2019 ante Covid (in una situazione di nuova crescita esponenziale dei casi) e in alcuni casi li superino per rispondere al problema liste di attesa. Ma gli ospedali, e Cuneo su questo in particolare, sono in difficoltà con personale medico e infermieristico drasticamente diminuito. Il blocco operatorio di Cuneo prima del Covid aveva quasi 80 infemieri da ruotare sui servizi, ora sono scesi a 64. Senza contare quanti tra medici e infermieri sono andati in pensione e non sono stati sostituiti (tra i medici anche con il problema della carenza di specialisti), o si sono licenziati.
Per questo l’Anaao Assomed Piemonte ha diffidato la Regione, minacciando il ricorso alle vie legali, dal fissare lo standard 2019 come obiettivo per Asl e Aso. Perché il personale è diminuito, perché c’è stata anche una riduzione significativa dei posti letto che rende difficoltosa la programmazione soprattutto dell’attività delle sale operatorie e perché dice la segretaria regionale Chiara Rivetti “non siamo ancora usciti dall’ondata pandemica di Covid 19. I colleghi non hanno mai smesso di ricoverare e gestire pazienti Covid+, i reparti Covid sono sempre stati attivi e in queste ultime settimane si registra una preoccupante recrudescenza dei contagi”.
Tutto questo comporta un rallentamento importante di tutte le attività, compreso un allungamento dell’intervallo delle visite tra un paziente e il successivo. E non solo “la pandemia da Covid-19 ha determinato un aggravarsi di tutte le malattie croniche trascurate durante i picchi pandemici - continua la Rivetti - con conseguente necessità di gestire pazienti più complessi e gravi. I medici sono stanchi e demotivati. E i loro obiettivi sono quelli di poter fare bene il loro lavoro e non essere trattati da pedine a coprire reparti sguarniti, di vedere la loro professionalità riconosciuta, di godere delle ferie meritate, di non saltare i riposi”.
Non hanno dubbi i medici cuneesi e piemontesi, raggiungere i livelli del 2019 con queste forze è impossibile: “L’obiettivo dato è irrealistico e offensivo. Se davvero si vuole cercare di affrontare il problema liste d’attesa è necessario confrontarsi con i medici, trovare soluzioni organizzative condivise e cercare personale e finanziamenti. Non usare gli obiettivi aziendali come arma di ricatto”.
Ma se la politica detta obiettivi impossibili, non solo non favorendoli con incentivi anche economici ma con la minaccia che non raggiungendoli ci saranno decurtazioni dello stipendio dei lavoratori, a tanti viene il sospetto che il problema non lo si voglia risolvere e che l’ultimo vero obiettivo non sia il servizio pubblico sanitario ai cittadini, ma una spinta, neppure troppo velata, verso il privato.